Biografia Ultimo dei tre figli (una femmina e due maschi) di don Diego d'Avalos, 7º Marchese del Vasto, 11º Marchese di Pescara, 1º Principe d'Isernia, e di Francesca Carafa dei principi di Roccella, nacque a Vasto il 15 gennaio del 1667.Di Risio, p. 66 nota 18 Venne battezzato nella chiesa di S. Maria Maggiore in Vasto il 19 gennaio. In seguito alla morte prematura del figlio ed erede del proprio fratello maggiore (Diego Francesco d'Avalos, 1672-1690, figlio di Francesco d'Avalos, 1651-1672), Cesare Michelangelo acquisì i beni ed il titolo di marchese di Pescara. Alla morte del padre, avvenuta nel 1697, ereditò i titoli di marchese del Vasto e di principe di Isernia e Francavilla, oltre a riunire in capo alla sua persona tutti i privilegi e le signorie della famiglia, assommanti ad oltre 30 titoli e predicati.Luise, 2006, p. 39

Il suo matrimonio con Ippolita d'Avalos di Troia, figlia di Giovanni d'Avalos d'Aquino, principe di Troia, celebrato il 28 giugno del 1692Confuorto, Giornali, vol. II, 1931, gli consentì di riunire i due rami della famiglia, quello abruzzese e quello pugliese.Luise, 2006, p. 40 nota 1 La coppia tuttavia non ebbe figli.

Il marchese Cesare Michelangelo donò alla chiesa di S. Maria Maggiore, in Vasto, in data 3 novembre 1695 il corpo, integro, del santo martire Cesario, unitamente ad un'ampolla in vetro che ne conterrebbe il sangue.Albertini, p. 666Marchesani, p. 246

Nel 1698 Cesare Michelangelo vendette Isernia con il feudo di riparto a don Fulvio di Costanzo principe di Colle d'Anchise, signore di Bojano e reggente del Consiglio Collaterale di Sua Maestà, per la somma di 62000 ducati. In seguito ad una serie di controversie sorte tra la città e il nuovo signore, Cesare Michelangelo riacquistò la città nel 1710 per 57400 ducati.Luise, 2012, p. 206

Cesare Michelangelo d'Avalos fu inoltre coinvolto nelle dispute successorie che scaturirono alla morte senza eredi diretti, avvenuta nel 1703, di Giulia Carafa (che aveva sposato senza avere figli Federico Carafa dei duchi Bruzzano), sorella di Carlo Maria Carafa. Quest'ultimo aveva sposato la sorella di Cesare Michelangelo, Isabella d'Avalos ed era inoltre suo cugino (in quanto il padre Fabrizio era il fratello di Francesca Carafa, madre del d'Avalos). Leopoldo I d'Asburgo conferì a Cesare Michelangelo per mezzo di privilegio datato 12 marzo 1704 vari riconoscimenti, tra i quali quello di erede dei Carafa di Roccella per quanto concerneva i possedimenti calabresi (i possedimenti siciliani tra cui il principato di Butera erano già stati riconosciuti secondo il diritto successorio locale ai Branciforte nella persona del secondo principe di Leonforte, Giuseppe, marito di Caterina Branciforte, sorella di Agata e Giuseppe e dunque zia di Carlo Maria). Di lì a pochi anni tuttavia la situazione venne decisa a favore di Vincenzo Carafa (nipote del summenzionato Federico Carafa), esponente del ramo dei Carafa di Bruzzano: nel 1707, in seguito ad una transazione tra il Regio Fisco, d'Avalos, e Carafa, quest'ultimo si vedeva riconosciuto con sentenza della Regia camera sommaria quale titolare dello stato feudale della Roccella.Naymo, pp. 7-8

La partecipazione alla congiura di Macchia Nel 1697 Cesare Michelangelo si recò a Napoli, entrando in contatto con il nuovo viceré duca di Medinaceli. Sebbene fosse stato inizialmente in buoni apporti con questi e la corte vicereale spagnola, successivamente ebbe con essi aspri dissidi.

Tali contrasti sarebbero stati alla base della sua decisione di aderire alla congiura di Macchia e di sostenere il partito filo-imperiale nella Guerra di successione spagnola.

Nel 1699, un anno prima della morte di Carlo d'Asburgo, d'Avalos aveva scritto all'imperatore Leopoldo I, confermandogli il suo pieno sostegno. Tale fedeltà venne ribadita in occasione dell'annuncio del testamento di Carlo a favore di Filippo di Borbone. Nondimeno non omise di rivolgersi anche a Luigi XIV e al nuovo re di Spagna Filippo V, in un tentativo di mantenere una posizione di equidistanza rispetto alle grandi potenze che di lì a poco sarebbero intervenute nell'Italia meridionale. Le missive inviate a questi ultimi due sovrani non ottennero alcuna attenzione. Tale silenzio, secondo quanto sostenuto da A. Granito di Belmonte, fu il fattore decisivo per la scelta filo-imperiale di Cesare Michelangelo.

Il 10 Aprile del 1700, in vista di un conflitto ormai imminente, il marchese Cesare Michelangelo ordinò la messa in atto lavori di fortificazione del Castello Caldoresco. Fece scavare i fossati intorno al forte, nonché restaurare i quattro baluardi e la torre nord. Su quest'ultima venne anche aggiunta una torre cilindrica coronata da una cornice dentellata e sormontata da una cupoletta con lanternino al culmine. Diego Maciano, religioso e cronista vastese, riporta date diverse. Egli scrisse nella sua "Cronaca Vastese": "23 giugno 1701. Principiò il sig. Marchese a raccomodare il castello con farvi una bellissima torre et altre muraglie, con cavare il fosso intorno la fortezza, e con farci molte cose necessarie per dimorarci"Edoardo Tiboni, Umberto Russo (a cura di), L'Abruzzo: dall'umanesimo all'età barocca, Ediars, 2002, p. 668, avendo d'Avalos riacquistato il castello Caldoresco che giaceva in stato di abbandono dall'Università del Vasto.

Sebbene Cesare Michelangelo sia considerato tra gli aristocratici più significativi tra quelli che ordirono la congiura di Macchia, la sua partecipazione alla cospirazione non fu decisa e coerente. Tale comportamento incerto è spiegabile sia con il timore di ritorsioni spagnole che avrebbero potuto facilmente abbattersi sui suoi possedimenti, sia per il fatto che la sua adesione al progetto filo-imperiale si basava non già su un intimo convincimento personale, quanto piuttosto sulla prospettiva di ricompense ed ingrandimenti territoriali, dentro e fuori del Regno. In particolare, la ricompensa cui ambiva il marchese del Vasto era nientemeno che il Ducato del Monferrato, che si considerava devoluto al fisco imperiale per la fellonia del duca di Mantova.Granito di Belmonte, vol. 1, p. 59 Un ulteriore fattore che pesò sulla sua scelta di campo fu la sua rivalità con Giovan Girolamo II Acquaviva d'Aragona, che invece si era mantenuto fedele alla causa spagnola.Marrone, p. 82

Nei primi giorni del mese di settembre del 1701, poco prima dell'inizio dei disordini napoletani che avrebbero dato l'avvio della sommossa anti-spagnola, il viceré Medinaceli, che conosceva i propositi del marchese, inviò in Abruzzo don Emanuele de Lossada, Uditore generale dell'esercito, con 100 armati, con il pretesto di reprimere il contrabbando.Granito di Belmonte, vol. 1, pp. 87-88 Questa mossa mirava in realtà a trarre segretamente in arresto don Cesare Michelangelo, privando la congiura di un elemento di spicco, vista anche la collocazione strategica dei suoi feudi, posti ai confini del Vicereame. Il colpo inoltre, qualora fosse riuscito, avrebbe consentito di evitare l'annosa questione di sottoporre d'Avalos ad un vero e proprio procedimento penale per cospirazione e alto tradimento, non istruibile in mancanza di una esplicita autorizzazione di Madrid, visto lo status di Grande di Spagna del quale questi godeva. Il marchese riuscì tuttavia a sottrarsi all'arresto e poté rifugiarsi ad Ancona, oltre il confine del vicereame. Da quella città fece partire due missive: una rivolta al viceré di Napoli, al quale chiese lettere commendatizie per il re di Spagna Filippo V; l'altra al pontefice Clemente XI, con la quale chiedeva asilo nei possedimenti papali. Rassicurato alquanto dall'esito positivo delle sue missive, fece ritorno in Abruzzo. Qui, in una località prossima ai suoi possedimenti, ebbe numerosi incontri con Gaetano Francesco Caetani, IX duca di Sermoneta, Carlo di Sangro, Giuseppe Capece e l'inviato di Leopoldo I, Franz Freiherr von Sassinet (anche indicato con il nome Chassinet o Chassignet). Venne deciso che il marchese sarebbe temporaneamente rimasto a Cisterna, in attesa dell'ordine di marciare su Napoli. I piani della cospirazione prevedevano inoltre, per quanto concerneva il marchese del Vasto, che questi desse manforte ai contingenti austriaci che sarebbero dovuti sbarcare nel Gargano. In quella zona egli aveva messo a disposizione il castello di Manfredonia e diverse migliaia di masnadieri al comando di un armigero soprannominato "Scarpeleggia". Gli insorti avrebbero poi dovuto occupare il Castello di Ischia, che dominava l'isola, possedimento del marchese e situata in posizione strategica nei pressi di Napoli. Nel frattempo il marchese poteva continuare, relativamente indisturbato e protetto dalle sue soldatesche, l'attività di contrabbando dalla quale proveniva una cospicua parte delle sue rendite. Significativo il fatto che d'Avalos avesse fatto incetta di una notevole quantità di grano, regalandone ben trecentomila tomoli all'imperatore, da destinarsi alle armate del principe Eugenio di Savoia.Marrone, p. 80

Quando infine la congiura di Macchia entrò nella sua fase operativa il marchese non si mosse, anche a causa delle maggiori forze spagnole schierate ai confini dell'Abruzzo.

L'esilio Il 13 ottobre 1701 Cesare Michelangelo d'Avalos venne infine dichiarato ribelle da Filippo V. Il 29 ottobre 1701 fuggì pertanto da Vasto, accompagnato dal medico personale, Francesco Sabelli, alcuni paggi ed altre persone. Lasciò l'incarico di recuperare i propri effetti ad alcuni famigli che secondo le cronache del tempo "arrivano di notte tempo e imbarcano porzione di robba che trovasi nel Palazzo, ma dovettero prendere subito il largo per li soldati venuti il giorno dopo da Chieti e non si poté più prendere altra roba che era nel detto Palazzo". La stessa moglie di Cesare Michelangelo, Ippolita, accompagnata dalle sue dame, si rifugiò nel convento di S. Chiara, dove sarebbe rimasta sino al 6 gennaio 1702, allorquando le fu concesso di riunirsi al marito esule.

Mentre d'Avalos rimaneva latitante, il suo patrimonio venne sequestrato e amministrato dal Tesoriere di Chieti e Regi Conduttori. La signoria di Vasto gli fu tolta e venne concessa ad Antonio Lante Montefeltro della Rovere, II duca di Bomarzo.Anelli, p. 100

Il marchese d'Avalos si recò a Roma. Qui egli ribadì agli ambasciatori di Francia e Spagna, rispettivamente il cardinale di Janson ed il Duca d'Uzeda, di essere stato calunniato e associato alla congiura in maniera del tutto ingiustificata. I due ambasciatori gli suggerirono allora di recarsi in Spagna o a tornare a Napoli e discolparsi. Giungeva in quei giorni la notizia della condanna a morte in contumacia del marchese da parte del governo napoletano. Il marchese d'Avalos rimase quindi a Roma sotto la protezione degli inviati imperiali Lamberg e Grimani.

Il 15 gennaio 1702 si svolse un sontuoso festino per celebrare il compleanno del marchese, offerto da Lamberg. In quell'occasione venne eseguita una cantata per musica scritta dal poeta Domenico Renda.Franchi, p. 9 nota 13

Poco dopo d'Avalos entrò in un aspro dissidio con il cardinale di Janson, accusandolo di aver ordito dei piani per assassinarlo. Il conseguente giudizio dei tribunali pontifici fu la condanna a morte per calunnia di un cardinale pronunciata contro il marchese il 18 marzo del 1702. Tale sentenza non venne tuttavia eseguita grazie all'intervento dell'imperatore. Generò tuttavia delle notevoli conseguenze sul piano diplomatico: l'imperatore la interpretò come un segno tangibile della svolta filo-francese del papato, nonché come un'offesa diretta nei suoi confronti (giacché d'Avalos era stato nominato il 16 dicembre 1701 maresciallo di campo per i suoi meriti verso l'Impero).Luise, 2012, p. 267 Leopoldo I giunse al punto di cessare i rapporti con il nunzio pontificio a Vienna, ordinando nel contempo al Lamberg di interrompere le relazioni con Clemente XI.Marrone, p. 85