Regnando su quasi tutto il territorio del subcontinente indiano tramite la sharīʿa, il suo impero Moghul divenne l'economia più forte al mondo, quasi un quarto dell'economia mondiale.Maddison, Angus (2003): Development Centre Studies The World Economy Historical Statistics: Historical Statistics, OECD Publishing, , pages 259–261 Il guadagno annuale del suo impero era dieci volte più consistente dell'Impero francese. Tuttavia, a differenza dei suoi predecessori, Aurangzēb credeva che i tesori dell'impero appartenessero ai cittadini e non li teneva per sé.Dasgupta, K., 1975. "How Learned Were the Mughals: Reflections on Muslim Libraries in India". The Journal of Library History, 10(3), pp. 241–254.Qadir, K.B.S.S.A., 1936. The Cultural Influences of Islam in India. Journal of the Royal Society of Arts, pp. 228–241.

Aurangzēb era molto religioso e, secondo la storiografia, aveva memorizzato l'intero Corano: il suo regno seguiva rigidamente l'islam e la sharīʿa che ne è la Legge, a differenza dei suoi predecessori, il cui regno era stato caratterizzato dalla tolleranza religiosa. Aurangzēb non beveva bevande alcoliche, aveva solo tre mogli e non conduceva la vita appariscente dei re, cose tutte che gli assicuravano la benevolenza dei sudditi.

Tuttavia, è anche una figura molto controversa nella storia dell'Asia meridionale, ed è considerato un tiranno dalla maggior parte degli indù e dai sikh, pur avendo nei suoi eserciti numerosi soldati indù.

Durante il suo regno, molti nuovi templi indù costruiti senza il suo permesso furono distrutti. Anche la jizya, una tassa gravante esclusivamente sui non musulmani, fece la sua ricomparsa. Comunque, vari storici mettono in discussione la storicità delle affermazioni dei suoi critici, sostenendo che la distruzione dei templi e la conversione forzata da lui attuate sarebbero esagerate, dato che Aurangzēb costruì molti templi induisti, spese tanto per il mantenimento dei templi, impiegò significativamente più indù nella sua burocrazia imperiale di quanto non fecero i suoi predecessori. Aurangzēb morì nel 1707, data che segna la fine del Medioevo indiano e l'inizio della sua età moderna, caratterizzata dalla sempre più invadente e rapace azione del colonialismo europeo in generale e di quello britannico in modo particolare.

Ascesa al trono Aurangzēb (il cui nome completo era Abū Muẓaffar Muḥyī al-Dīn Muḥammad Aurangzēb ʿĀlamgīr, ), fu il terzogenito del quinto Gran Mogol, l'imperatore Shāh Jahān (il costruttore dello splendido Tāj Maḥal) e della sua amatissima sposa Arjumand Bānū Bēgum (nota anche con il nome di Mumtāz Maḥal).

A seguito di una ribellione contro suo padre, parte dei suoi figli, compreso Aurangzēb, vennero spediti come ostaggi alla corte di suo nonno Jahāngīr. Alla morte di quest'ultimo, nel 1627, Aurangzēb tornò a vivere con i suoi familiari e Shāh Jahān seguì l'usanza della sua dinastia nell'assegnare il comando ai propri figli, e nel 1634 nominò Aurangzēb Subahdar (ovvero governatore) dell'altopiano del Deccan: fu così che in quello stesso anno Aurangzēb si trasferì a Kirki, che ribattezzò Aurangābād. Nel 1637 sposò la principessa Rabīʿa Durranī in un periodo in cui l'altopiano del Deccān era in uno stato di relativa tranquillità. Nonostante ciò, alla corte dei Moghul suo padre Shāh Jahān cominciò a mostrare una particolare predilezione per il suo figlio maggiore Dārā Shikōh a scapito degli altri figli. Fu così che nel 1644, quando una delle sorelle di Aurangzēb, la principessa imperiale Jahānārā Bēgum Ṣāḥib rimase gravemente ustionata dall'accidentale incendio delle sue vesti, impregnate di essenze chimiche profumate, la forte tensione familiare scoppiò in tutta la sua virulenza con gravi conseguenze politiche. Accusato da suo padre di non essere tornato immediatamente alla notizia dell'incidente che aveva coinvolto sua sorella, Aurangzēb venne destituito della sua carica e nel 1645 venne bandito per sette mesi dalla corte imperiale. In seguito suo padre Shāh Jahān lo nominò governatore del Gujarat e nella nuova carica raccolse finalmente i dovuti riconoscimenti per le sue abilità politiche e amministrative. Fu così che nel 1647 fu eletto anche governatore di Balkh e del Badakhshan (ai confini con l'attuale Turkmenistan), per sopperire all'inettitudine di suo fratello Murād Baksh.

Tutte le regioni sotto il suo governo erano sotto la continua minaccia degli attacchi di diversi nemici esterni, ma il talento militare di Aurangzēb fece sì che esse non diventassero mai dei pericoli reali per l'impero. La sua abitudine di pregare durante la battaglia sul suo tappeto da preghiera divenne un esempio della sua freddezza e della sua razionalità, facendogli guadagnare una fama molto diffusa. Dopo essere stato eletto governatore di Multan iniziò un'interminabile guerra contro la dinastia safavide per la conquista della città di Kandahār, il cui fallimento lo gettò nuovamente in disgrazia agli occhi del padre.

Tuttavia nel 1652 Aurangzēb venne nuovamente nominato governatore dell'altopiano del Deccān, ma la sua esperienza di governatore fece sì che il suo nuovo governatorato della regione fosse molto diverso dal primo. In precedenza Aurangzēb aveva permesso che la corruzione prosperasse e che la burocrazia avesse i pieni poteri, ora invece, egli cercò di rinnovare e riformare il sistema di riscossione delle tasse per eliminare lo sperpero e il profitto illecito dei burocrati, ma con scarso successo.

Fu a questo secondo periodo di governatore del Deccan che risale la prima devastazione di un tempio indù da parte dei soldati di Aurangzēb, che, con la tacita connivenza del loro capo militare, si dettero alla persecuzione di tutti i non musulmani. La condotta dei suoi soldati sarebbe infatti stata giustificata e difesa dallo stesso governatore in una serie di lettere alla corte di Shāh Jahān.

Nel tentativo di guadagnare nuova gloria, Aurangzēb attaccò i confini con i regni vicini di Golconda (1657) e di Bijapur (1658), ma in entrambi i casi i suoi successi vennero impediti dal richiamo di Shāh Jahān, o forse di suo fratello il Principe Dārā Shikōh.

La lotta per la successione Nel 1657 Shāh Jahān cadde gravemente malato e si diffuse la notizia precoce della sua scomparsa, dando inizio alla lotta per la successione. Anche se il principe Dārā era l'erede nominale al trono, la sua ascesa alla corona era tutt'altro che certa. Alla notizia della supposta morte di suo padre, il fratello di Dārā Shikōh, Shāh Shujāʿ, si dichiarò dal Bengala imperatore, ma l'invio di armate da parte di suo fratello Dārā e di suo padre lo fecero recedere dal reclamare la corona imperiale.

Tuttavia subito dopo, Murād Baksh, fratello minore di Shujāʿ, grazie ad accordi segreti con Aurangzēb per il suo sostegno, si dichiarò imperatore a Gujarat. In aperto sostegno di suo fratello, Aurangzēb iniziò a marciare da nord partendo da Aurangābād per raccogliere il sostegno dei nobili e dei capi militari. Dopo aver ottenuto una serie di vittorie, Aurangzēb dichiarò formalmente che suo fratello Dārā aveva usurpato in maniera illegittima il trono del padre, il quale, ancora vivo, per tutta risposta, nominò proprio Dārā come suo legittimo successore.

A sostegno del principe Dārā Shikōh si schierò un nobile indù, il Maraja Jaswant Singh, il quale si scontrò con Aurangzēb e Murād a Dharmatpur nelle vicinanze di Ujjain. Nonostante avesse subito delle pesanti perdite, Aurangzēb sconfisse il Maraja, potendo concentrare le sue forze contro suo fratello Dārā. A seguito di una serie di sanguinose battaglie, le truppe fedeli ad Aurangzēb sconfissero quelle di Dārā a Samugarh. Dopo aver accerchiato in pochi mesi la città di Āgrā, le forze di Aurangzēb costrinsero il principe Dārā alla fuga a Delhi, lasciando nelle retrovie il vecchio Shāh Jahān, che si arrese dopo essersi arroccato nel Forte rosso di Agra. Nonostante gli inviti da parte di suo padre, Aurangzēb rifiutò ogni tipo di trattativa dichiarando suo fratello Dara il suo principale nemico. Nonostante il cambio di fronte da parte di suo fratello Murād, il quale cercò di assassinarlo per avvelenamento e venne arrestato, l'ostinata caccia a Dārā da parte di Aurangzēb non venne frenata. I precedenti sostenitori di Murād si schierarono con lui mentre Dārā raccoglieva un nuovo esercito nel Punjab. Nel frattempo l'esercito inviato contro suo fratello Shujāʿ venne messo in rotta e i suoi capi militari, il generale Jai Singh I e Diler Khān si arresero ad Aurangzēb, consentendo tuttavia che il figlio di Dārā Shikōh, Sulaymān, potesse sfuggire dalle mani dello zio e, attraversando i passi dell'Himalaya, potesse raggiungere il padre nel Punjab. Aurangzēb offrì a suo fratello Shujāʿ il governatorato del Bengala, ma questi, non confidando nella buona fede del fratello, continuò a combattere per Dārā. Tuttavia le sue armate subirono una serie di pesanti sconfitte per mano di Aurangzēb e Shujāʿ fu costretto all'esilio ad Arakan, l'antico nome dell'odierno Stato birmano di Rakhine, dove scomparve poco dopo e, probabilmente, morì.

Con i suoi fratelli in rotta e con suo padre prigioniero ad Agra, Aurangzēb era libero d'inseguire e punire il suo acerrimo nemico: suo fratello Dārā. Dopo aver attraversato i confini nord-occidentali del regno, Aurangzēb inseguì l'esercito di Dārā e, dopo numerose battaglie, riuscì a catturarlo grazie al tradimento di uno dei generali di Dārā.

Nel 1659 il principe Dārā Shikōh fu condotto in catene a Delhi e giustiziato: la sua testa fu inviata per dispregio a suo padre, prigioniero al Forte rosso, per ironia prospiciente al colossale Tāj Maḥal, capolavoro architettonico del suo regno.

Il regno di Aurangzēb Il rafforzamento della Legge islamica

Prima di Aurangzēb, i Gran Mogol erano sempre stati relativamente tolleranti nei confronti delle altre religioni e dei loro credenti, permettendo a questi ultimi di praticare le loro usanze e i loro culti religiosi senza particolari ingerenze. Nonostante l'emanazione di alcune leggi a protezione della religione musulmana, come la proibizione di edificare nuovi templi indù e la tassa a carico dei non musulmani (detta Jizya), voluta dall'imperatore indiano Akbar, nel 1562, l'impero moghul era sempre stato tollerante nei confronti delle altre religioni (lo stesso Akbar aveva sempre incoraggiato la tolleranza religiosa verso i non musulmani).

Tuttavia, con l'avvento di Aurangzēb, gran parte dei punti di vista liberali e tolleranti dei suoi predecessori ebbero termine. Egli fondò un'osservanza molto più rigida dell'Islam, basata sulla Legge islamica (Sharīʿa) che tradusse in editti e leggi, tutte contenute nel suo codice di 33 libri, il Fatāwā-e-ʿĀlamgīrī (Le Fatwā di ʿĀlamgīr).

Sotto il regno di Aurangzēb la corte Mogol cambiò radicalmente, seguendo i precetti dei predicatori islamici più fondamentalisti, il sovrano vietò ogni tipo di musica, bandendo musicisti, danzatori e cantanti (è ironica, da questo punto di vista, l'iconografia dell'imperatore mentre suona una vina, uno strumento a corde dell'epoca). Successivamente, sempre seguendo la sua interpretazione fondamentalista dell'islam, Aurangzēb proibì la rappresentazione di immagini, ponendo fine così alla ricca e raffinata produzione iconografica delle pitture miniate, che aveva raggiunto il suo apice prima del suo regno. Egli diede ordine ai suoi soldati e ai suoi seguaci di distruggere tutte le immagini presenti nel regno, comprese quelle presenti nel palazzo imperiale stesso. Un numero impressionante di immagini venne distrutto sotto il regno di Aurangzēb, il quale abolì tutte le usanze attinte dalla religione indù e istituite dai suoi predecessori, soprattutto quella del darshan, ovvero l'apparizione per la benedizione pubblica e quella delle celebrazioni pubbliche per il compleanno del Mogol.

I musicisti organizzarono un funerale di protesta per celebrare la "morte della Musica". Assistendo alla manifestazione, l'Imperatore moghul commentò: Lasciate che venga ben sepolta.