La lingua napoletana (anticamente detta lingua napolitana) è una lingua romanza – appartenente al gruppo italo-dalmata – attestata fin dal Medioevo nell'Italia meridionale.

Storia La lingua napoletana trae le proprie origini da un insieme più o meno omogeneo di antichi dialetti italo-meridionali, noti in epoca alto-medievale con il nome collettivo di volgare pugliese; tale denominazione storica derivava dal ducato di Puglia e Calabria (comprendente in realtà vaste porzioni dell'Italia meridionale) che, in epoca normanna, gravitava su Salerno, non a caso definita "la capitale della Puglia" in quanto sede principesca nell'ambito del regno di Sicilia.

Tuttavia, a partire dal XIII secolo, la parte peninsulare dell'Italia meridionale ebbe quale centro propulsore la città di Napoli, capitale dell'omonimo regno per oltre mezzo millennio (fino al XIX secolo), sicché, sotto il profilo linguistico, all'interno dell'area di diffusione del volgare pugliese divenne via via più preponderante l'influsso della variante partenopea, che in origine doveva sostanzialmente coincidere con una forma antica del dialetto napoletano propriamente detto; quest'ultimo, alla stregua degli altri dialetti meridionali appartenenti al medesimo continuum dialettale, avrebbe poi continuato ad evolversi per proprio conto nel corso dei secoli senza alcuna standardizzazione di base (analogamente a quanto avvenuto al dialetto fiorentino in rapporto alla lingua italiana, che pure trae origine da una sua forma antica).Già nel XVIII il napoletano letterario appariva talmente diverso dal napoletano comunemente parlato che nel 1779 Ferdinando Galiani, nella sua ricerca Del dialetto napoletano, scriveva che il Pentamerone di Giambattista Basile (edito nel 1634) era «scritto in un dialetto tanto adulterato e pieno d'errori, che spesso potrebbe da noi»;

La rilevanza del pugliese "napoletano" andò affermandosi soprattutto a partire dal 1442, quando, per volontà di re Alfonso V d'Aragona e I di Napoli,Estratti di prammatiche in volgare napoletano letterario, in uso alla corte aragonese di Napoli nella seconda metà del XV secolo. il suddetto idioma, nella sua forma letteraria (strutturalmente distante dell'odierno vernacolo napoletano, presentando molteplici affinità col toscano e un cospicuo numero di latinismi,Esempio di napoletano letterario in uso alla corte di Napoli nella seconda metà del XV secolo, pervenutoci attraverso i saggi di Giovanni Brancati, umanista di corte di Ferdinando I: «Ben so io esserno multe cose in latino dicte quale in vulgaro nostro o vero non se ponno per niente o ver non assai propriamente exprimere, quale son multi de animali quali noi havemo, molti de arbori quali fi’ al presente sono como dal principio foron chiamati; chosì de herbe, de medicine, de infirmitate, de metalle, de pietre et de gioie, essendono o ver per loro rarità o vero per sorte chon li primi lor nomi ad noi pervenute. […]». In quest'epoca, il napoletano letterario in uso alla cancelleria di corte, si presenta epurato di alcuni dei tratti più marcatamente locali, alleggeriti con l'ingresso di elementi assunti dalla tradizione letteraria toscana, considerata più prestigiosa. nonché, in minor misura, alcuni desueti prestiti lessicali di adstrato da altre continuità romanze), andò a costituire la lingua ufficiale della cancelleria del regno alternandosi in tale ruolo con il volgare toscano e sostituendo in alcuni contesti il latino, pur conservando tale funzione per un periodo relativamente breve: fino al 1501, quando, per volere degli stessi letterati locali dell'Accademia Pontaniana, venne progressivamente sostituito – e dal 1554, per volontà di Girolamo Seripando, in modo definitivo – dal suddetto volgare toscano, ossia dall'italiano standard che, proprio dal XVI secolo, e in concomitanza con la trasformazione in viceregno del reame di Napoli, è usato come lingua ufficiale e amministrativa di tutti gli Stati italiani preunitari (con l'eccezione della parte insulare del Regno di Sardegna, ove l'italiano standard assunse tale posizione a partire dal XVIII secolo) e, successivamente, dell'Italia stessa.

Anche dal XVIII secolo in poi, e in un contesto di già riacquistata autonomia e indipendenza politica del Regno di Napoli (divenuto a seguire Regno delle Due Sicilie), la lingua napoletana continuò a non godere di alcuno status di ufficialità, dato che la funzione di lingua ufficiale e amministrativa del regno era ormai, già da tempo, svolta dalla lingua italiana; ciò nonostante, il prestigio storico-letterario e culturale della lingua napoletana sopravviverà assai più a lungo, andando ben oltre il Risorgimento e l'unità d'Italia e, sotto molti aspetti, giungendo anche in epoca contemporanea.

Alcuni studiosi moderni mettono però in dubbio l'esistenza di una "lingua napoletana" sovraregionale che accomunerebbe gran parte dell'Italia meridionale sia sul piano storico-linguistico, che su quello storico-politico e culturale e identitario, "l’UNESCO, come tutti gli enti linguistici internazionali, classifica geograficamente le varie lingue, e lo fa pure in modo assai semplificato e fuorviante se è vero che indica per napoletano una lingua macroregionale anche detta “italiano del Sud”, insieme dei dialetti alto-meridionali, quelli del territorio appartenuto al Regno di Napoli, dalle Marche meridionali in giù, esclusi il Lazio centro-settentrionale, la bassa Calabria e il Salento. Insomma, più che lingua napoletana, lingua napolitana, come era detta la nazionalità degli abitanti dell’estinto Regno di Napoli o, se vogliamo, della parte statuale del Regno delle Due Sicilie al di qua del faro di Messina. Lingua che, con tale estensione, non esiste, perché nel Sud peninsulare si parlano alcune varietà locali tra loro diverse che non possono essere considerate come variazioni del napoletano. D’altronde, la stessa Campania è una regione storicamente complessa i cui territori, tra il VI e l’XI secolo, si presentavano divisi tra bizantini e longobardi, quindi tra elemento grecizzato da una parte e latinizzato dall’altro, oggi rispecchiati nella presenza più significativa di grecismi nelle zone costiere, da Napoli al Cilento, e di longobardismi nelle zone appenniniche più interne. Uscendo dalle classificazioni grossolane, comprese quelle di tutti gli stranieri che considerano napoletani finanche i calabresi e i lucani, un concetto dev’essere chiaro: il vero napoletano è parlato solo nella popolosa area metropolitana partenopea, e persino in tale ambito emergono particolari differenze tra i vari quartieri." pur riconoscendo alla città di Napoli un'influenza o contaminazione esercitata sui dialetti meridionali. "Il ruolo di Napoli, in quanto capitale del regno napolitano che fu, ha piantato i suoi lasciti anche in altri territori dell’Italia meridionale, là dove alcune parole napoletane si sono diffuse e fissate nei dialetti autoctoni."

Fonetica e ortografia

Vocalismo Anteriore Centrale Posteriore Alta Medio-alta Medio-bassa Bassa

Consonantismo

BilabialiLabio-dentaliDentali/AlveolariPost-alveolariPalataliVelariNasali ɲŋ (n)Occlusive c ɟk ɡAffricated͡z (z) t͡ʃ d͡ʒFricative (s)ʃ (s)ɣ (gh)VibranteLateraliʎApprossimante w

Ortografia LetteraIPAPronunciaa~ a è solitamente aperta, pronunciata a volte come la a nell'inglese father. quando è in finale di parola e non accentata, è pronunciata come uno scevàe, accentata si pronuncia sia come la è che come la é italiane. senza accento si pronuncia come uno scevào, accentata si pronuncia sia come la ò che come la ó italiane. senza accento si pronuncia come uno scevài, come in italianou, come in italiano

LetteraIPAPronunciap si pronuncia come in italiano è una b dopo la mbsi pronuncia come in italiano, sempre geminata davanti a una vocalet si pronuncia come in italiano è una d dopo la ndsi pronuncia come in italianoc ; si pronuncia come in italiano è una g dopo la ng; si pronuncia come in italiano, sempre geminata davanti a una vocalefsi pronuncia come in italianovsi pronuncia come in italianos ; -

; si pronuncia come in italiano ma sempre sorda, anche prima delle consonanti sonore ; [è una z sonora dopo la n] si pronuncia come la s in rosa se è prima della d

si pronuncia come la sc in scettro se è prima delle consonanti sorde (tranne )

si pronuncia come la ge in garage se è prima delle consonanti sonore (tranne ) come m, b, g, vz ; si pronuncia come in italiano (zucchero) non è mai però sorda dopo la n

si pronuncia come in italiano (zebra)jcome una i semiconsonantelsi pronuncia come in italianomsi pronuncia come in italianonsi pronuncia come in italianorsi pronuncia come in italianoqsi pronuncia come in italianoh -si pronuncia come in italianoxsi pronuncia come in italiano; a volte tra i suoni c e s c'è uno scevà LetteraIPAPronunciagnɲsi pronuncia come in italianogl(i)ʎsi pronuncia come in italiano; a volte più simile ad una i fricativascʃsi pronuncia come in italiano. Nei testi Seicenteschi, la grafia sh viene usata per il suono /ʃ/ semplice, mentre la grafia sc(i) per il suono /ʃ:/ doppio (di cui solo quest'ultimo esiste propriamente in italiano) La pronuncia delle [s] [s]

Letteratura Le prime attestazioni letterarie in lingua napoletana propriamente detta risalgono alla fine del XIII secolo; tuttavia tracce scritte di un idioma volgare parlato nell'area emergono, sia pur in un ambito più vasto rispetto a quello strettamente metropolitano, fin dalla seconda metà del X secolo.

Placiti cassinesi

Montecassino Alle esperienze letterarie dell'Italia meridionale furono sensibili i monaci di Montecassino, centro di un'importante comunità di intellettuali nel Medioevo italiano. L'interesse letterario dei cassinensi, indirizzato prevalentemente a rafforzare l'esperienza della fede e della conoscenza di Dio, fu sollecitato da sempre secondo l'insegnamento lasciato da San Benedetto nella regola da lui redatta. Risalgono all'XI e al XII secolo dei manoscritti in volgare, di cui restano pochi frammenti, conservati nella biblioteca del monastero. È possibile distinguere in questa produzione una varietà di genere e stile insolita rispetto al contesto napolitano, che fu eguagliata solo con poeti toscani del XIII-XIV secolo e i successivi, tra cui Dante, in cui un complesso simbolismo religioso è sostenuto da gradevoli forme liriche, in Eo, sinjuri, s'eo fabello, o anzi in rime di gran pregio stilistico riesce a trapassare un realismo, di chiara ispirazione cristiana, che nella poesia medievale, ma anche nei classici, raramente fu espresso:

La «scuola siciliana» Le opere prodotte da un gruppo di poeti del Mezzogiorno, nel XIII secolo, rappresentano l'inizio della letteratura volgare italiana. I loro testi sono assemblati per le tematiche simili, nonché per il sublime lirismo che li caratterizza, e vengono definiti espressione di una corrente letteraria detta «scuola siciliana». Sono le poesie di Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese e Guido delle Colonne. Dalla Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis però, che inizia con un'analisi sulla produzione degli scrittori federiciani, costoro sono trattati come il prodotto di un terreno artistico italiano uniforme su cui sarebbe maturata poi la letteratura italiana vera e propria. Inoltre, tanto coloro che adottarono il volgare pugliese quanto quelli che adottarono il volgare siciliano sono chiamati siciliani, perché con tale accezione si connotavano nel duecento, secondo il De Sanctis, coloro che provenivano dal Regno di Sicilia.