In filosofia, nelle scienze e nel senso comune, il concetto di causa, assieme a quello connesso di causalità (o relazione causale) indica la relazione tra due fenomeni (o classi di fenomeni), nel caso in cui il primo fenomeno, detto causa, è motivo di esistenza del secondo, detto effetto. La causa è il motivo per il quale qualcosa è ed è così come è.

È detto principio di causalità (o legge di causalità) quel principio filosofico che presuppone l'esistenza di una causa determinata per ogni effetto.

Storia del concetto nel mondo antico Gli atomisti Il concetto viene elaborato per la prima volta dalla scuola atomistica con Leucippo (V secolo a.C.) dal quale si può far iniziare tutta la tradizione filosofica e scientifica occidentale mirante ad una interpretazione razionale dei fenomeni naturali.

Sin dall'inizio il pensiero greco ha visto nei fatti empirici l'esistenza di una connessione necessaria che poteva essere: d'origine puramente fisica, materiale, come sostenevano gli atomisti che pensavano a cause meccaniche. d'origine immateriale, dovuta cioè a cause intelligenti che operavano finalisticamente, come ritenevano Anassagora, Platone e gli Stoici.

Platone Per Platone, la causa si trova nell'ambito metaempirico, in modo tale che le cose particolari dipendono nell'essere dalle idee o archetipi dalle quali dipendono. Fra i principi e le cause, se ne può trovare una, nominata come idea del Bene nella Repubblica, che sarebbe la causa sia dell'essere delle realtà sia del poterle conoscere. Nel Filebo e nel Timeo si parla anche di un'intelligenza-causa oppure di un Demiurgo, che avrebbe portato il mondo materiale dal disordine verso l'ordine che coincide con il bene:

Aristotele

Una trattazione estesa del concetto di causa, a cui si rifarà la filosofia antica e medioevale, è stata quella di AristoteleAristotele, Fisica, I, 1, 184a, 10. che considera il sapere legato alla conoscenza delle cause (come si disse nella versione latina: verum scire est scire per causas).

Secondo Aristotele, esistono quattro tipi di cause:Fisica, II, 3 e Metafisica V, 2. causa materiale,In latino: id ex quo, ciò di cui una cosa è fatta. indica la materia di cui è fatta una cosa (ad esempio il marmo nel caso si tratti di una statua); causa formale,Id quo, ciò per cui è fatta. la forma, il modello o l'essenza di una cosa (nel caso citato la forma che rappresenta la statua); causa efficiente,In greco kinētikè aitìa, id a quo, lett. ciò da cui. ciò che ha prodotto la cosa (lo scultore), ma anche la causa del movimento (in greco: archè tēs kinēseōs); causa finale,In latino: id cuius gratia, ciò in vista di cui le cose sono mosse. il fine che quella cosa deve realizzare con la sua esistenza (la statua cioè deve essere utilizzata come statua, ad esempio per ornare un ambiente).

Aristotele definì cause intrinseche quella materiale e formale in quanto costitutive dell'oggetto di indagine, ed estrinseche la causa efficiente e finale.Aristotele, Metafisica I. 983 a26 ss. Citato in Tommaso d'Aquino dimostrò che le cause possono essere soltanto queste quattro e che fra esse esiste il seguente ordine di priorità: "la materia viene perfezionata dalla forma, la forma dall'agente e l'agente dal fine."Tommaso d'Aquino, In IV Sententiarum, d. 3, q. 1, a. 1. sol. 1. Citato in Mondin, Ontologia e metafisica, ESD, 2022, p. 158. La causa finale è quindi la causa delle causeSumma Theologiae I, q. 5, a. 2, ad 1. o, in termini equivalenti, la regina delle cause.

In un modo più semplificato, il De hebdomadibus di BoezioTractatus de hebdomadibus testo latino e traduzione inglese. distingueva lo stato attuale dell'ente (id quod est, ciò che è) da quello a cui tende (quo est, ciò per cui è). Ques'ultimo è ciò che l'ente deve essere per volere e progetto di Dio (l'essenza dell'ente e l'essere della sua idea o forma perfetta in Dio), ed è anche ciò che naturalmente e spontaneamente tende ad essere: la natura ed il suo fine innato e connaturato.Un caso particolare di questo processo sarebbe il trasformarsi di un ente nel proprio contrario o negazione. In virtù del principio del terzo escluso Aristotele teorizzò la necessità di una causa efficiente, terza al mutare della sostanza A nella sostanza B, intesa come ciò che rimane immutabile e non diviene durante il divenire della potenza in atto.

Le quattro cause corrispondono rispettivamente ad altrettante ratio: ratio conoscendi (causa formale), ratio essendi (causa materiale), ratio volendi (causa finale) e ratio fiendi (o del divenire, causa efficiente). Schopenhauer le associò a quattro modi distinti del principio di ragion sufficiente.

La Scolastica trattò questi temi e ampliò la trattazione aristotelica concentrandosi sulla definizione di causa prima, che attraverso la dimostrazione cosmologica veniva identificata con Dio. Tale strutturazione logica del divenire ha avuto altre rilevanti implicazioni teologiche nel Medioevo.Nella religione cattolica il sacerdote è la causa efficiente della transustanziazione eucaristica; in un concepimento, il sinolo di anima e corpo del nascituro è la causa formale, il corpo della madre è la causa materiale, la sola anima del nascituro è la causa efficiente che governa e presiede il processo di gestazione, l'unione dell'anima del concepito al proprio corpo completo di tutti i suoi organi è la causa finale. La causalità efficiente era retta da due principi: omne agens agit simile sibi. Recensione. B. Mondin, Ontologia e metafisica, ESD, 2022, p. 128. (ogni agente produce qualcosa di simile a sé): affermato di frequente negli scritti di San Tommaso d'Aquino, il principio stabilisce una relazione di somiglianza e analogia fra la causa e l'effetto; nemo dat quod non habet (nessuno dà ciò che non possiede) B. Mondin, Ontologia e metafisica, ESD, 2022, p. 160.: parzialmente simile al principio giuridico omonimo, in metafisica stabilisce che la causa non può donare all'effetto la quantità di essere (e quindi di unità, verità, bontà, realtà e perfezione) che già non possiede all'interno di sé stessa. Diversamente, si avrebbe creazione dal nulla di sé e dell'altro-da-séSi noti che tale schema vale anche nella creazione descritta nel Libro della Genesi. Dio Creatore possiede infatti tutto l'Essere, è l'Essere e quindi il suo grado di realtà (unità, verità, bontà e perfezione) è maggiore di quello di qualsiasi creatura). In altre parole, la causa deve possedere un grado di realtà maggiore o uguale a quello dell'effetto. Se è maggiore, si parla di causalità equivoca, in analogia ai tre tipi di predicazione logica (univoca, equivoca, analogica); se è uguale, si parla di predicazione univoca.

Tommaso al riguardo distingueva fra causa fiendi (causa dell'accadere, del solo iniziare ad essere) e causa essendi (causa dell'essere e anche dell'iniziare ad essere).Ne sono un esempio il costruttore (causa fiendi) e i materiali di una casa (causa essendi). La casa continua ad esistere anche quando il costruttore ha cessato la sua opera, motivo per cui quest'ultimo è causa necessaria e sufficiente del suo iniziare ad essere; ma senza l'ordine e la qualità dei materiali costruttivi, la casa crolla, motivo per cui questi sono necessari non solo per il suo iniziare ad essere, ma anche per la sua permanenza nell'essere (causa essendi). Quando l'essere della causa agente è nell'effetto in grado minore o uguale, si tratta di una causa fiendi. Ad esempio i genitori che procreano un essere umano o animale avente un grado di essere uguale al proprio, vale a dire una creatura con gli stessi diritti e doveri e statuto ontologico (e un'anima se è una creatura umana). Essi sono causa fiendi del solo iniziare a vivere della creatura, che, infatti, una volta partorita e dopo un certo periodo di addestramento alla vita, è capace di vivere anche senza i propri genitori. Dio è causa essendi di tutto ciò che esiste: non solo del sorgere delle cose, ma anche del loro perseverare nell'essere.Sofia Vanni Rovighi, Elementi di Filosofia, 3. La Natura e l'Uomo, Biblioteca (n. 6), Scholé, 2022, p. 154.

Inoltre, il secondo principio stabilisce anche un legame qualitativo: la causa può trasmettere all'effetto soltanto la propria essenza. Ad esempio, il cane non può trasmettere ai propri piccoli l'essenza di un felino, bensì soltanto quella di un cane. Il principio equivale a quello del causa aequat effectum (la causa eguaglia l'effetto) sia in senso quantitativo che qualitativo.

Storia del concetto nell'età moderna La rivoluzione scientifica che prese avvio nell'età moderna si concentrò quasi esclusivamente sui concetti di causa materiale e di causa efficiente; quest'ultima venne approfondita e fatta coincidere col concetto di legge o connessione causale dove il rapporto causa-effetto è rappresentato da grandezze misurabili matematicamente: Keplero, ma soprattutto Galilei e Cartesio esclusero espressamente dal loro orizzonte filosofico la causa formale intesa come essenza o qualità, ritenendola priva di risvolti oggettivamente significativi per lo studio della natura.

Da questo punto nasce la fisica classica che da Isaac Newton a Pierre Simon Laplace assume il determinismo e il meccanicismo come unico approccio alla trattazione dei fenomeni naturali. Non mancarono critiche nei suoi confronti, sia da parte di chi si situava all'interno stesso dell'alveo tracciato dalla rivoluzione scientifica (gli empiristi anglosassoni), sia da parte dei fautori della tradizione aristotelica.

Il materialismo, come altre filosofie che negano la creazione, critica che l'universo-materia esistente abbia una causa esterna, ma afferma che sia esso stesso la causa di sé come nel seguente passo del filosofo illuminista barone d'Holbach:

Critica del concetto di causa

Parlando delle idee complesse John Locke distingue in esse le idee di relazioni come quelle che stabiliscono dei rapporti tra le idee come avviene con l'idea di relazione causa-effetto: per cui se sperimentiamo, ad esempio, che la cera si scioglie sottoposta a calore, tendiamo a pensare, dalla ripetitività di questo fenomeno, che ci sia un rapporto di causa effetto. Locke ritiene che si tratti di una semplice, non necessaria connessione di idee della quale non possiamo affermare con certezza che il collegamento di queste corrisponda con la realtà.

Se Locke metteva così in dubbio la nostra possibilità soggettiva di conoscenza, ma non il presupposto che i fenomeni naturali fossero da ricondurre a rapporti causali di tipo meccanico, Leibniz metteva invece in risalto come la spiegazione fornita dalla causa efficiente in realtà non spiegasse nulla. Sostenere ad esempio che noi vediamo perché abbiamo gli occhi (causa efficiente) non spiega il fatto che gli occhi ci sono stati dati per vedere (causa finale): è dunque la causa finale, aristotelicamente intesa, che riesce a rendere ragione degli eventi e delle leggi della natura.Ubaldo Nicola, Antologia di filosofia. Atlante illustrato del pensiero, Demetra, 2002, pagg. 258 e segg.