Un autoritratto è un ritratto che un artista fa di sé stesso.
Pressoché sconosciuto all'arte antica, il genere è andato affermandosi nel periodo medievale, fino a raggiungere completa dignità artistica nel Rinascimento, grazie soprattutto ai pittori italiani e dell'Europa settentrionale. Conobbe nel corso dei secoli diverse formule stilistiche, fra le quali la più nobile è considerata quella dell'autoritratto cosiddetto «autonomo». Fra gli artisti che maggiormente si dedicarono alla raffigurazione delle proprie fattezze vi furono il tedesco Albrecht Dürer e gli olandesi Rembrandt e Van Gogh.
Pur essendo un fenomeno prevalentemente pittorico, non mancano notevoli esempi di autoritratto scultoreo; nel XIX secolo, l'invenzione della fotografia fu occasione della nascita dell'autoritratto fotografico.
L'autoritratto nell'arte antica Nell'arte antica mancò una vera e propria tradizione artistica legata all'autoritratto. Non sono infatti considerabili tali alcune raffigurazioni di artisti all'opera rintracciabili in certe pitture egizie o su alcuni vasi greci, trattandosi infatti di immagini corporative equivalenti alla firma dell'artigiano.. Significativa in ambito greco è l'informazione data da Plutarco nella Vita di Pericle (e riportata da Cicerone) secondo il quale lo scultore Fidia avrebbe avuto l'«ardire» di ritrarsi in fianco a Pericle tra i personaggi della Battaglia delle Amazzoni scolpita a bassorilievo sullo scudo dell'Atena Promachos nel Partenone: un gesto che sarebbe costato al suo autore una condanna per empietà, alla quale sarebbe seguito il volontario esilio che lo condusse alla morte lontano da Atene. I greci dopotutto disprezzavano il ritratto stesso, e si deve aspettare l'ellenismo per avere una accettazione della rappresentazione fisiognomica in generaleRanuccio Bianchi Bandinelli, Il problema del ritratto, in L'arte classica, Editori Riuniti, Roma 1984..
Il medioevo e i primi autoritratti ambientati L'arte medievale vide una prima diffusione dell'autoritratto, ma sempre sotto forma di particolare contestualizzato nell'insieme dell'opera e mai come genere autonomo: si parla in proposito di autoritratti «ambientati» (o «situati»). La funzione di queste raffigurazioni, eseguite a mo' di firma, era semplicemente la certificazione della paternità dell'opera..
Fra le ragioni dell'inesistenza dell'autoritratto come genere artistico a sé stante vi era la scarsa importanza che l'arte medievale attribuiva alla somiglianza fisionomica delle persone raffigurate nei ritratti. Più importanti erano le connotazioni sociali e professionali, a tal punto che solo attraverso di esse era possibile risalire all'identità della persona rappresentata nel ritratto o nell'autoritratto. Soprattutto, nella società medievale l'artista era visto sostanzialmente come un artigiano, privo della caratura culturale della quale avrebbero goduto pittori e scultori dei secoli a venire.
In numerosi casi, sempre nell'ambito dell'uso dell'autoritratto come firma, avveniva un accostamento fra l'artigiano e la figura del donatore, rappresentati insieme in atteggiamento di preghiera: è il caso dell'immagine che lo scultore Ursus realizzò di sé e del duca Ulderico tra il 739 e il 740 sull'altare dell'abbazia di San Pietro in Valle a Ferentillo, o di quella dell'orafo Volvinio sull'altare di Sant'Ambrogio nel IX secolo, in cui l'artigiano è addirittura incoronato al pari dell'arcivescovo Angilberto dallo stesso sant'Ambrogio. Talvolta vi era addirittura coincidenza fra le figure del donatore e dell'artigiano, come nel caso di Hugo d'Oignies, orafo e frate converso che donò al suo monastero un manoscritto sulla cui copertina in argento egli si raffigurò nell'atto della donazione. Tendenzialmente, tali fenomeni sono riscontrabili maggiormente nell'arte dell'Europa settentrionale, più che in quella meridionale.
Giorgio Vasari riportò notizia di alcuni autoritratti eseguiti da Giotto (1267-1337): al Castello Nuovo di Napoli il pittore avrebbe realizzato un ciclo raffigurante uomini famosi, inserendo anche il suo volto; a Gaeta «il suo proprio ritratto presso un grande crocifisso» sarebbe stato inserito in alcune scene del Nuovo Testamento, mentre a Firenze si sarebbe ritratto accanto a Dante nella cappella del palazzo del Podestà..
Il Rinascimento: sviluppo e diversificazione dell'autoritratto L'epoca rinascimentale vide un notevole sviluppo del genere artistico dell'autoritratto, che mano a mano si diffuse maggiormente e acquisì sempre più dignità artistica autonoma, con episodi notevolissimi e seguaci illustri soprattutto in Italia e nell'Europa del Nord. Tra le cause del nuovo interesse che gli artisti cominciarono a nutrire verso la raffigurazione del proprio volto ve ne furono di tecniche, culturali e sociali.
Lo sviluppo dell'autoritratto: ragioni tecniche
Sul piano tecnico, la diffusione di nuovi materiali e di nuove modalità di stesura del colore (si pensi in particolare alla pittura a olio) resero possibili notevoli miglioramenti nella resa sia disegnativa che coloristica e chiaroscurale dei dipinti. Inoltre, il perfezionamento e la notevole diffusione dello specchio facilitarono il compito dei pittori nell'atto di autoritrarsi, e contribuirono all'imporsi del modello compositivo prevalente, ossia quello caratterizzato dallo sguardo obliquo del soggetto e dalla posa di tre quarti. Tuttavia, va ricordato che solo dal 1516 si cominciarono a produrre a Murano specchi piatti simili a quelli moderni. Sino ad allora erano diffusi specchi convessi, che generavano una distorsione ottica dal centro all'esterno dell'immagine tale da rendere particolarmente difficoltosa l'esatta percezione della propria immagine riflessa e di conseguenza il suo trasferimento sulla tela..
Ragioni culturali Significativa fu anche la nascita di una diversa prospettiva culturale: la centralizzazione filosofica del ruolo dell'uomo rispetto al creato, operata dalla cultura umanista, ingenerò un notevole accrescimento nella sensibilità artistica dell'interesse per il volto umano, per i suoi tratti fisionomici e per le sue molteplici espressioni e sfumature con un conseguente incremento nella produzione di ritratti e, di conseguenza, di autoritratti. Questo nuovo tema della pittura rinascimentale - esemplificabile con le parole di Leonardo «farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare ciò che la figura ha nell'animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile» - segnò lo stacco definitivo con l'arte precedente..
L'interesse culturale per la psiche del soggetto raffigurato, e nello specifico dell'artista stesso, assunse durante il Cinquecento connotazioni di natura pseudoscientifica: centrali furono infatti le teorie della fisiognomica elaborate Giovan Paolo Lomazzo e l'importanza che Gerolamo Cardano diede alla magia e all'alchimia come basi metodologiche delle sue ricerche sull'animo umano. Sarà invece nel secolo successivo che il discorso assunse una dimensione più scientifica, nell'accezione moderna della parola..
Ragioni sociali Tuttavia l'elemento che più di ogni altro determinò lo sviluppo del fenomeno dell'autoraffigurazione fu di ordine sociale. La figura dell'artista passò infatti da una dimensione meramente tecnico-artigianale ad una più marcatamente creativa e culturale. Per secoli infatti gli artisti subirono la soggezione degli antichi maestri greci e romani, mitizzati dagli scrittori dell'età classica, e si consideravano appartenenti ad una classe sociale artigianale, legata all'applicazione del proprio lavoro manuale e alle conoscenze che questo implicava, più che a doti di ordine intellettuale.
Tuttavia, a partire dal XIII secolo divennero sempre più frequenti i rapporti culturali e personali fra artisti ed intellettuali, come nel caso di Simone Martini, divenuto amico del Petrarca; di conseguenza sempre più spesso essi cominciarono ad essere citati nelle opere letterarie dell'epoca: Cimabue e Giotto vennero menzionati nella Commedia, Buffalmacco e lo stesso Giotto lo furono nel Decameron. Nel secolo successivo addirittura molti artisti assunsero prestigio anche in campo umanistico o scientifico: Piero della Francesca fu valente matematico, Leon Battista Alberti e Lorenzo Ghiberti furono apprezzati teorici dell'arte, Leonardo da Vinci divenne uno degli scienziati più noti e poliedrici della storia. Il ruolo dell'artista completò così in due secoli una vera e propria «scalata sociale», che lo pose in una posizione di assoluto prestigio culturale. Si diffusero come logiche conseguenze la prassi di firmare i propri lavori, contribuendo ad attirare l'attenzione, oltre che sull'opera, anche sul suo autore, e la considerazione del proprio volto come soggetto degno di attenzione e raffigurazione artistica..
Così, il processo di emancipazione dell'artista dal suo originario ruolo di artigiano è testimoniato dall'evoluzione che in epoca rinascimentale ebbero gli autoritratti, da timide raffigurazioni del pittore che «si limita a occhieggiare, appartato, ai margini della composizione» (gli autoritratti cosiddetti «ambientati») a genere e soggetto autonomo, «simbolo delle conquiste sociali e intellettuali dell'artista, che sente di poter dare indipendente dignità alla propria immagine, senza doverla più giustificare con l'inserimento ai margini di composizioni complesse».
La figura e il volto dell'artista cominciarono del resto a suscitare interesse anche da parte dei rappresentanti dellélite culturale del tempo: Vasari ad esempio scrisse le Vite impostandole biograficamente come una sequenza di ritratti, che si preoccupò di approfondire anche da un punto di vista dell'aspetto fisico e caratteriale.
La diversificazione e la nascita dei principali filoni Si delinearono così quattro diverse concezioni e linee di sviluppo dell'autoritratto. L'autoritratto «situato» (o «ambientato)», unico tipo di autoritratto praticato dalla tradizione medievale, aprì la strada alla nascita del cosiddetto «criptoritratto». Accanto ad esso nacque la tradizione dell'autoritratto «autonomo», in cui la raffigurazione del pittore è protagonista unica del dipinto, e che sarebbe diventato il principale genere di autoritratto. Si affermarono inoltre gli autoritratti «delegati» (o «simbolici» o «allegorici»), in cui l'artista è rappresentato nei panni di un personaggio storico, sacro o mitologico, coerente ed integrato nella composizione (come anche avviene nei ritratti situati), e quelli «di gruppo», di ambientazione sia familiare che professionale. Quest'ultimo filone tuttavia, pur vantando episodi notevoli anche in epoca rinascimentale, conobbe un pieno sviluppo solo a partire dal XVII secolo.
Gli autoritratti ambientati Questo filone, di impostazione ancora tardo-medievale, fu particolarmente in voga nel Quattrocento e nei primi anni del Cinquecento italiano.
Esempi particolarmente noti sono quelli di Piero della Francesca, che si ritrasse in preghiera nel Polittico della Misericordia (1444-64) e dormiente nella Resurrezione (1465), di Filippo Lippi, che si ritrasse nellIncoronazione della Vergine (1441-47) e nelle Storie della Vergine (1466-69), e di Andrea Mantegna, il cui volto compare nella Presentazione al Tempio (1455) e nel ciclo di affreschi nella Cappella Ovetari: una volta nelle vesti di soldato nel Giudizio di san Giacomo, un'altra volta, probabilmente, nella Predica di san Giacomo, infine in un arcone i cui affreschi furono distrutti da un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale. Numerosi anche gli autoritratti di Ghirlandaio nei suoi cicli di affreschi e in pale come lAdorazione dei Magi degli Innocenti o lAdorazione dei pastori Sassetti, in cui diede a un pastore le sue fattezze.