Fu cappellano conventuale dell'Ordine di Malta dal 1663 al 1710 e commendatore dell'Ordine di Malta dal 1682 al 1710.

Biografia

I primi anni

Figlio di Antonio Pappalardo, comandante del corpo di guardia del barone di Pedara Domenico Di Giovanni, e di Domenica Pappalardo, nacque a Pedara il 10 aprile 1636 e gli vennero imposti i nomi di Diego e Giuseppe.

Dal 1647 al 1652 è clericus nel seminario di Catania e nel 1660 si laurea in diritto civile e canonico; in questo stesso anno, dato che non aveva ancora raggiunto l'età minima, chiese dispensa al Papa per entrare tra i cappellani conventuali dell'Ordine Ospedaliero Gerosolimitano nel Priorato di Messina. L'indulto papale venne concesso il 16 febbraio 1661, con un breve di Alessandro VII al Gran Maestro. Per chi richiedeva di entrare nell'Ordine ed era privo di origine nobiliare, veniva istituita una commissione per provare che: fosse nato in Italia, da legittimo matrimonio e da legittimi genitori; che la famiglia avesse sempre praticato la religione cattolica senza legami con sette eretiche; che egli non avesse fatto parte di altri ordini religiosi, contratto forti debiti o macchiato di gravi crimini; che non avesse esercitato, sia lui che i genitori, i nonni, i bisnonni e gli zii, un mestiere spregevole o manuale. L'inchiesta ebbe esito positivo e il 25 maggio del 1662 veniva ammesso al noviziato ricevendo l'abito dell'Ordine ed emettendo la professione religiosa il 13 giugno 1663 nella cappella dedicata alla Beata Vergine di Filermo, presso la Concattedrale di San Giovanni a Malta. Poco dopo, nello stesso anno, è ordinato sacerdote.

All'età di quarantasei anni, nel 1682, compare in alcuni documenti con la qualifica di commendatore, una delle massime onorificenze che un sacerdote non di nobili natali poteva raggiungere nell'Ordine.

Lo stemma

Appena entrato nell'Ordine di Malta, don Diego adottò per sé uno stemma: il braccio con la stella e tre scaglioni. Fu utilizzato dai suoi discendenti fino alla fine del Settecento, ma già in altre occasioni modificato con l'inserimento di elementi relativi alle famiglie Di Giovanni e Villafranca-Alliata. Il suo stemma, insieme alla croce dell'Ordine di Malta, si incontra spesso nella facciata del suo palazzo, all'esterno e all'interno della Chiesa Madre.

L'eruzione del 1669 Durante la disastrosa eruzione dell'Etna nel marzo del 1669, mentre si trovava a Messina, accolse alcuni profughi etnei provvedendo con grande generosità ai loro più urgenti bisogni; poi, tranquillizzatili, li convinse a ritornare in patria non risparmiando per loro fatiche e spese. In quei giorni i paesi risparmiati dalla lava organizzarono pellegrinaggi di ringraziamento in onore di Sant'Agata ed il 27 marzo, da Pedara, arrivò a Catania una processione con oltre 600 persone che offrirono alla patrona della città un gioiello e un anello d'oro, facendo voto di mandarle ogni anno per la sua festa un grande cero del peso di un cantaro. Il 16 aprile giunse a Pedara la processione con il prodigioso velo di Sant'Agata e il corteo fu ospitato nel suo palazzo sito nella piazza principale del paese che dal 1974 porta il suo nome.

Oltre a soccorrere i senzatetto, don Diego volle tentare un'impresa che ebbe dell'incredibile, anticipando di oltre 300 anni quello che fu tentato solo nel 1983 dalla Protezione Civile: risparmiare la città di Catania deviando la lava a monte. Unendosi con il famoso scienziato napoletano Giovanni Alfonso Borelli fatto giungere da Messina da Scipione Di Giovanni, intanto divenuto barone di Pedara, il piano prevedeva di rompere un argine presso Belpasso ed indirizzare il flusso lavico nelle campagne di Paternò, anche mediante la costruzione di fossi ed argini innalzati con pietre lanciate da catapulte. Per l'operazione fu assistito anche da alcuni amici, tra i quali gli acesi Giacinto Platania, che 10 anni dopo realizzerà l'affresco raffigurante l'eruzione posto nella sagrestia della Cattedrale di Sant'Agata a Catania, e il medico Saverio Musmeci. L'intervento, riuscito, fu però interrotto per l'insorgere degli abitanti della zona; ne nacque una rissa che solo il principe di Campofranco, vicario generale del re di Spagna, poté sedare, inviando sul posto le sue truppe. L'eruzione, che ebbe origine nei pressi di Nicolosi, si concluse il 15 luglio dopo aver coperto anche 35 chilometri quadrati di terreni coltivati e dopo aver emesso oltre 900 milioni di metri cubi di lava, inghiottendo le case di quasi 30.000 persone.

Costruttore e benefattore

Durante la rivolta antispagnola di Messina iniziata nel 1674 e conclusa nel 1678, il viceré don Aniello de Guzman, marchese di Castel Roderigo, ordinò al senato acese di fortificare la città e la parte settentrionale del Bosco di Aci allora attraversata dall'antica Strada Regia. Il progetto delle fortificazioni fu affidato all'ingegnere militare don Carlos de Grunembergh e molte di queste erano costruite lungo la stessa strada che dal litorale si inoltrava verso l'interno attraverso il "Passo del Pomo", il villaggio del Pisano, Fleri, Viagrande, Trecastagni e Pedara. Sui suoi disegni e con il coordinamento delle autorità acesi, a don Diego venne affidato l'incarico di costruire presso il luogo anticamente chiamato "passo di Fireri", un fortino con porta e muraglia a palaccioni allo scopo di impedire l'avanzata della temuta cavalleria francese sia verso l'interno che verso Catania. La muraglia si sviluppava in direzione sud-est; attaccata ad essa fu innalzata una porta quadrata di pietra lavica e bianca dalla quale si poteva controllare agevolmente l'eventuale traffico civile e militare. Contiguo alla porta, in una piccola altura circondata dalla colata lavica degli anni 1634 e 1636, sorse anche un piccolo fortino, chiamato di "Castel Roderigo" in memoria del viceré spagnolo che aveva avuto a cuore la difesa della Sicilia orientale contro i Francesi. Di questo insediamento militare esistono ancora i resti del muraglione.

Nonostante il suo impegno a favore della Corona spagnola, nel 1680 don Diego fu arrestato per ordine del viceré Vincenzo Gonzaga e rinchiuso nel Castello Ursino di Catania con l'accusa di "preteso monetario" (equivalente al peculato, un crimine ritenuto di lesa maestà), per passare poi a quella ben più grave di tradimento e cospirazione contro la Spagna. Ciò fu probabilmente causato da alcuni presunti malintesi e da inevitabili comportamenti ambigui. La famiglia Di Giovanni (proprietaria del casale di Pedara), infatti, da tempo spalleggiava i Francesi: don Diego si trovò così al fianco di due "padroni" e non fu facile mantenere determinati equilibri, soprattutto perché era un personaggio noto. Il Gran Maestro dell'Ordine di Malta decise di avanzare richiesta ufficiale al viceré perché venisse estradato e giudicato a Malta, presso l'Ordine a cui apparteneva. La risposta non tardò ad arrivare: la causa doveva svolgersi entro il Regno di Sicilia concedendo però al Gran Maestro la facoltà di nominare un giudice che fosse al di sopra delle parti. La causa non portò ad una condanna e non è chiaro se, alla fine, le accuse si rivelarono false o se furono abilmente "smontate" dalla difesa; si ha certezza, però, che la sua permanenza in carcere fu breve e che non fu espulso dall'Ordine.

Nel XVII secolo Pedara contava già sette chiese: la Chiesa Madre dedicata a Santa Caterina d'Alessandria edificata nel 1547 e quelle dell'Annunziata, di Sant'Antonio abate, di san Vito, di san Biagio, della Madonna delle Grazie e una di sant'Antonio di Padova andata poi distrutta col terremoto del 1693 e mai più ricostruita.

Nel 1682, quando era cresciuto il numero dei terrazzani e avanzate le famiglie e le fabbriche delle abitazioni, resosi numeroso il clero e pigliata la terra forma di quasi piccola città con un buon numero di gentiluomini (...), s'avanzò la Pedara di forze e in spirito tanto che prese coraggio a voler demolire affatto la matrice chiesa e alzarne un'altra Fonte Ludovico Pappalardo, Notizia storica della Pedara, 1737 ca., n. 25, in G. Pistorio, Pedara, pag. 191, 1969..

Per la nuova costruzione, così come era già avvenuto per la prima, intervenne il paese intero. Tutti, sia i nobili che gli artigiani e gli agricoltori si tassarono perché l'opera giungesse presto a compimento. L'apertura al culto avvenne infatti cinque anni più tardi, nel 1687, anche se venne definitivamente ultimata nel 1691. Tutto fu portato a perfezione non senza il generoso aiuto del reverendissimo commendatore fra' don Diego Pappalardo, cappellano della Sacra Religione GerosolimitanaFonte Ludovico Pappalardo, Notizia storica della Pedara, 1737 ca., n. 25, in G. Pistorio, Pedara, pag. 192, 1969.. In questi stessi anni, tra il 1686 e il 1687, nei pressi dell'attuale piazza don Bosco, costruisce il grande "Teatro scenico", vanto dei Pedaresi e simbolo dello sviluppo culturale del paese, all'interno del quale venivano prodotte opere drammatiche e almeno due musicali all'anno, soprattutto in occasione della festa mariana di settembre in onore dell'Annunziata. Egli stesso nel 1701, nonostante il teatro fosse stato già distrutto dal terremoto del 1693, compose il "Sisara debellato", un dialogo scenico dedicato al vescovo di Catania Andrea Riggio, ambientato in Palestina, nel quale "Sisara" è il "simbolo di Lucifero abbattuto nella Concezione e Natività di Maria sempre Vergine". Alla seconda costruzione della Chiesa Madre è però riservata triste sorte: tanta fatica e tanto splendore saranno vanificati dal terribile terremoto dell'11 gennaio 1693. È da qui che ha inizio la sua più grande fatica: la rinascita di Pedara, per la quale dedicò l'ultima parte della sua vita. Si trattò di un'opera immane che richiese oltre 10 anni di duro lavoro e che vide tutti all'opera nei numerosi cantieri aperti in ogni strada del paese. Soccorsi i feriti e seppelliti i morti (circa 300 su una popolazione di oltre 2.000 abitanti), fu approntato un piano tecnico e fu soprattutto in questo contesto che la presenza di don Diego si rivelò più determinante di tante altre volte, non solo per l'aiuto economico e l'incoraggiamento che riuscì a diffondere, ma perché seppe trasformarsi in abile architetto. Tutto ciò che realizzò in campo edile scaturì dalla sua geniale creatività che lo portò spesso ad interpretare in maniera anche del tutto personale ciò che aveva visto in altri luoghi durante i suoi numerosi viaggi. Fu quindi in stretto contatto con le varie maestranze (capomastri e scalpellini soprattutto). A due anni dal terremoto era già riuscito a costruire numerose case per i senzatetto e ad ultimare le riparazioni di molti edifici, specialmente le chiese.

L'imponente opera di ricostruzione della Chiesa Madre l'affidò al "mastro muratore" acese Angelo Belfiore, volendola più bella, maestosa e slanciata di prima; le decorazioni ad affresco che ricoprono l'intera superficie interna scaturirono dalle mani del pittore acese Giovanni Lo Coco e della sua scuola. La chiesa fu consegnata al paese nell'attuale splendore nel 1705 come recita l'iscrizione in latino nell'abside centrale che testimonia la fine dei lavori ad opera del suo protettore (don Diego) e l'intitolazione a Santa Caterina. Grazie anche al suo valore storico, artistico ed architettonico, il 16 aprile 1996 il Papa Giovanni Paolo II la elevò alla dignità di Basilica minore pontificia.

Fuori paese, in un suo grande vigneto poco oltre Pisano (oggi frazione di Zafferana Etnea), nel 1696 costruì una chiesetta rurale dedicata all'Annunziata, della quale restano oggi soltanto le mura esterne. Sull'Etna, infine, aveva fatto costruire una casa della montagna che servisse per il ricovero dei suoi operai e dei custodi delle "tacche" della neve.

Imprenditore: il commercio della neve e del grano