Kosmos, già Museo di storia naturale dell'Università di Pavia, fondato nel 1771 da Lazzaro Spallanzani, tra i più antichi d'Italia, conserva un patrimonio naturalistico di elevato valore scientifico e storico, comprendente quasi 400.000 reperti suddivisi tra le raccolte di zoologia, anatomia comparata e paleontologia.
Attorno ad un primo nucleo, costituito in prevalenza da minerali, donato dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria vennero raccolte in breve tempo altre collezioni, frutto di acquisti e donazioni. Un notevole sviluppo dell'istituzione con l'incremento delle collezioni si deve in particolare agli zoologi Giuseppe Balsamo Crivelli e Pietro Pavesi, a Leopoldo Maggi, studioso di anatomia comparata, al geologo Torquato Taramelli ed al botanico Giovanni Antonio Scopoli.
Intorno al 1960 le collezioni vennero trasferite al Castello Visconteo, con l'intenzione di allestirvi un museo aperto al pubblico, che non venne mai realizzato. Dal 1995 iniziarono il restauro dei reperti e la loro esposizione in mostre temporanee, in attesa della collocazione in una sede definitiva, inaugurata con il nome di Kosmos il 21 settembre 2019 presso lo storico Palazzo Botta Adorno di Pavia.
Storia Dalla fondazione fino all'Ottocento
Nel 1771 i provvedimenti presi da Maria Teresa d'Austria nel Piano di direzione, disciplina ed economia comportarono una serie di rinnovamenti che cambiarono il volto dell’ateneo pavese. È in quel contesto che nacque il Museo di storia naturale dell’Università di Pavia al fine “di abilitare il Professore a dimostrare colla loro spiegazione le varie vie, che tiene la Natura nel suo operare” (ASMi, atti di Governo, 8 ottobre 1770). La prima direzione fu affidata a Lazzaro Spallanzani (1729-1799), chiamato due anni prima a Pavia dagli Asburgo ad insegnare sulla cattedra di Storia naturale.
Maria Teresa d’Austria si adoperò a far giungere direttamente da Vienna un primo nucleo di materiale mineralogico che inizialmente fu conservato in città nelle case Malaspina, ora inglobate dall’espansione del Collegio Ghislieri. Nel 1775 fu trasferito nel Palazzo dell'Università e lì vi rimase per 160 anni prima di giungere a Palazzo Botta. Oltre ai reperti che i professori erano soliti raccogliere a scopo didattico, di anno in anno il museo si arricchì grazie ai lasciti di studiosi, appassionati e notabili del Governo Asburgico, fino a raggiungere un insieme di collezioni che già nel 1780 constava di oltre 24.000 esemplari. Diversi collaboratori, nominati per scopi e in momenti sempre ben circostanziati, affiancarono Spallanzani nella cura e nell’ordinamento delle collezioni e nella stesura dei cataloghi. Tra essi vi furono il custode Serafino Volta, Giovanni Antonio Scopoli per la sezione zoologica e Padre Ermenegildo Pini per la mineralogia. Nel tempo il museo conquistò fama e notorietà. A testimoniarlo, un poemetto arcadico scritto nel 1793 da Lorenzo Mascheroni (Invito a Lesbia CidoniaInvito a Lesbia Cidonia ed altre poesie/Invito a Lesbia Cidonia su Wikisource) del 1793, in cui con estremo lirismo furono proclamate la bellezza e la ricchezza del museo di storia naturale, a guisa di catalogo in versi. Nel 1815, alle sezioni già esistenti di Zoologia e di Mineralogia, fu aggiunta quella di Anatomia comparata avviata con i reperti provenienti dal Gabinetto di Anatomia fondato dall’anatomista e chirurgo Antonio Scarpa.
Dall'Ottocento sino a Pietro Pavesi
Con la morte di Spallanzani la direzione del museo fu ereditata fino al 1819 dal suo allievo Giuseppe Mangili, che si distinse per le sue capacità di sperimentazione. La sua ricerca si incentrò su alcune specie di conchiglie bivalvi, sul veleno delle vipere, e sulle cause di letargo di marmotte, ghiri, ricci e pipistrelli. Nonostante fosse di salute cagionevole, il Mangili arricchì il museo con numerose collezioni, tra le tante si annoverano quelle dei minerali giunti della Siberia, 480 cristalli acquistati a Parigi, la collezione di opali giunta da Vienna e circa 800 esemplari animali giunti dalla Nuova Olanda (Australia).
A Mangili succedette Giovanni Maria Zendrini, direttore del museo dal 1819 al 1852. La sua attività di ricerca si concentrò particolarmente sulla mineralogia, incrementò particolarmente le collezioni con l’acquisto di importanti prodotti geologici e numerose pelli ed esemplari catturate in quegli anni e ancora perfettamente conservati.
Con Giuseppe Balsamo Crivelli il museo conobbe una nuova stagione di splendore. Laureato in medicina a Pavia e successivamente in zoojatria, fu insegnante al Collegio di Sant'Alessandro e in seguito conservatore del Museo civico. Indirizzò le sue ricerche alle scienze naturali, lasciando notevoli studi sulla flora e la fauna lombardi e del mediterraneo. Donò moltissimi esemplari di briozoi, miriapodi e fossili. Da segnalare inoltre cospicui acquisti di uccelli, rettili, insetti e mammiferi, tra cui una magnifica giraffa e un Formichiere gigante. Sotto la sua direzione si venne inoltre a creare un laboratorio per la preparazione degli esemplari e vennero acquisiti numerosi apparecchi per la microscopia.
Nel 1874 è la volta di Leopoldo Maggi che fu direttore solo per un anno e che dedicò la sua ricerca scientifica alla comprensione, all'origine e all’ evoluzione degli organi interni; importanti furono anche gli studi di craniologia. Si occupò inoltre di microfauna delle acque interne e dei microrganismi responsabili dell’inquinamento delle acque potabili. Nel 1875, con l’istituzione in università della cattedra di Anatomia comparata, venne istituito anche il relativo museo la cui direzione viene affidata sempre a Maggi, che ne incrementò la sezione osteologica.
Pietro Pavesi divenne il nuovo direttore del museo di storia naturale nel 1875. Durante i suoi anni di attività nell'ateneo pavese indagò le problematiche degli Arachnida italiani, dell’Africa e dell’Asia, ma fu principalmente un pioniere degli studi della fauna ittica, fluviale e lacustre. Si occupò anche di caccia e di pesca sia dal punto di vista biologico che legislativo. Durante la sua direzione vennero aggiunti alle collezioni molti mammiferi, tra cui primati e un elefante africano, ma anche molti uccelli 20.000 conchiglie terrestri e d’acqua dolce.
Nel 1887 con Torquato Taramelli la sezione di geo-mineralogia divenne museo autonomo e rimase nella sezione principale dell’Università abbinata allo stesso istituto. Anche i musei di Anatomia Comparata e Zoologia seguirono il trasferimento degli Istituti scientifici, rispettivamente nel 1903 e nel 1935. Da qui in poi le strutture museali, annesse ai rispettivi istituti, proseguirono in autonomia la conservazione delle collezioni e il loro incremento, circoscritto alle non più frequenti donazioni, sommato allo sviluppo tecnologico di altre branche scientifiche, ne comporteranno un lento declino di interesse verso l’istituzione museale.
Il Novecento e il Museo oggi Con la morte di Pavesi, diminuì drasticamente l’incremento di nuovo materiale e il Museo di Zoologia per anni visse una fase di stallo. I suoi successori furono Andrea Giardina (1875-1948), titolare di Anatomia comparata ebbe per incarico la direzione e la cattedra di Zoologia, Giuseppe Mazzarelli (1870-1946), Rina Monti (1871-1937), Edoardo Zavattari (1883-1972), Cesare Artom (1879-1934), Carlo Jucci (1897-1962), Riccardo Milani (1918-2000) e Giuseppe Gerzeli (1931).
Negli anni le collezioni museali verranno trasportate in spazi e ambienti nuovi con l’idea di essere fruiti anche dal pubblico; vengono dunque messe in opera una serie di convenzioni tra il comune e l’Università per poter ricavare spazi espositivi per le antiche collezioni e riuscire ad avere così a Palazzo Botta dei nuovi laboratori di ricerca. Nel 1989 viene istituito un centro di ricerca interdipartimentale per la tutela dell’antico Museo, il CISMU, sostituito nel 2005 dal Sistema Museale di Ateneo (SMA) che coordina al oltre a Kosmos anche altri otto musei e alcune collezioni storiche. Forte impulso alle attività del museo è stato dato dagli ultimi direttori: in particolare si deve a Giorgio Mellerio il restauro di molti notevoli esemplari che giacevano da sessant'anni nel sottotetto del Castello Visconteo di Pavia inaccessibili al pubblico. Fra questi si distingue un esemplare di elefantessa donata da Napoleone Bonaparte al museo nel 1812http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/04/30/foto/pavia_in_mostra_l_elefante_donato_da_napoleone_nel_1812-113213131/1/#1 la Repubblica, 30 aprile 2015].
Il direttore Paolo Mazzarello ha elaborato il progetto scientifico generale del nuovo museo Kosmos, a partire dall’idea del viaggio come impresa scientifica, utilizzata come cifra narrativa fondamentale del museo. Attraverso l’esplorazione del creato sono infatti emersi i concetti fondamentali della biologia attuale a partire da Spallanzani e dai sistematici del Settecento, come Linneo, che stabilirono un ordine nella complessità della natura, passando a figure emblematiche dello sviluppo scientifico seguente come Georges Cuvier che dimostrò l’occorrenza di grandi estinzioni di massa dei grandi mammiferi nel passato remoto, fino ad Alexander von Humboldt con la sua idea della profonda connessione fra esseri viventi e mondo inanimato (concezione alle origini della contemporanea ecologia), per arrivare a Charles Darwin e alla sua teoria dell’evoluzione.
Kosmos illustra le idee fondamentali della biologia elaborate dai grandi naturalisti-viaggiatori del passato (classificazione della natura, estinzioni, evoluzione, cambiamento climatico, etc.) attraverso una selezione dei circa 480.000 esemplari e preparati museali raccolti nei depositi, utilizzati come se fossero le parole di un lessico naturalistico. Il museo si configura pertanto come tanti capitoli di un libro, ognuno corrispondente a una sala espositiva, dove si parte dagli oggetti per arrivare ai concetti.{P. Mazzarello, Classificazione o narrazione? Dal Museo Spallanzani di Storia Naturale a Kosmos. In Almum Studium Papiense/Storia dell’Università di Pavia (a cura di D. Mantovani), vol. 3, Tomo II, 2020, pp. 821-828}
La sede a Palazzo Botta Adorno
Il luogo, dove attualmente sorge il Museo di Storia naturale, era già occupato, nella seconda metà del Trecento, da un immobile di grandi dimensioni appartenente alla nobile famiglia dei Beccaria. Agli inizi del 1600 il palazzo passerà a Luigi Botta Adorno, figlio di Francesca Beccaria e Giovanni Botta. Nel 1634 i marchesi Botta si erano infatti imparentati con la potente casata genovese degli Adorno e da allora i marchesi avevano acquisito dunque il cognome Botta Adorno. L’avviamento per la costruzione del palazzo inizierà a prendere forma nel 1693 con l’annessione all’originario nucleo abitativo di due grandi case, in un’area già occupata precedentemente dalle comunità monastiche degli Umiliati prima e dei Certosini poi.
I lavori per l’ampliamento del palazzo, dopo la morte del marchese Luigi, che oltre ad essere stato committente aveva assunto anche il ruolo di progettista, si interrompono bruscamente. Verranno ripresi dalla vedova del marchese nel 1706, che commissiona la decorazione ad affresco, attribuita a Giuseppe Natali, gli interni e specialmente il grande appartamento di rappresentanza, denominato poi “del Re”. Pochi sono gli affreschi che tuttora si possono ammirare, la maggior parte infatti sono stati coperti dalle controsoffittature moderne. Il fotografo pavese Guglielmo Chiolini fece in tempo a fotografare alcuni affreschi che dopo il 1959 andarono perduti.