Il Piano d'azione congiunto globale (acronimo PACG; in inglese Joint Comprehensive Plan of Action, acronimo JCPOA; , acronimo ), comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, è stato un accordo internazionale sull'energia nucleare in Iran che è stato raggiunto a Vienna il 14 luglio 2015 tra l'Iran, il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti - più la Germania) e l'Unione europea.

I negoziati ebbero inizio con l'adozione del Piano d'azione congiunto, un accordo provvisorio firmato nel novembre 2013 tra l'Iran e i Paesi del P5+1. Nel corso dei venti mesi successivi, l'Iran e i Paesi del P5+1 proseguirono i negoziati. Nel luglio 2015, l'Iran e il P5+1 firmarono l'accordo finale.

In base all'accordo, l'Iran accettò di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni. Per i successivi quindici anni l'Iran avrebbe potuto arricchire l'uranio solo al 3,67% di uranio-235, riducendo le scorte di uranio arricchito a 300 kg. L'Iran si impegnò inoltre di non costruire alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante per lo stesso periodo. Le attività di arricchimento dell'uranio furono limitate a un singolo impianto, utilizzando centrifughe di prima generazione per dieci anni, mentre altri impianti sarebbero stati convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare. Per monitorare e verificare il rispetto dell'accordo da parte dell'Iran, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) avrebbe avuto regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani. In cambio del rispetto dei propri impegni stabiliti nell'accordo, l’Iran avrebbe ottenuto la cessazione delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, dall'Unione europea e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (emanate con la risoluzione 1747 del 2007) a causa del suo programma nucleare. Le sanzioni vennero effettivamente rimosse nel gennaio 2016.

Tuttavia, nonostante l'Iran avesse pienamente rispettato l'accordo, come confermato dagli ispettori dell'AIEA, nel maggio 2018 gli Stati Uniti di Donald Trump si ritirarono unilateralmente dall'accordo, accusando il regime iraniano di essere il principale sponsor del terrorismo che alimenta i conflitti in tutto il Medio Oriente e chiedendo la cessazione totale e permanente dell'arricchimento dell'uranio (anziché consentirne l'arricchimento fino al 3,67% per scopi civili come previsto dall'accordo sul nucleare iraniano), oltre alla cessazione del programma missilistico iraniano, dell'esportazione di tali missili e del sostegno all'Asse della Resistenza, in particolare alla Siria di Assad. Gli Stati Uniti chiesero inoltre la fine del finanziamento di milizie considerate organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti e da altri Paesi, tra cui Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq e gli Huthi nello Yemen, nonché dei presunti finanziamenti ai Talebani in Afghanistan e ad Al-Qaida, sebbene l'Iran abbia sempre negato di aver sostenuto queste ultime due organizzazioni. Gli Stati Uniti reintrodussero quindi le sanzioni, comprese quelle secondarie. Di conseguenza, tali sanzioni secondarie statunitensi si applicarono a tutti i Paesi e aziende del mondo che intrattenevano rapporti commerciali con l’Iran, escludendolo di fatto dal sistema finanziario internazionale e rendendo nulle le disposizioni economiche previste dall'accordo sul nucleare. Dopo il ripristino delle sanzioni, Ali Khamenei disse ai funzionari iraniani che avevano negoziato l'accordo "io ve l'avevo detto fin dal primo giorno: non bisogna fidarsi degli Stati Uniti".

In risposta, a partire dal luglio 2019 l’Iran iniziò a riprendere il programma nucleare, incluso l'arricchimento dell'uranio oltre i limiti stabiliti dall'accordo, in conformità, secondo loro, con il paragrafo 36 dell'accordo sul nucleare, che stabilisce che, qualora una delle parti violi l’accordo e imponga sanzioni, l’Iran ha diritto a ridurre i propri impegni. Nel 2020 l'AIEA comunicò che le scorte di uranio arricchito iraniane erano arrivate a 1020 kg, con un livello di arricchimento fino al 4,5%, mentre ad inizio 2021 l'Iran prese a produrre uranio arricchito al 20%, immagazzinandone 120 chilogrammi all'anno; in seguito annunciò il raggiungimento di un traguardo mai ottenuto prima, ossia l'arricchimento dell'uranio al 60%. Ad inizio 2023, l'AIEA riportò che l'Iran aveva accumulato abbastanza uranio arricchito al 60% da poter produrre materiale fissile per diverse armi nucleari nel caso fosse stato ulteriormente arricchito fino al 90%.

Il 18 ottobre 2025, dopo che i membri dell'E3 — Francia, Germania e Regno Unito — hanno attivato il meccanismo dello snapback ripristinando nuovamente dal 28 settembre 2025, dopo 10 anni le sanzioni internazionali dell'ONU contro l'Iran, quest'ultimo ha affermato che l’accordo sul nucleare è cessato; da quel momento l’Iran non è più soggetto ad alcuna restrizione nel proprio programma nucleare, fatta eccezione per quelle imposte dal trattato di non proliferazione nucleare, di cui è Paese membro. L'Iran ha bollato il ripristino delle sanzioni internazionali dell'ONU come "ingiustificabile", minacciando anche un proprio ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare e lo sviluppo di armi nucleari a scopo deterrente. Tuttavia, l'Iran ha in seguito affermato di non voler uscire dal trattato di non proliferazione nucleare e di potersi difendere anche senza armi nucleari.

Uscita degli Stati Uniti dall'accordo sotto l'amministrazione Trump (2018 - 2020)

L'8 maggio 2018 gli Stati Uniti di Donald Trump sotto richiesta di Israele hanno annunciato unilateralmente l'uscita dall'accordo, rilanciando le sanzioni economiche contro il Paese mediorientale al fine di indurre "il brutale regime iraniano" a "cessare la propria attività destabilizzante" ovvero principalmente a ritirarsi dalla Siria, dove i pasdaran agiscono appoggiando il governo di Bashar al-Assad e costruendo basi missilistiche che sono ritenute un pericolo primario da Israele, oltre che cessare il supporto militare e logistico verso la milizia sciita libanese Hezbollah (ritenuta un'organizzazione terroristica da Israele e dagli stessi Stati Uniti) e all'opposizione yemenita nell'ambito della guerra civile dello Yemen. Il presidente Donald Trump con tale decisione non ottiene tuttavia l'appoggio di Russia e Cina e neppure quella di Francia, Regno Unito, Germania ed Unione europea i quali avevano già preventivato e parzialmente avviato programmi di investimenti sul mercato iraniano.

Il 5 novembre 2018 gli Stati Uniti ripristinano le sanzioni economiche contro l'Iran che prendono di mira il petrolio, le banche iraniane, migliaia di individui (inclusi Ali Khamenei e l'allora ministro degli esteri Javad Zarif) e molto altro ancora. Inoltre per via delle sanzioni secondarie extraterritoriali degli Stati Uniti, qualunque banca, azienda o entità al mondo che continuerà a commerciare con l'Iran, sarà a sua volta sanzionata ed esclusa dal mercato statunitense. Secondo Donald Trump, queste sono "le sanzioni più dure mai imposte a un Paese".

Tale politica statunitense è stata fortemente criticata da tutti gli altri Paesi firmatari dell'accordo, in quanto l'Iran non aveva mai violato l'accordo sul nucleare (come era stato confermato dall'AIEA), e molti osservatori sostengono che l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo avrà come unico risultato l'indebolimento politico dei moderati iraniani (che guidati dal presidente iraniano Hassan Rouhani, sono stati i principali sostenitori degli accordi), a favore degli ultraconservatori guidati da Ali Khamenei, principali sostenitori delle azioni extrafrontaliere dei pasdaran sotto il comando del generale Qasem Soleimani.

Nel febbraio 2019, nonostante gli Stati Uniti fossero usciti dall'accordo da molti mesi, l'AIEA ha affermato che l'Iran stava ancora rispettando pienamente l'accordo.

Il 7 luglio 2019, a seguito di un ultimatum iraniano all'Unione europea per cercare di far aggirare le sanzioni statunitensi, l'Iran annuncia che aumenterà il tasso di arricchimento dell'uranio dal 3,67% al 5%. L'Iran ha giustificato tale provvedimento come una risposta all'azzeramento del commercio con l'Iran da parte dei Paesi europei per via delle sanzioni secondarie statunitensi, affermando che si tratta solo del primo step.

il 5 gennaio 2020, a seguito dell'uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani in un raid statunitense ordinato da Donald Trump e a seguito dell'inefficacia dell'ultimatum lanciato all'Unione europea nel cercare di contrastare le sanzioni americane, l'Iran annuncia che riprenderà l'espansione del suo programma nucleare «senza restrizioni in base alle sue esigenze tecniche».

Il 15 agosto 2020, gli Stati Uniti propongono al consiglio di sicurezza dell'ONU una risoluzione per "estendere a tempo indeterminato" l'embargo sulle armi all'Iran, che in base all'accordo sul nucleare iraniano sarebbe dovuto terminare ad ottobre 2020. Tuttavia, tale risoluzione viene bocciata in quanto ottiene 2 voti contrari (da parte di Cina e Russia), 11 voti astenuti (da parte di Germania, Francia, Regno Unito, Belgio, Estonia, Sudafrica, Indonesia, Tunisia, Niger, Vietnam, Saint Vincent e Grenadine) e solamente 2 voti favorevoli (Stati Uniti e Repubblica Dominicana).

Il 20 settembre 2020, gli Stati Uniti hanno annunciato l'attivazione dello snapback, un meccanismo che ripristina in maniera automatica tutte le sanzioni ONU contro l'Iran che erano in vigore prima dell'accordo del 2015, minacciando allo stesso tempo sanzioni contro i Paesi che non le rispetteranno. Tale decisione provoca numerose polemiche all'interno dell'ONU. La Russia e l'Unione europea sostengono infatti che gli Stati Uniti, avendo lasciato l'accordo sul nucleare nel 2018 e non essendo più quindi partecipanti alla risoluzione 2231 del consiglio di sicurezza dell'ONU (emanata a seguito dell'accordo sul nucleare iraniano), abbiano di conseguenza perso il potere di attivare lo snapback.

L'8 ottobre 2020, dopo che gli Stati Uniti non riuscirono ad imporre sanzioni ONU contro l'Iran, l'amministrazione di Trump afferma di aver sanzionato l'intero settore finanziario iraniano, escludendo l'Iran anche dal commercio di cibo e medicinali (gli unici due settori che erano stati risparmiati fino a quel punto dalle sanzioni statunitensi).

Il 27 novembre 2020 nei pressi di Teheran viene ucciso in un agguato Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi, il direttore del programma nucleare iraniano. Le autorità iraniane denunciano un coinvolgimento del Mossad e al contempo accusano la comunità internazionale ed in particolar modo l'Unione europea di attuare doppi standard non condannando tale attentato come un'azione di "terrorismo di stato" da parte di Israele. Pochi giorni dopo, il parlamento iraniano ha approvato una legge che richiede che se entro il 23 febbraio 2021 le sanzioni statunitensi non saranno state rimosse, l'uranio sarà arricchito al 20% e gli ispettori dell'AIEA saranno espulsi dal Paese.

Il 4 gennaio 2021 l'AIEA ha confermato che l'Iran ha avviato il processo di arricchimento dell'uranio al 20%, come annunciato in precedenza da Teheran.

Sviluppi sotto l'amministrazione Biden (2021 - 2024)