I termini ikiryō, o shōryō, seirei, ikisudama (生霊, lett. "fantasma vivente", "eidolon"), nelle credenze popolari e nella fiction giapponesi, si riferiscono ad uno spirito che lascia il corpo di una persona vivente e va a perseguitare altre persone o luoghi, a volte a grande distanza., pp. 186-190, Capitolo 3 (Ikiryō no yūri), pp. 63–98, p. 247 I termini sono usati in contrasto a shiryō, che si riferisce invece allo spirito di un defunto.

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Introduzione Il credo popolare che lo spirito umano (o anima) possa allontanarsi dal corpo ha origini antiche, con testimonianze dirette ed esperienze (infestazioni, possessioni, esperienze extracorporee) riportate in testi aneddotici e di fiction. Si dice che gli spiriti vendicativi (怨霊 onryō) dei vivi possano infliggere maledizioni (祟り tatari) all'oggetto della loro ira vendicativa trasformandosi in ikiryō. Si ritiene che nel caso in cui il perpetratore provi un sufficiente rancore, la sua anima (o parte di questa) lasci il corpo, apparendo alla vittima per maledirla o farle del male, un concetto non tanto dissimile dal malocchio. Si trovano notizie di ikiryō anche nelle scritture Buddhiste, dove sono descritti come "spiriti viventi" che, se fatti infuriare, possono lanciare maledizioni, anche poco prima della loro morte. Si crede inoltre che la possessione sia un altro mezzo con il quale gli ikiryō possono fare del male, con la persona posseduta ignara del processo., p. 122 Tuttavia, secondo la mitologia, likiryō non agisce necessariamente per astio o vendetta; ci sono infatti racconti di ikiryō che non serbano rancore o non rappresentano una reale minaccia. Tra gli esempi attestati, a volte lo spirito può lasciare il corpo (spesso subito prima della morte) per manifestare la propria presenza ai propri cari, amici e/o conoscenti.

Storia Likiryō, in questo caso denominato ikimitama, fa la sua comparsa in un diario del periodo Muromachi, il Chikanaga kyōki (親長卿記), scritto da Fujiwara no Chikanaga (1419-1497) dopo il suo ritorno alla capitale nel 1470. Il testo narra di una festività shintoista chiamata ikimitama no matsuri, dedicata alla venerazione degli spiriti viventi. La cerimonia, secondo il diario, è svolta da uno dei figli dell'Imperatore nel ventunesimo giorno del settimo mese del 1476, anno ottavo dell'era Bunmei (1469-1487). Nella sua opera del 1702 Nenzan kibun (年山紀聞) Andō Tameaki si riferisce a questo passaggio del diario, scrivendo che si deve trattare di una cerimonia dedicata alla venerazione degli ikimitama dei genitori, fratelli e sorelle maggiori del figlio dell'Imperatore, tutti in vita. Scrive inoltre che la cerimonia ha origini più antiche dell'era Bunmei, e affonda le proprie radici nella venerazione degli spiriti dei defunti, gli stessi venerati in occorrenza dell'Obon., p. 138

Sempre in riferimento alla stessa cerimonia, Washio Takayasu racconta nel proprio diario Nisuiki (二水記) che una celebrazione fu svolta dai principi Imperiali e da dignitari di corte nel 1517, anno quattordicesimo dell'era Eishō (1504-1520), scegliendo un giorno di buon auspicio dall'ottavo al tredicesimo del settimo mese. Tanikawa Kotosuga (1706-1796) in un passaggio della sua opera Wakun no shiori (和詩栞) indica come ulteriore riferimento il Shiki monogatari (四季物語, "Racconti delle quattro stagioni"), scritto nel XII secolo dal famoso Kamo Chōmei, nel quale si parlerebbe della stessa cerimonia nel settimo mese, descrivendola come una delle più importanti festività dedicate agli spiriti e alle offerte a loro dedicate (tamamatsuri), anche più importante di quelle di fine anno. Tanikawa inoltre aggiunge che la festività ikimitama-e del proprio periodo (il XVIII secolo) deriva direttamente da quella descritta da Kamo Chōmei, e che in origine il cibo dato in offerta alle anime dei propri genitori in vita prendeva il nome di ikimitama., p. 153 È interessante notare che l'unica differenza tra il nome della festività e quello del cibo offerto è nella scrittura, composta da kanji (gli ideogrammi giapponesi) diversi, rispettivamente 生霊 e 生見玉 o 生身玉. Nel Kokushi daijiten (國史大辭典), un'enciclopedia della storia giapponese scritta nel 1908, si citano queste tre grafie più una quarta (生御靈). L'autore della voce scrive anche che il rituale si basa sulle scritture del sūtra buddhista Avalambana o Ullambana, ha origini incerte ma risale a tempi più antichi in cui veniva celebrato dal popolo, e solo in seguito dalla corte., voce ikimitama

Nel diario del XV secolo Chikamoto nikki (親元日記) compare per la prima volta come festival della classe militare nel settimo mese degli anni 1465, 1473 e 1481, mentre lo troviamo a corte prima nel 1476 grazie al diario Chikanaga kyōki citato in precedenza, quindi nel 1495, di nuovo citato in un diario.

Il rito, inizialmente svolto dal popolo che faceva visita al luogo in cui era celebrato, si trasforma in seguito in un ricevimento su invito. Nel giorno designato, le dame vestite di seta sottile ricevono una coppa di vino, e successivamente gli uomini vengono chiamati a svolgere la cerimonia con sei o sette coppe di vino. Da altre testimonianze si ricava che la cerimonia variava a seconda delle corti e dei palazzi in cui era svolta, e che solitamente includeva un banchetto e diversi doni.

Nel sūtra buddhista Avalambana si trovano le radici della cerimonia: è scritto infatti come Buddha ordini che nel settimo mese cibo e bevande gli debbano essere offerte dai figli per il bene dei propri genitori, per assicurare loro la rinascita in un paradiso di felicità perfetta. Passando attraverso il culto degli antenati, molto forte in Giappone, questa scrittura è poi stata reinterpretata come offerta agli spiriti degli stessi genitori ancora in vita, e spiega i doni e il banchetto presenti nel rito., pp. 112-114

Letteratura classica Nella letteratura classica, nel Genji monogatari (ca. 1000-1010) si narra di un noto episodio di ikisudama (la lettura più arcaica del termine ikiryō) che emerge dall'amante di Genji, la Dama Rokujō, e tormenta la moglie incinta di Genji Aoi no Ue, causandone la morte per parto., p. 69 Questo spirito è anche ritratto in Aoi no Ue, l'opera di teatro Nō che narra la stessa trama. Dopo la sua morte, la Dama Rokujō diventa un onryō e continua a tormentare le successive consorti di Genji, Murasaki e Onna-sannomiya.

Nel periodo Heian, un'anima umana che lascia un corpo e se ne allontana è descritta dal verbo classico akugaru, che significa allontanarsi. Nel Genji monogatari, il turbato Kashiwagi teme che la sua anima possa vagare (akugaru), e richiede che alcuni rituali siano eseguiti sul suo corpo per fermare questo processo nel caso in cui si verificasse., p. 166, voce akugaru, significato n.2., pp. 66-67, pp. 24-25Un altro esempio di questo termine appare nei versi della poetessa Izumi Shikibu, che dipingono l'anima dell'autrice come una lucciola errante: "Mentre persa nei miei pensieri, / Le lucciole della palude sembrano / La mia anima, rapita ed errante / Fuori da me. (, racconto n. 20)

Si ipotizza che la prima comparsa dellikisudama della dama Rokujō sia nel capitolo intitolato a Yūgao, fiamma del principe Genji che attira il rancore dell'altra dama sua amante. Durante l'unica notte che Yūgao e Genji passano insieme, la donna comincia a stare male e muore quasi subito dopo senza nessun motivo apparente, scatenando in Genji l'ansia che essa sia stata posseduta da uno spirito malvagio., cap. IV

In seguito la dama Rokujō, continuamente trascurata da Genji, viene umiliata pubblicamente durante una parata dai servitori di un'altra dama, la sposa di Genji Aoi, a cui è intitolato il capitolo. Questo evento scatena nuovamente il suo ikiryō (contro la sua stessa volontà), che tormenterà e ucciderà Aoi durante il parto. Gli attacchi di cui soffre Aoi sono riconosciuti come opera di uno spirito vivente appartenente a Rokujō dopo che questa parla attraverso Aoi, esprimendosi con una voce che non le appartiene. Rokujō nel frattempo sogna di percuotere una donna e si rende conto con orrore del delitto commesso., cap. IX

L'antologia medievale Konjaku monogatarishū contiene la storia breve di "Racconto di un ikisudama della Provincia di Afumi, che venne nella capitale e uccise un uomo"., p. 127 Nell'episodio, un cittadino comune incontra una nobildonna e le fa da guida fino alla casa di un Vice Ministro degli Affari Pubblici (民部大夫 Minbu-no-taifū) nella capitale. La guida ignora che sta conducendo likiryō di una donna al marito che l'ha trascurata. Arrivati alla casa la dama scompare, nonostante i cancelli siano chiusi. Dall'interno della dimora provengono urla e lamenti. La mattina seguente la guida viene a sapere che il padrone di casa si era lamentato del fatto che likiryō della moglie fosse presente e gli causasse malattia, ed era morto poco dopo. La guida in seguito va alla ricerca della casa della dama nella provincia di Afumi, anche chiamata Ōmi. Lì la donna parla al protagonista attraverso un paravento, riconoscendogli i servigi del giorno prima e dandogli grandi quantità di seta in dono., p. 95, pp. 367-370, pp. 93–96; nel sottocapitolo Otto wo torikoroshita aoginu no onna 夫を取り殺した青衣の女 (Una donna in abito blu che ha posseduto e ucciso suo marito)

L'''ikiryō può anche possedere l'oggetto della sua infatuazione, quindi non un suo rivale o nemico. In "Lo spirito Matsutōya",La storia è narrata nella raccolta di racconti Okinagusa (翁草) un racconto che è riportato come tratto da eventi realmente accaduti durante l'anno 14 o 15 dell'era Kyōhō (1729-1730), un mercante di Kyōto di nome Matsutōya Tokubei (松任屋徳兵衛) ha un figlio adolescente di nome Matsunosuke posseduto dagli spiriti di due donne che lo amano, e che gli tormentano la coscienza. A volte lo si trova sospeso a mezz'aria, mentre conversa come se le due ragazze fossero lì presenti, le parole dei due ikiryō pronunciate da lui stesso. Alla fine la famiglia cerca aiuto da Zōkai, un rinomato sacerdote.Zōkai Etan (象海慧湛, 1682-1733) Il sacerdote riesce in seguito a succedere nell'esorcismo e cura la condizione del ragazzo, ma ormai le voci al riguardo si sono diffuse., pp. 66-67, p. 90

La raccolta di racconti horror kaidan Sorori Monogatari (曾呂利物語) (pubblicata nel terzo anno dell'era Kanbun, o 1663) include la storia di una donna il cui ikiryō assume la forma della propria testa tagliata, un tipo di yōkai conosciuto anche come nukekubi. Una notte, un uomo che viaggia verso Kyōto arriva ad un luogo di nome Sawaya a Kita-no-shō nella provincia di Echizen (ora Fukui), dove pensa per errore di aver visto una gallina volare dalla base di una torre di pietra nelle vicinanze fin sulla strada. La gallina immaginata è in realtà (o si è trasformata in) una vivace testa mozzata di donna. Quando la testa gli sorride, lui la attacca con una spada, e la insegue fino ad una dimora nella capitale della provincia. Dentro la casa, la casalinga si sveglia da un incubo in cui era inseguita da un uomo che brandiva una spada. La testa vagante rappresenta, secondo il titolo del racconto, i mōnen (妄念) della donna, ovvero i suoi pensieri ribelli e le sue ossessioni. La donna in seguito si fa monaca per scontare i propri peccati.. Il titolo della storia è "Storia di mōnen di una donna che si perdono e vagano" (女のまうねんまよひありく事).

Leggende del folklore Spiriti regionali di persone prossime alla morte