Tra i maggiori esponenti del positivismo in Italia, è stato uno dei pionieri degli studi sulla criminalità, e fondatore dell'antropologia criminale, ma anche indagatore dello spiritismo, a cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita.

Le teorie lombrosiane si basano sul concetto del criminale per nascita, secondo cui l'origine del comportamento criminale sarebbe insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall'uomo normale in quanto dotata di anomalie e atavismi che ne determinavano il comportamento socialmente deviante. Di conseguenza, secondo Lombroso l'inclinazione al crimine è una patologia ereditaria e l'unico approccio utile nei confronti del criminale è quello clinico-terapeutico. Solo nell'ultima parte della sua vita Lombroso prese in considerazione anche i fattori ambientali, educativi e sociali come concorrenti a quelli fisici nella determinazione del comportamento criminale.

Sebbene a Lombroso vada riconosciuto il merito di aver tentato un primo approccio sistematico allo studio della criminalità, tanto che ad alcune sue ricerche si ispirarono Sigmund Freud e Carl Gustav Jung per alcune teorie della psicoanalisi applicata alla società, la maggior parte delle sue teorie è ritenuta oggi destituita di fondamento scientifico, e lui stesso venne denigrato in vita come un visionario. Al termine di un difficoltoso percorso accademico e professionale, Lombroso fu infine radiato, nel 1882, dalla Società Italiana di Antropologia e Etnologia.

Biografia Nacque, terzo di sei figli, da Aronne, ricco commerciante le cui condizioni economiche erano state decisamente ridimensionate a causa di problemi finanziari, e Zefora Levi.

Ebrei strettamente osservanti, i Lombroso avevano origini sefardite e pare che i loro antenati, dopo aver lasciato la penisola iberica e un periodo trascorso in Tunisia, avessero raggiunto la Toscana, quindi Venezia e infine Verona. I parenti materni, invece, provenivano dalla comunità ebraica di Chieri, in Piemonte.

Cesare Lombroso sarà ritenuto uno dei più importanti intellettuali ebrei italiani.

Studi universitari La formazione del giovane Lombroso fu fortemente influenzata dal cugino David Levi, presso il quale aveva trascorso qualche tempo, e dagli scritti del medico Paolo Marzolo: il primo, importante esponente del Risorgimento, lo avvicinò al culto della ragione e della libertà di pensiero, portandolo a opporsi alla religiosità intransigente del padre; l'altro lo introdusse all'uso della linguistica quale strumento per definire la storia umana. Su queste basi maturò la scelta, nel 1850, di abbandonare le scuole pubbliche per proseguire la propria istruzione privatamente, poiché l'educazione ufficiale divergeva dalle proprie inclinazioni.

Nel 1852 si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia dell'Università di Pavia, in quegli anni rappresentata da Bartolomeo Panizza, che aveva formulato lodevoli comparazioni tra l'ambito anatomico e quello fisiologico nel corso dei suoi studi, e da Luigi Porta, che aveva esteso all'anatomia patologica nonché alla fisiopatologia sperimentale il fine e l'utilizzo della chirurgia. Si scoprì entusiasta della sua indipendenza, delle nuove amicizie e dell'abbondanza di materiale a cui attingere per i suoi studi, che interessavano materie quali, all'inizio, l'anatomia, la storia naturale e la botanica. Studiò sui testi dei personaggi più importanti di quel tempo, quali il mineralogista e zoologo Gian Maria Zendrini, Giuseppe Balsamo Crivelli (scopritore del fungo parassitario patogeno del "mal del calcino", la Batys bassiana), il Panizza stesso e il botanico Giuseppe Moretti, muovendo dal concetto, dominante all'epoca, dell'"unità della natura" (come insieme di viventi e non viventi in senso sistematico e sincronico) a cui si rifaceva il Nostro, parlando, ad esempio, nel 1853 nel Di un rapporto fisiologico comune ad alcuni neurotteri ed imenotteri, discettazione pubblicata in concomitanza con la fine del suo primo anno di studi. Nel 1854 continuò gli studi iscrivendosi all'Università di Padova e quindi all'Università di Vienna, per poi tornare a Pavia, dove fu discepolo di Camillo Platner.

Carriera Laureatosi nel 1858, dopo una breve permanenza a Verona si arruolò nel corpo sanitario della Regia Armata Sarda nel 1859 e partecipò come medico militare alla campagna contro il brigantaggio successiva all'unificazione italiana. Incaricato di clinica psichiatrica e di antropologia a Pavia, svolse ricerche sul cretinismo e sulla pellagra. Fu poi direttore del manicomio di Pesaro e ordinario di medicina legale nel carcere di Torino, dove studiò i detenuti e i loro cadaveri per convalidare le sue teorie sull'uomo delinquente.

Il primo insegnamento Dopo il trasferimento dall'ospedale di Genova a quello divisionario di Pavia, sembrò ormai raggiungibile l'obiettivo di avviare un insegnamento clinico importante; così, nonostante le riserve a causa dell'ostacolo di disporre di un reparto di malati per lo studio pratico della clinica delle malattie mentali, al Lombroso venne richiesto l'insegnamento in un corso libero e gratuito, a partire dal 6 dicembre del 1862. Dopo poco tempo anche la principale difficoltà logistica venne appianata, grazie all'intervento del rettore (Carlo Cantoni) che, dopo aver in prima istanza acconsentito all'istituzione di un corso di quella materia, in seguito s'interessò anch'egli alla stessa, com'è documentato dalla corrispondenza tra lui e il Lombroso. Successivamente le cose migliorarono per il Nostro. Il direttore dell'ospedale comunale di Sant'Eufemia (lo Zanini) si adoperò per venire incontro alle esigenze del neo-insegnante, mettendo a disposizione sua e dei suoi allievi il reparto degli "alienati maschi", di 15 posti letto, per tutto il tempo del corso teorico, in modo tale da affiancare alla teoria la clinica, a condizione che il docente si comportasse come un primario dell'ospedale.

Così alla fine di luglio si concluse il primo corso, come testimoniato dall'attestato rilasciato al docente in data 4 luglio, onde testimoniarne «...la di lui somma diligenza ed il distinto suo zelo». Altra testimonianza del buon esito dal punto di vista intellettuale di questa prima prova del Lombroso può essere la pubblicazione ne L'appendice psichiatrica, il 4 maggio, della Prelezione al corso di clinica delle malattie mentali, ovvero la pubblicazione della prima lezione del corso, tenuta dal Lombroso, sulla Gazzetta medica italiana, Lombardia, del primo giugno. In questi documenti è palese la passione e il profondo interesse scientifico del Nostro per la scienza, e per la scienza medica psicologica in particolare, per via della complessità stessa della materia, per il decorso così differente delle malattie mentali dalle altre patologie, per la difficoltà nella diagnosi, impossibile da formulare basandosi univocamente sul fattore scientifico, e per la molta incertezza e sperimentalità dei metodi curativi.

Tuttavia, oltre all'interesse propriamente scientifico, il Lombroso ha sempre convissuto con la passione per la storia e soprattutto per lo storicismo, al punto da integrare queste due costanti dei suoi studi nello studio clinico dell'"intelligenza", a favore del quale spezzava una lancia allo scopo di approfondire la conoscenza della fisiologia del pensiero, attraverso lo studio dei neoplasmi e della formazione del callo (approfondimento istologico dei tessuti). Nondimeno l'influenza della psiche stessa all'interno delle varie patologie e in relazione ai diversi pazienti; una differenziazione che potrebbe ricordare vagamente quella che sarà la futura metodologicità freudiana, sebbene siano molti gli elementi dissonanti tra questi due personaggi, nonché vasto l'intervallo temporale. Fulcro del metodo del Lombroso era la cosiddetta pura psicologia, indispensabile, a suo avviso, per spiegare fenomeni quali le allucinazioni e i fenomeni dell'"idea", riconducendo a sub specie historica le varie forme di malattia, in una concezione che faceva del manicomio un compendio evidentissimo dello sviluppo umano, quasi un campionario storico, dalla tabula rasa del selvaggio, sino ai lampi di genio della follia.

Nel 1898 inaugurò a Torino un museo di psichiatria e criminologia (più tardi chiamato "di Antropologia criminale"). Il museo, per lungo tempo chiuso al pubblico (la collezione, costituita da migliaia di pezzi tra reperti anatomici, manufatti e scritti di criminali e alienati, reperti probatori, armi proprie e improprie, strumenti scientifici, documenti e fotografie, ecc., era parzialmente accessibile soltanto per motivi di studio e di ricerca) è stato inaugurato di nuovo il 26 novembre 2009 e nuovamente aperto al pubblico. L'odierno allestimento è opera dell'architetto Massimo Venegoni.

Il primo caso Dopo il 1870, data assunta come inizio del "periodo pesarese", e dopo gli studi condotti sulla pellagra, il Lombroso si concentrò più propriamente sullo studio dell'antropologia, dei pazzi e dei criminali, giacché in questi gli sembrava di rinvenire maggiormente le stigmate del primitivismo. Il primo caso che si trovò a esaminare fu quello del brigante Giuseppe Villella, settantenne, datosi alla macchia sui monti. L'autopsia del Villella, probabilmente una di quelle che più s'impressero nella mente del Lombroso, evidenziò alla base del cranio la fusione congenita della parte corrispondente dell'occipite con l'atlante, e altre caratteristiche anomale, quali ad esempio la mancanza della cresta occipitale interna, la deformazione della cresta mediana e altre deformazioni delle ossa craniche, che spinsero il Lombroso a considerare che quelle peculiari caratteristiche ossee avessero avuto una certa qual influenza sull'attività del cervelletto; la probabilità dell'eziologia di queste anomalie poteva essere imputata a un arresto allo stato fetale nello sviluppo del cervello, considerazione evidentemente embriogenetica che mise il Lombroso sulla strada che accostava l'analisi evoluzionistica alla medicina legale applicata alle patologie, attraverso un iniziale confronto con i primati.

Trovare negli uomini la fossa mediana, di norma presente solo in primati e gorilla, suscitava l'ipotesi che fosse presente un nesso tra l'evoluzione naturale della specie e i comportamenti del singolo all'interno del contesto sociale. Un primo accenno di ricerca in questo senso si può ricondurre all'anno 1869, quando studiosi inglesi avevano riscontrata la capacità cranica dei delinquenti minore di quella dei pazzi, e anno in cui il Golgi stesso studiava le relazioni eziologiche tra delitto e pazzia. Fu così che nacque la convinzione atavica, avallata da un secondo caso, quello del contadino bergamasco Vincenzo Verzeni, omicida e antropofago, che presentava caratteri atavici o d'involuzione, vale a dire di mancata evoluzione, che, secondo il Lombroso, avrebbero, in una certa qual misura, motivato le manifestazioni anomale della sua condotta, derivanti, indipendentemente dall'atto di scelta volontaria e cosciente, direttamente da deviazioni della struttura fisica. Il problema che si presentò al Lombroso fu quindi quello di ridefinire alla luce di queste intuizioni e teorie il problema del delitto in termini di libero arbitrio e di responsabilità, ovvero di educazione, o addirittura di terapia. Le parole del Lombroso sono al riguardo vistosamente influenzate da un determinismo assoluto, derivante dal procedere delle indagini, preminentemente sperimentali, intrecciate con studi psichiatrici sia sulla pazzia sia sul cretinismo in genere, da cui prenderà corpo la "teoria dell'uomo delinquente".

Le ricerche sullo spiritismo