La battaglia del solstizio (o seconda battaglia del Piave) fu combattuta nel giugno 1918 tra l'Imperiale e regio esercito austro-ungarico e il Regio Esercito italiano ed impegnò gli austro-ungarici nella loro ultima grande offensiva della prima guerra mondiale. Il nome "battaglia del solstizio" fu dato dal poeta Gabriele d'Annunzio.

Antefatti Con il successo ottenuto contro gli italiani nella XII Battaglia dell'Isonzo 1917, ricordata anche come “Caporetto”, e con l’uscita della Russia dal conflitto in seguito alla resa e alla pace di Brest Litovsk, l’Impero austro-ungarico aveva nettamente migliorato la propria condizione nel conflitto. Tuttavia la crisi non era passata senza gravi conseguenze. Nell'aprile 1918 erano stati resi pubblici i tentativi dell'Imperatore Carlo I di ottenere una pace separata nel 1917, il cosiddetto “affare Sisto”. I tedeschi infuriati avevano perciò imposto all’Austria Ungheria a legarsi indissolubilmente in una posizione subordinata alla Germania per proseguire la guerra.

Già nel marzo 1918 il capo di stato maggiore Arz von Straussenburg aveva rassicurato l'alleato tedesco su un'offensiva estiva in via di preparazione sul fronte italiano, in appoggio strategico all'offensiva di primavera di Ludendorff sul fronte occidentale. Ma i rapporti tra i due Imperi centrali erano da tempo conflittuali. L'Austria-Ungheria, ormai allo stremo e alle soglie della carestia alimentare, dipendeva fortemente dagli aiuti tedeschi, che l'avevano salvata sul fronte orientale e avevano permesso lo sfondamento di Caporetto. Appariva però evidente anche agli alti comandi che l'intransigenza tedesca minava fortemente le possibilità di sopravvivenza dell'Impero asburgico. Comunque, vista l’impraticabilità di trattative per ottenere una pace separata, non restava che tentare di mettere definitivamente fuori combattimento l’Italia, per poi trasferire le forze residue in Francia a sostegno della grande offensiva (Kaiserschlacht) scatenata dai tedeschi nel marzo 1918. Presa la decisione, ne nacque subito una diatriba che vide opporsi le differenze strategiche dello stato maggiore dell'Impero austroungarico. Da una parte il disegno pianificato da tempo dal comandante del fronte alpino, il feldmaresciallo Conrad, che prevedeva un intervento massiccio dal Tirolo, uno sfondamento delle difese italiane sull'altipiano di Asiago e sul monte Grappa e il proseguimento lungo la pianura del Brenta. Il completamento della manovra sarebbe avvenuto con lo sfondamento delle difese del monte Tomba e la discesa verso il Piave e Pederobba, in direzione di Treviso - Padova e Venezia. Dall'altra, la strategia proposta dal feldmaresciallo Borojević, che prevedeva il massimo sforzo da parte delle sue armate lungo il Piave, nel tentativo di sfruttare la posizione d'attacco dell'isoletta Grave di Papadopoli, nel territorio di Cimadolmo, la posizione presso Ponte di Piave – dove il corso del fiume si restringe e la posa delle passerelle diventa più semplice – e infine lo sfruttamento di una situazione analoga nel territorio di San Donà di Piave.

Da parte italiana, le notizie dell'offensiva nemica erano state preannunciate dall'osservazione aerea quotidiana dell'aviazione leggera del Corpo Aeronautico e da quella dei palloni frenati, nonché dal servizio di spionaggio e dalla assidua corrispondenza dei connazionali residenti di là dal fronte, effettuata attraverso piccioni viaggiatori.

Piano delle operazioni L'obiettivo strategico era di sfondare e raggiungere la fertile Pianura Padana, impossessandosi delle scorte italiane, per costringere il nemico all'armistizio e quindi liberare forze da concentrare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.

L'offensiva fu preparata con grande cura. Con la chiusura dei fronti serbo, rumeno e soprattutto di quello russo, per la prima volta gli austriaci si trovarono a combattere su un solo fronte, potendo quindi concentrare contro gli italiani la maggior parte delle forze ancora disponibili. Gli austroungarici impegnarono oltre sessanta divisioni (considerando anche la riserva), senza però raggiungere un'effettiva superiorità di uomini e mezzi. Nel complesso, nonostante la situazione, il morale dell'esercito sembrava ancora alto e la fiducia negli esiti dell'azione era elevata, soprattutto da parte dei vertici militari, e nonostante l'oggettiva penuria di beni di prima necessità, a Vienna come al fronte. In questo senso la definizione che circolava nei ranghi inferiori era “Hunger offensive (offensiva della fame)”. Boroevic, comandante del III gruppo armate del Piave promosso a feldmaresciallo, non era inizialmente favorevole a questa offensiva perché avrebbe preferito preservare l'esercito su posizioni difensive per la salvezza della monarchia. Soltanto in seguito dovette rassegnarsi alle forti pressioni che provenivano dall'alto comando tedesco, e accettare il piano di offensiva voluta da von Arz e da Conrad.

Il piano d'attacco soffriva, in effetti, degli scontri personali e ideologici tra i due capi austroungarici, Conrad e Borojević. Lo sforzo, anziché essere concentrato in un punto come a Caporetto, fu suddiviso tra i due rispettivi gruppi d'armate. Il piano prevedeva tre operazioni distinte: un iniziale attacco diversivo sul Passo del Tonale, operazione Lawine (valanga), avrebbe anticipato quello dall'altopiano di Asiago verso Vicenza da parte della 10ª e 11ª armata di Conrad forti di ventitré divisioni, con altre quattordici di riserva (operazione Radetzky), e uno attraverso il Piave verso Treviso da parte della 5ª e 6ª armata di Borojević, con quindici divisioni e altre otto in riserva (operazione Albrecht). Queste due penetrazioni avrebbero dovuto costruire i due bracci di una tenaglia che si sarebbe dovuta chiudere attorno alla zona di Padova.

Un altro grave difetto del piano austriaco consisteva nella impossibilità di trasferire abbastanza rapidamente uomini e mezzi da un settore all’altro dell'attacco, perché dal fronte trentino al Piave non esistevano vie dirette. L’eventuale successo conseguito su uno dei due fronti non avrebbe perciò potuto essere sfruttato trasferendo risorse da un braccio dell’offensiva all’altro. Al contrario, lo schieramento italiano consentiva lo spostamento di forze per linee interne e, inoltre, comprendeva una forte formazione come la 9ª armata (costituita da ben otto divisioni di cui due di “arditi”) alle spalle dello schieramento, fra Vicenza e Padova, che avrebbe potuto intervenire su entrambi i fronti della battaglia a sostegno della sezione che si fosse trovata in difficoltà. Infine, le scorte di munizioni per l’’artiglieria austriaca erano molto limitate, al contrario di quelle a disposizione dell'esercito italiano che era molto ben rifornito con dieci milioni di proiettili già disponibili in prima linea e altrettanti nei depositi delle retrovie. Percio’ la durata dell'azione offensiva austriaca a sarebbe stata di necessità piuttosto breve. Di conseguenza, la mancanza di una chiara superiorità sul piano tattico e logistico, di fronte alla ricostituita forza dell'esercito italiano, fisica e morale, attuata da Armando Diaz dopo Caporetto, condannarono l'offensiva austroungarica al fallimento.

La risposta italiana

L'Italia, già alla fine di febbraio, si era completamente ripresa dalla disastrosa sconfitta subita nell'autunno dell'anno precedente. I suoi armamenti e le sue scorte, anche grazie all'aiuto degli alleati, avevano ripreso una consistenza di tutto rispetto. Il vettovagliamento della truppa, il morale dei soldati e l'aumentata affidabilità degli stati maggiori, garantita da uno stretto rapporto tra il governo e le forze armate, erano di buon auspicio per il confronto tra i due eserciti, che si sapeva sarebbe avvenuto in tempi ravvicinati.

La forza armata - nel marzo 1918 - poteva contare su uno schieramento di 54 divisioni, alle quali si aggiungevano tre divisioni inglesi, due francesi, la legione cecoslovacca e la Legione Romena d'Italia. Il 10 aprile, al fronte, l'Italia schierava 232 caccia, 66 bombardieri e 205 ricognitori oltre ai rinforzi dalla Francia con 20 ricognitori e dall'Inghilterra con 54 caccia e 26 ricognitori.. Ma già nel mese di giugno, grazie alle forniture dell’industria aeronautica che produceva a pieno ritmo, l'aviazione italiana in zona di guerra disponeva di 65 squadriglie e 9 sezioni con 647 aerei per 770 piloti, 474 osservatori, 176 mitraglieri, 916 motoristi e 477 montatori..

Come già detto, gli italiani conoscevano in anticipo i piani del nemico, comprese la data e l'ora dell'attacco, tanto che nella zona del Monte Grappa e dell'Altopiano dei Sette Comuni venne attuata la tattica della "contropreparazione anticipata", in particolare da parte dell'artiglieria della 6ª Armata, comandata dal gen. Roberto Segre, dal quale dipendeva il VII Gruppo (poi 7º Gruppo Autonomo Caccia Terrestre). Le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro, tanto che gli alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l'intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico. Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono, tanto che i gendarmi riuscirono a bloccare i fuggitivi solamente nella piana di Villach.

La battaglia L’azione navale Le operazioni presero il via sotto i peggiori auspici per l’Austria-Ungheria. Infatti la flotta asburgica, fino ad allora rimasta sostanzialmente inerte al riparo nei porti, avrebbe dovuto compiere una incursione di sorpresa nel canale d’Otranto, per spezzare lo sbarramento che ne ostruiva il passaggio, ed eventualmente impegnare in battaglia la flotta degli alleati se questa fosse intervenuta. Il movimento della flotta asburgica fu però intercettato dai MAS italiani del comandante Luigi Rizzo che silurarono affondandola la modernissima corazzata Santo Stefano presso l’isola di Premuda (10 giugno 1918). Il disastro e il venir meno del fattore sorpresa fecero abortire l’operazione e ritirare la flotta nelle basi di partenza, dove le navi restarono inattive fino alla conclusione della guerra. Passo del Tonale

La X armata del generale Conrad intendeva effettuare un’azione diversiva minacciando di raggiungere la Valtellina in direzione di Milano. Gli austroungarici iniziarono l’attacco con forze limitate a circa diciotto battaglioni, che si scontrarono con altrettanti battaglioni italiani, costituiti da alpini e da unità di fanteria di rinforzo. Le ben fortificate linee difensive italiane si dimostrano un ostacolo insuperabile e, dopo un'intera giornata fatta di pesanti bombardamenti e attacchi di fanteria, il Regio Esercito respinse l'offensiva, lasciando numerosi morti e feriti delle forze nemiche sul campo. L'unica parziale vittoria austriaca, nel vicino settore dell'Adamello, avviene con la riconquista del Corno di Cavento il 15 giugno, caduto in mano italiana l'anno precedente. La cima in questione tornerà sotto il Regio Esercito soltanto un mese dopo con un'operazione militare ben coordinata tra artiglieria e fanteria simile a quella del 1917. Gli italiani ricambieranno l'offensiva austriaca con un attacco sui monti del Tonale il 13 agosto, aggirando quindi il valico montano principale per dilagare in Val di Sole alle spalle dell'Imperial Regio Esercito. L'attacco non ebbe l'esito sperato e gli italiani non mantennero le posizioni conquistate quel giorno. Non si vedrà uno sfondamento italiano su tutta la linea fino all'offensiva finale tra il 1º e il 4 novembre.

Altopiano dei Sette Comuni

Sull'altipiano dopo la conquista delle Melette la nuova prima linea correva, ad est, sul cosiddetto settore dei Tre Monti.