Era il capo indiscusso delle bande del Vulture-Melfese, sebbene agissero sotto il suo controllo anche diverse formazioni dell'Irpinia e della Capitanata. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione borbonica, divenendo comandante di un'armata di duemila uomini, che fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio postunitario italiano nel Mezzogiorno continentale d'Italia.. Si distinse da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi.

Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un'intelligenza non comune,. fu uno dei più temuti e ricercati fuorilegge del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come "Generale dei Briganti", "Generalissimo",. "Napoleone dei Briganti", e su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire..

Arrestato nel 1864 dalla gendarmeria dello Stato Pontificio, ove aveva tentato di trovar riparo, venne processato nel 1870 da un tribunale italiano. Fu condannato a morte, poi commutata in ergastolo nel carcere di Portoferraio. Durante la detenzione, scrisse le sue memorie, che divennero oggetto di dibattito per sociologi e linguisti. Benché una parte della storiografia dell'Ottocento e inizi del Novecento lo considerasse principalmente un ladro e un assassino,Vittorio Bersezio lo definì "un tristo, un ladro, un assassino", ; Basilide Del Zio un "ladro feroce, assassino volgare", . a partire dalla seconda metà del Novecento iniziò ad essere rivalutato come un eroe popolare, in particolar modo da diversi autori della tesi revisionista,"il motore e il banditore della rivoluzione contadina". Carlo Alianello, L'eredità della priora, Feltrinelli, 1963, p. 568. anche se la sua figura rimane ancora oggi controversa.

Biografia Le origini e la giovinezza

Nacque a Rionero in Vulture, all'epoca nel distretto di Melfi della provincia di Basilicata, oggi provincia di Potenza. Contrariamente a quanto riportato da numerose fonti bibliografiche, l'atto di nascita custodito presso l'Archivio dello Stato Civile di Rionero attesta che il suo cognome era Crocco.. Secondo un manoscritto di Gennaro Fortunato, zio del meridionalista Giustino, il soprannome Donatello (o Donatelli) apparteneva a suo nonno paterno, Donato Crocco.

Suo padre Francesco (1800-1865) era pastore presso la nobile famiglia venosina di don Nicola Santangelo mentre sua madre, Maria Gerarda Santomauro,Il nome della madre è controverso. Il nome più diffuso è Maria Gerarda Santomauro, come riportato da Tommaso Pedio in Dizionario dei Patrioti Lucani, Trani, 1972. Tuttavia, durante il processo nei confronti di Crocco, nella sentenza della Corte d'Assise di Potenza viene riportato il nome di Maria Gerarda Libutti, Basilide Del Zio, Il brigante Crocco e la sua autobiografia, pp.209 era una massaia che coltivava un piccolo campo a Rionero. Dei suoi primi periodi di vita si è a conoscenza tramite le sue memorie. Secondogenito di cinque figli (tre fratelli: Donato, Antonio e Marco; una sorella: Rosina), visse un'infanzia piuttosto tranquilla, sebbene le condizioni familiari fossero misere. Crebbe con i racconti di suo zio Martino, ex sergente maggiore dell'artiglieria napoleonica che perse la gamba sinistra a causa di una palla di cannone nell'assedio di Saragozza (durante la Guerra d'indipendenza spagnola) e da cui imparò a leggere e scrivere.

Nel 1836, ancora bambino, in una mattinata di aprile di quell'anno, vide entrare nella sua abitazione un cane levriero che aggredì un coniglio, lo trascinò fuori di casa e lo dilaniò. Suo fratello Donato uccise il cane con un randello. Per sua sfortuna, l'animale apparteneva ad un signorotto del posto, un tale don Vincenzo, che, trovando la bestia morta vicino alla dimora dei Crocco, picchiò violentemente Donato con un frustino.

La madre, incinta di cinque mesi, si frappose tra il signorotto e suo figlio, subendo dall'aggressore un forte calcio al ventre che la costrinse ad una lunga degenza a letto e, per poter rimanere in vita, fu costretta ad abortire. Pochi giorni dopo il signorotto si presentò dal giudice ed accusò il padre, il quale, venuto a conoscenza dell'accaduto, avrebbe tentato di ucciderlo con un'arma da fuoco. I gendarmi si recarono subito a Venosa e portarono Francesco al carcere di Potenza. Si apprese solo dopo due anni e mezzo che non fu suo padre a compiere il gesto ma un anziano del posto, il quale rivelò, in punto di morte, di esser stato lui l'autore del tentato omicidio.. La madre, ancora avvilita per la perdita di un figlio non ancora nato, cadde in profonda depressione per l'incarcerazione del marito e, divenuta pazza, fu rinchiusa in manicomio. Per poter mandare avanti la famiglia, furono venduti i loro miseri possedimenti e i figli furono affidati ad altri parenti.

Con il padre in carcere e la madre con seri problemi di salute, il giovane Crocco, assieme al fratello Donato, andò a lavorare come pastore in Puglia; sporadicamente tornava nel suo paese natio ma sua madre, sempre più logorata da problemi psichici, non lo riconobbe più e morì poco tempo dopo nel manicomio dove fu ospitata. Nel 1845, ancora quindicenne, salvò la vita ad un nobile della zona, don Giovanni Aquilecchia di Atella, che volle attraversare imprudentemente le acque dell'Ofanto in piena. Come compenso, Aquilecchia regalò 50 ducati a Crocco, che li sfruttò per poter ritornare nella sua Rionero dopo il suo soggiorno lavorativo in Puglia, e permise anche la scarcerazione di suo padre, tramite suo cognato don Pietro Ginistrelli, un uomo importante ed influente.

Tornato a casa, suo padre era divenuto vecchio e malato, e Carmine dovette assumersi il compito di mantenere la famiglia, iniziando a lavorare come contadino presso la masseria di don Biagio Lovaglio a Rionero. Un mattino di maggio 1847, conobbe don Ferdinando, il figlio di don Vincenzo, colui che assalì suo fratello e sua madre. Don Ferdinando apparve diverso dal suo genitore e si mostrò gentile nei suoi confronti, rimanendo sconfortato per il male che il padre aveva arrecato alla sua famiglia.

Offrì al giovane Crocco il posto di fattore in una masseria di sua proprietà, ma lui preferì avere in affitto tre tumuli di terra, con i quali sperava di guadagnare 200 scudi che gli avrebbero permesso di evitare il servizio militare. Don Ferdinando promise che avrebbe contribuito al raggiungimento della cifra necessaria al momento della chiamata di leva, ma l'accordo si vanificò, poiché il signorotto unitosi ai rivoluzionari napoletani venne trucidato da alcuni soldati svizzeri a Napoli il 15 maggio 1848..

Così Crocco si ritrovò arruolato nell'esercito borbonico, nel primo reggimento d'artiglieria, prima nella guarnigione di Palermo e poi di Gaeta con il grado di caporale. L'esperienza militare durò circa quattro anni e Crocco disertò dopo aver ucciso un commilitone in un duello rusticano; le circostanze non sono chiare, si pensa a causa di una rivalità in amore. o perché accusato ingiustamente dalla vittima di furto.. Tuttavia, il servizio di leva fu una delle esperienze che formeranno la sua organizzazione e strategia bellica..

Le prime azioni criminali, l'arresto e la fuga

Con la sua partenza, fu la sorella Rosina, non ancora diciottenne, ad avere il compito di mantenere la famiglia. Secondo il racconto dello stesso Crocco, Rosina ricevette continue proposte da un uomo invaghito di lei, un certo don Peppino. La ragazza, completamente disinteressata, gli mostrò sempre indifferenza e lui, non sopportando i suoi continui rifiuti, andò in giro a diffamarla; infine costui avrebbe incaricato una mezzana di approcciarla. Rosina, scioccata, sfregiò con il rasoio il viso della mezzana, e quindi, fuggì dai parenti per invocare protezione e aiuto.. Crocco seppe dell'accaduto e, furibondo, volle riparare l'offesa subita dalla sorella.

Conoscendo le abitudini di don Peppino, che generalmente frequentava un circolo per giocare d'azzardo nelle ore serali, attese il ritorno del signorotto davanti alla sua abitazione. Al suo arrivo, gli domandò il perché del suo gesto nei confronti della sorella, dandogli del "mascalzone". Don Peppino non tollerò l'aggettivo attribuitogli e gli diede un colpo di frustino in viso. Colto dall'ira, Crocco estrasse un coltello e lo uccise.. Compiuto l'assassinio, fu costretto alla fuga e ad abbandonare il servizio militare, trovando rifugio nel bosco tra Ripacandida e Forenza, posto in cui era facile trovare altre persone sfuggite alla legge.

Sospettando che il brigante, con il racconto del delitto d'onore, avesse voluto accampare una giustificazione morale della sua vita di fuorilegge, il capitano Eugenio Massa, che collaborò alla realizzazione dell'autobiografia di Crocco, condusse accurate indagini sul posto quarant'anni dopo. Con l'ausilio del medico Basilide Del Zio, Massa riuscì ad accertare che a Rionero, negli anni cinquanta dell'Ottocento, non aveva avuto luogo nessun delitto nelle circostanze descritte da Crocco.. Nella biografia sul brigante, Basilide Del Zio confermò la versione di Massa, sostenendo che tale vicenda del delitto d'onore fosse priva di fondamento."Il capitano Massa, in data 24 aprile 1902, mi scriveva: «Il Crocco nella sua autobiografia dice che il 19 marzo 1849 andò soldato, e che prestò servizio per 42 mesi. Egli soggiunge che da Gaeta ove trovavasi di guarnigione, ebbe notizia che certo don Peppino... di Rionero, avesse cercato sedurne la sorella, e che a tale notizia divisò disertare 'Avevo una pendenza di onore, continua il Crocco, la risolsi con una sfida al coltello e poscia fuggii da Gaeta, riuscendo a giungere incolume a Rionero, dove uccisi il seduttore di mia sorella'». Ed il Massa, ben a ragione, diceva essere questo un punto oscuro del Crocco, e dallo studio del processo e dalle notizie assunte dai contemporanei del suo paese, come nel Municipio, mi è risultato essere completamente falso. È un'asserzione gratuita del bandito, che, per non classificarsi ladro, e condannato come tale, inventa una storia d'onore, la crea con tutte le forme della fantasia, la dipinge minutamente e cerca contornarla talmente bene da crederla quasi egli stesso. E si appassiona a questa sua credenza, e la costituisce come base di tutti i suoi delitti". . Ciononostante, la storia del delitto d'onore è stata presa sul serio, secondo lo storico Ettore Cinnella, poiché per molto tempo si è attinto alle ristampe successive dell'autobiografia di Crocco, senza le note e l'apparato critico a cura di Massa che accompagnavano la prima edizione. In questo periodo Crocco iniziò ad avere i primi contatti con altri fuorilegge, costituendo una banda armata che visse di rapine e furti. Fu arrestato e incarcerato il 13 ottobre 1855, ricevendo una condanna di 19 anni di carcere. Il 13 dicembre 1859 riuscì ad evadere, nascondendosi tra i boschi di Monticchio e Lagopesole.

La partecipazione alla Spedizione dei Mille

Crocco venne a sapere tramite notabili della zona che Camillo Boldoni, membro del comitato insurrezionale basilicatese, avrebbe fatto concedere la grazia ai soldati disertori che avessero appoggiato la campagna militare di Garibaldi contro i Borbone (Spedizione dei Mille), per poter conseguire l'unità d'Italia. Crocco, nella speranza di un'amnistia per i suoi reati, aderì ai moti liberali del 1860 e, unendosi agli insorti lucani e all'esercito garibaldino (17 agosto 1860). seguì Garibaldi fino al suo ingresso a Napoli.