Il teatro napoletano è una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città di Napoli, che ha contribuito allo sviluppo del teatro italiano.
Origini Considerando come precursori i generi del teatro greco (fabula rinthonica, commedia epicarmea e spettacoli orfici),Vittorio Viviani (1969) Storia del Teatro Napoletano, Napoli, Guida Editore, pp. 13, 647, 807, 859, 919, 929, le prime tracce del teatro napoletano risalgono all'opera poetica di Jacopo Sannazaro e Pietro Antonio Caracciolo tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, ai tempi della corte aragonese. Jacopo Sannazaro a Castel Capuano, infatti, alla presenza di , celebrò le vittorie degli spagnoli e la presa di Granada in un'opera dal titolo Arcadia che evocava le gesta eroiche del condottiero spagnolo. Qualche anno dopo, invece il Caracciolo presentò due opere dal titolo La farsa de lo cito e Imagico, che ripudiavano il linguaggio merlettato e attingevano dal popolo sia la trama che la dialettica. I due poeti, anche attori e registi, ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione. Altro celebre artista, in questo periodo, fu il Velardiniello, cantastorie di strada.
Pulcinella
Il teatro napoletano pre-Novecento fu sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella. Il personaggio nacque alla fine del Cinquecento dall'attore Silvio Fiorillo, e nel Seicento, fu portato in scena dall'attore Andrea Calcese. Come affermò Benedetto Croce nei suoi studi sull'argomento, Pulcinella denota un carattere che è stato plasmato dai numerosi attori che l'hanno interpretata e che spesso, l'hanno utilizzata come strumento di satira e critica politica.
Pulcinella è un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, di umile rango sociale che, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione, riesce in qualche modo ad averla sempre vinta. Importante, per il teatro napoletano, è il modo in cui il personaggio è "rielaborato" a partire dall'Ottocento. L'ultimo interprete di Pulcinella, fu infatti Antonio Petito, che lo trasformò da servo sciocco nel cittadino napoletano per antonomasia, furbo e burlesco, modernizzandolo e permettendone così la sua trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta.Scafoglio D. (1996) Pulcinella, Roma, Newton & Compton, p. 46, ISBN 88-8183-240-2.
Celebri interpreti della maschera di Pulcinella
XVII secoloSilvio Fiorilloideatore della maschera nel 1592Andrea Calceseprimo interprete ufficiale primo SeicentoMichelangelo Fracanzani XVIII secoloFrancesco Baldi detto CiccioFrancesco BareseVincenzo Cammarano in arte "Giancola" XIX secoloFilippo Cammarano figlio di VincenzoSalvatore PetitoAntonio PetitoPasquale AltavillaGiuseppe De MartinoFrancesco "Ciccio" Stella XX secoloSalvatore De MutoEduardo De FilippoNino TarantoGianni CrosioAchille MilloTommaso BiancoMassimo TroisiMassimo Ranieri
Altre maschere napoletane della commedia dell'arte
Tartaglia Scaramuccia, interpretato nel 1600 dall'attore Tiberio Fiorilli, che lo portò anche alla corte del re di Francia assumendo il nome di Scaramouche, facendolo così diventare di fatto una maschera francese. Coviello era un personaggio nato come spalla di Pulcinella, l'ideatore fu l'attore-impresario Ambrogio Buonomo, che lo rappresentò accanto al "primo" Pulcinella Andrea Calcese.Una maschera mille facce, in n. 2 del 1991 - Mondoperaio, e Ignoto sec. XVIII, Pulcinella alla taverna della Zoccola. Napoli, collez. Fiorentino, ibidem, p. 41. A detta di alcuni Coviello avrebbe però origini calabresi. Don Anselmo Tartaglia, fu rappresentata la prima volta verso la metà del Seicento dall'attore Carlo Merlino. Nel Settecento da Agostino Fiorilli. Nell'Ottocento da Giuseppe Pica (padre di Tina Pica). Nel Novecento da Pasquale Esposito.
Scarpetta e Felice Sciosciammocca
Scritturato da Petito all'età di quindici anni, Eduardo Scarpetta ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca (letteralmente "Felice soffia in bocca"), sostenitore comico di Pulcinella. Alla morte di Petito, e con la scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano. Eliminò quindi definitivamente la maschera ormai obsoleta introducendo personaggi della borghesia cittadina che mantenessero però immutati i caratteri farseschi della tradizione.
Le sue commedie su Felice Sciosciammocca (come ad esempio Il medico dei pazzi o Miseria e nobiltà) ottennero un enorme successo a Napoli e aprirono la strada al successo dei fratelli De Filippo. Grazie al successo delle sue commedie Scarpetta si arricchì notevolmente tanto da comprarsi un lussuoso palazzo in via Vittoria Colonna, nella Napoli bene, ma con un'altra commedia, Na Santarella, guadagna così tanto da acquistare una villa al quartiere del Vomero, altra zona bene di Napoli, facendo incidere sulla facciata la scritta "Qui rido io". Diversi anni dopo un suo pronipote, l'attore Mario Scarpetta, per allestire il medesimo spettacolo, s'indebitò e fu costretto a vendere la villa.
Raffaele Viviani L'opera di Raffaele Viviani si differenzia notevolmente da quella del suo contemporaneo Eduardo De Filippo, presentandosi allo stesso tempo come complementare a questa. Mentre l'opera di Eduardo ci presenta la borghesia napoletana, con i suoi problemi e la sua crisi di valori, Viviani mise in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti: un'umanità disperata e disordinata che vive la sua eterna guerra per soddisfare i bisogni primari. In questo la sua poetica si allontana violentemente dalla retorica lacrimevole, pittoresca e piccolo borghese del tempo, prendendo le distanze al contempo dalla cultura positivista e ponendosi per molti versi all'interno di dinamiche creative proprie delle avanguardie. Il suo fu un teatro diverso, anomalo e sconvolgente, ma durante il fascismo subirà, con la negazione dell'uso dei dialetti, l'ostilità e il silenzio della critica e della stampa.
I fratelli De Filippo
Figli illegittimi dello stesso Scarpetta, essendo infatti nati da una relazione con Luisa De Filippo, nipote della moglie di Scarpetta (Rosa De Filippo), i tre più celebri fratelli del teatro italiano, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e Titina De Filippo iniziarono giovanissimi a calcare le scene (Eduardo a soli 4 anni) e nel 1931 - dopo aver formato una loro autonoma compagnia teatrale - esordirono insieme con l'atto unico Natale in casa Cupiello. Il successo di questi tre attori venne consacrato da una clamorosa tournée nelle città italiane, benché sotto il fascismo Eduardo ebbe non pochi problemi per le sue posizioni contrarie al regime.
Fu solo nel dopoguerra che il successo di De Filippo giungerà agli storici livelli di commedie quali Napoli Milionaria e Filumena Marturano ambientate in una Napoli disillusa in pieno dopoguerra, che s'imposero su scala anche internazionale (Filumena Marturano fu nel 1947 rappresentata anche a Bucarest). Per la loro solida verosimiglianza verso la realtà contemporanea, abbandonando dunque il farsesco fine a sé stesso che aveva contraddistinto il teatro di Pulcinella e Scarpetta, le personalità dei De Filippo s'imposero per la loro verve interpretativa, le intense espressioni, la sofferta gestualità, la spontaneità e la vitalità dei personaggi impersonati, sempre a metà tra la commedia e il dramma. Più tardi De Filippo, dopo aver conosciuto la persona e la produzione di Luigi Pirandello, adattò e recitò alcune sue celebri commedie (es. Il berretto a sonagli) trovandovi anche lì quell'inesplicabile sottile confine tra la realtà e la finzione, tra l'umorismo e la tragedia, che contraddistingue da sempre la natura umana.
Più sul burlesco si allineò invece Peppino, abbandonando per vari screzi Eduardo e lanciandosi nel cinema spesso in compagnia di Totò in memorabili commedie e giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa "La compagnia teatrale italiana" scrivendo e interpretandone numerosi testi in lingua dialettale, ad eccezione dell'atto unico Cupido scherza e spazza, esilarante commedia degna del grande repertorio comico napoletano; altri lavori, ad eccezione di Non è vero ma ci credo, non ebbero il risultato sperato. Negli anni sessanta, tuttavia, per la trasmissione televisiva Scala reale, interpretò il personaggio Pappagone che divenne una maschera del teatro napoletano; fu anche fine interprete del teatro di Molière.
Titina invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano di Eduardo, rimasta nella storia del teatro.
Eduardo adattò anche commedie di Molière e Carlo Goldoni, ristrutturando poi a sue spese il Teatro San Ferdinando, risalente al 1790 ma distrutto durante l'ultima guerra, e formando la compagnia "Scarpettiana".Baffi G. (1997) I teatri di Napoli, Roma, Newton & Compton, p. 58, ISBN 88-8183-763-3.
Totò
La personalità di Antonio de Curtis, in arte Totò, s'impose al cinema, ma raccolse i suoi primi successi sulle scene di teatri periferici e dei quartieri poveri, facendo il verso al grande macchiettista napoletano: Gustavo De Marco. Totò era una "maschera buffa" nel senso letterario della "commedia dell'arte", un'autentica maschera (come Pulcinella e Arlecchino). È la maschera di un piccolo "gigante": il più comico e il più napoletano, universalmente comico perché spesso, per suscitare le risate, non aveva bisogno di ricorrere a lazzi o alle battute scherzose: in teatro ad esempio, bastava che apparisse in scena, senza pronunciare motto, e già si scaturiva l'ilarità.
Gli era sufficiente una smorfia, un gesto, un semplice ammiccamento. E poteva fare a meno del copione: un canovaccio di poche parole, a al resto ci pensava lui, improvvisando mimica e dialogo, prolungando un breve sketch anche di quindici o venti minuti, specie se avvertiva, immediato, il calore del pubblico. Invece sul set quel calore gli mancava, e un po' ne soffriva, ma suppliva ad esso con un eccezionale mestiere. Perciò Totò, autentico gigante della comicità, il meglio di sé lo dette forse alla ribalta, superando se stesso come eccezionale caricaturista, come super-marionetta vivente dai muscoli tira-e-molla, e dalle articolazioni snodabili, anche se bisogna dire queste ultime erano caratteristiche del de Marco.
Memorabile fu il suo ritorno sulla scena, quasi sessantenne e quasi cieco, quando apparve in una rivista A prescindere, l'ultima sua passerella da gran finale, elettrizzò gli spettatori in un'esplosione pirotecnica, sembrava che davvero i fuochi d'artificio che riproduceva, attraverso una mimica inimitabile, si moltiplicassero attorno a lui. E così esaltava il pubblico dopo aver inventato almeno dieci modi diversi, tutti scoppiettanti, di fare passerella, di prolungarla oltremodo, a volte anche per quindici minuti. Totò si allineò col sul teatro non disdegnando però un certo ritorno al burlesco di stampo pulcinellesco.
Il varietà e il teatro macchiettistico Il varietà, così come l'avanspettacolo nasce a Napoli verso la fine dell'Ottocento e l'inizio del XX secolo, più semplicemente chiamato Café-chantant, era il periodo della "Belle Époque" in cui Napoli e Parigi erano le capitali culturali d'Europa. Chiamato così perché le esibizioni degli artisti avvenivano nei caffè e sale da tè, il famosissimo "Caflish", poi cominciò ad ampliarsi come spettacolo teatrale vero e proprio, passando non distante dal caffè, alla bomboniera di via Chiaia, il Teatro Sannazaro. Lo spettacolo era suddiviso in due tempi e vari quadri, a seconda delle esibizioni, nel primo si esibivano ballerine, cantanti, illusionisti e guitti, nel secondo le vedette più attese, le sciantose e soprattutto "le macchiette". In pratica erano degli attori che cantavano in modo caricaturale.Lori S. (1996) Il varietà a Napoli, Roma, Newton & Compton, pp. 8, 22, 32, 40, 56, ISBN 88-8183-460-X.