Il pensiero di Nikolaj Černyševskij è stato il costante punto di riferimento ideologico del movimento populista della seconda metà del XIX secolo, che ebbe in Narodnaja volja la sua espressione più compiuta e drammatica, e ha continuato ad agire da elemento catalizzatore anche dopo, in figure centrali della rivoluzione d'ottobre come Lenin. Intellettuale versatile, poliglotta, grande erudita, dovette spesso consegnare alle sole forme di scrittura che gli furono consentite dalla censura zarista, quali la critica letteraria e il romanzo, le sue riflessioni di carattere prevalentemente politico e sociale, formatesi in antitesi netta con l'allora dominante pensiero idealistico. La riflessione che Černyševskij portò avanti specialmente dalle pagine del Sovremennik, toccò i vari campi del sapere e se da un lato questo fatto testimonia la ricchezza dei suoi studi, dall'altro ciascuno di essi finiva con il conclamare la necessità di una nuova morale, di modo che la battaglia che quasi solitario lo vide opporsi all'autocrazia può dirsi riconducibile a quest'unico fine, che rappresenta il suo interesse più autentico e quasi assoluto.
La sua opera più nota è il romanzo Che fare?.
L'estetica
I rapporti estetici tra arte e realtà è il titolo della tesi che Černyševskij, per conseguire il titolo accademico di dottore ()Si tratta del titolo più alto conferito da un'università all'epoca dell'Impero russo. in Scienze storiche e filologiche presso la facoltà di Filosofia, scrisse entro il 1853, ma che discusse e pubblicò solo due anni dopo, quando, morto lo zar Nicola I, sembrarono aprirsi spiragli di libertà maggiori e conclusioni ardite, quali quelle proposte dal candidato, potevano essere esposte pubblicamente. Lo studio sovverte le basi ideologiche della teoria estetica allora dominante, di derivazione hegeliana, e dichiara la realtà più importante della rappresentazione artistica.
Alla pretesa idealistica secondo cui la realtà deve conformarsi a un'idea astratta di bellezza, Černyševskij replica che la misura del sublime non risiede in una superiore realtà spirituale, bensì nella natura stessa, e che lungi dall'essere assoluta, è storicamente e socialmente determinata. Come esempio Černyševskij assume il modello di bellezza femminile: se gli strati alti della società considerano piacente la donna pallida e sottile, quelli bassi propendono per il tipo robusto e dalle guance vermiglie, vedendo nell'immagine precedente una persona malata invece che attraente. L'ideale di bellezza è dunque influenzato dalla vita reale delle persone, sono le condizioni e le modalità in cui la vita si sviluppa a creare il sentimento estetico. Esso deve soddisfare non l'ideale, ma il reale, non il «surrogato» della vita, quanto la vita medesima, mai perfetta e nondimeno sempre più ricca e luminosa del mero prodotto dell'immaginazione. In fondo si tratta di distinguere l'artificioso dal reale, la menzogna dalla verità, e il criterio per avere la certezza di non sbagliare è l'esperienza, «somma rilevatrice di inganni, che disincanta non solamente nelle questioni pratiche, ma anche negli affari di cuore e di pensiero».
Protetto dal paravento dell'estetica, Černyševskij affrontava invero altre questioni. Ciò che più gli premeva era esortare il lettore a rinunciare alle fantasticherie romantiche, frutto di una misera realtà, ad abbandonare i sogni che nascono sempre quando una persona si pone in una «falsa posizione», a non lasciarsi abbacinare dalle irrilevanti perfezioni dello stile, e a lavorare per costruirsi, al contrario, una «concezione pratica» della vita, più utile dei vani discorsi intorno alla letteratura per crescere come individuo.
La rivoluzionaria visione dell'estetica di Černyševskij incontrò la resistenza del mondo letterario ufficiale che gli imputava di voler negare l'arte, ma in realtà era attaccata l'adozione di un modello interpretativo della realtà, versante socio-politico compreso, finalizzato al suo rovesciamento. Tuttavia i principi estetici di Černyševskij non restarono lettera morta e ispirarono, tra i primi, il poeta Nekrasov e i pittori detti itineranti.
La critica letteraria
Černyševskij non aveva mai voluto creare una nuova estetica, ma semplicemente dichiararne l'irrilevanza, a fronte, invece, della grande funzione che riconosceva alla letteratura come fattore di attrazione della vita intellettuale del paese. Depurata dalle insignificanti questioni estetiche, la letteratura doveva riempirsi di contenuto, militare al servizio degli interessi popolari, interpretare al meglio il proprio ruolo educativo in un sistema politico repressivo, che non consentiva altri veicoli per la trasmissione delle idee: «Nelle nazioni dove la vita spirituale e sociale ha raggiunto un alto sviluppo esiste, se ci si può così esprimere, una divisione del lavoro tra i vari rami dell'attività mentale, mentre noi ne conosciamo solo uno, la letteratura».
La responsabilità di educare il popolo imponeva ai rappresentanti della cultura di non celebrare il folklore popolare come elemento genuino nato dal suo seno e quindi espressione di una tradizione tutta nazionale, giacché «i barbari son tutti simili tra di loro, mentre ciascuna delle nazioni colte si distingue per una personalità nettamente disegnata». Che i motivi ricorrenti nel folklore siano comuni a tanti popoli è verità scoperta dai fratelli Grimm dopo anni di studi nei quali avevano cercato di dimostrare l'originalità dei tedeschi rispetto ai francesi, per poi arrendersi all'evidenza che il carattere veramente nazionale non passa dalle tradizioni popolari. Non che Černyševskij si accontenti di denunciare l'assenza di una tradizione autenticamente nazionale nella produzione popolare, per togliere agli slavofili l'argomento prediletto in favore del culto da loro professato del popolo, in quanto chiarisce che questo genere di esaltazione non fa altro che «confinare il popolo in un piano di cultura inferiore», mentre era necessario sprovincializzarlo e renderlo partecipe di un movimento di pensiero più ampio e formativo.
Le idee sviluppate nella tesi di dottorato concorsero alla nascita di una nuova critica letteraria, di stampo «realista», che avrebbe dovuto dare precedenza, nell'analisi dei testi, all'esposizione dei bisogni autentici degli esseri umani, come il desiderio di amore, di giustizia, di una vita migliore per sé e per gli altri, molto più sentiti dell'aspirazione al bello. Ne i Saggi del periodo gogoliano della letteratura russa, del 1856, Černyševskij fa la storia della critica del suo Paese in quel momento cruciale che furono gli anni '40, segnati da Belinskij, un maestro per le future generazioni, colui che aveva avvicinato la letteratura nazionale all'Occidente, sostenendo senza paura che era meglio imitare l'Europa piuttosto che continuare ad esaltare, sulla scia degli slavofili, le tradizioni popolari. Quindi Černyševskij indica in Gogol' l'esempio più alto di autore in grado di portare una profonda riflessione sulla realtà sociale della Russia, assistito da un linguaggio peculiare, sempre in bilico tra il comico e il tragico, e pertanto di fare della letteratura un mezzo per comprenderla.
Nel medesimo anno, il 1856, Černyševskij scriveva il saggio Aleksandr Sergeevič Puškin. La sua vita e le opere, nel quale tenta la difficile operazione di rinnovare l'immagine del grande poeta, ferma all'epoca, non essendo di pubblico dominio la produzione libertaria e i suoi rapporti con i decabristi, a quella di splendido «cantore della "beltà eterna" della natura e della grazia femminile», mettendone in rilievo il vero valore.
Puškin aveva preparato il terreno per l'avvento di Gogol' e non era né, come sosteneva Družinin, il campione dell'arte pura né, come ritenuto dai liberali, in riferimento all'Onegin, un assertore dell'indifferentismo sociale.
La convinzione che la letteratura fosse, in un paese arretrato, lo strumento migliore atto a garantirne la crescita spirituale, è ribadita da Černyševskij nella biografia incompiuta, pubblicata a puntate sul Sovremennik, di Lessing, cui viene riconosciuto il merito di aver dato alle lettere tedesche «la forza di essere il centro della vita nazionale», e di aver così contribuito ad accelerare l'ingresso della Germania nella modernità. Questo lavoro del 1857 non fu ultimato perché l'attenzione del suo autore si era spostata sulla riforma contadina avviata dallo zar in un clima di relativa libertà d'espressione, circostanza che gli consentì di abbandonare la critica letteraria e di lasciare quella che per lui era sempre stata un'occupazione di ripiego alla penna corrosiva del giovane amico Dobroljubov.
La difesa dell'obščina
Černyševskij prese a farsi paladino della comune contadina sul Sovremennik, nei numeri 9 e 11 del 1857, in un saggio dal titolo Sulla proprietà fondiaria, dove critica le posizioni liberali di economisti quali Jean-Baptiste Say e Frédéric Bastiat, che ritengono la proprietà privata lo stadio superiore e ultimo del processo storico, richiamandosi ad Adam Smith che, nel terzo libro de La ricchezza delle nazioni, spiega come dopo la caduta dell'Impero romano, il passaggio da una forma all'altra dei rapporti di occupazione della terra (servitù, colonia parziale, affittanza) era stato determinato dal sempre maggior grado di interesse manifestato dal coltivatore nell'accrescimento della produttività del suolo. Ora — osserva Černyševskij — nei paesi europei in cui il capitalismo si era ormai affermato, ossia la Francia e l'Inghilterra, questo principio non era rispettato. In Francia, dove era assai diffusa la piccola proprietà terriera, i contadini non avevano risorse sufficienti da investire nelle migliorie e la redditività non poteva crescere; mentre in Inghilterra, dove era dominante il sistema del farmer a contratto, si arrivava al paradosso che, se la produzione saliva, grazie al lavoro del contadino che pure vi aveva impiegato suoi capitali, al momento di firmare un nuovo contratto, questi si trovava a dover pagare un canone superiore al precedente, in proporzione all'avvenuto potenziamento dello sfruttamento del terreno. Ne conseguiva che il contadino a contratto non poteva avere un reale interesse nel far sì che la terra fruttasse di più, considerando che dei benefici veniva a goderne il proprietario e non lui. Quanto poi alla maggioranza della popolazione agraria, era costituita da miseri braccianti.
Sul tema Černyševskij sarebbe tornato con il saggio Critica dei pregiudizi filosofici contro la proprietà comunitaria della terra, pubblicato un anno dopo il precedente sul numero 12 del Sovremennik, facendo la teoria della superiorità del modo di produzione collettivistico della terra in reazione ai fautori della proprietà privata. Non che intendesse porsi nel solco degli slavofili, alfieri acritici dell'obščina come di un’istituzione da preservare solo perché parte della tradizione popolare, volendo egli difendere il principio del lavoro comune senza mitizzare l’organizzazione reale «di tali vestigia dell’antichità primitiva». Lo scopo era andare oltre gli slavofili e i liberali per avvalorare l’inevitabilità di un terzo stadio di sviluppo, capace di «unire il vantaggio dell'agricoltore al miglioramento della terra e all'ottimizzazione della produzione».
Nel saggio, la difesa della comunità agraria su basi scientifiche procede attraverso la formulazione di due assiomi che Černyševskij, con l’abituale ironia, cerca di rendere d’immediata comprensione, non tanto all'avveduto lettore quanto all'avversario liberale dalla scarsa sagacia, corredandoli con una serie di esempi tratti dalle diverse branche del sapere e sfere della vita.