Li prodigi della divina grazia nella conversione e morte di san Guglielmo duca d'Aquitania (poi anche semplificato in La conversione di San Guglielmo [duca d'Aquitania]) è un "dramma sacro" per musica in tre atti composto nel 1731 da Giovanni Battista Pergolesi, su testo di Ignazio Maria Mancini. Esso costituì il saggio finale degli studi dell'autore presso il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo di Napoli.
Vicende storiche Nel 1731 giungevano a fine per il ventunenne Giovanni Battista Pergolesi i lunghi anni di studio come interno presso il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo di Napoli, dove non aveva mancato di mettersi in luce, riuscendo anche a pagarsi le spese con le sue attività, di cantore prima e di violinista poi, prestate presso istituzioni religiose e salotti nobiliari.Hucke&Monson. Nel 1729-1730 era stato 'capo paranza' (cioè primo violino) in un gruppo di strumentisti e, secondo una tarda testimonianza, erano stati soprattutto i Padri Filippini ad utilizzare regolarmente i suoi servigi artistici, così come quelli di altri 'mastricelli' (maestrini) del Conservatorio: fu proprio legata a questo ordine religioso la prima commessa importante che Pergolesi ottenne al momento dell'uscita dalla scuola, e, il 19 marzo 1731, nell'atrio della loro chiesa napoletana, oggi detta dei Girolamini,Il termine "Girolamini" non fa qui riferimento all'omonimo ordine monastico, ma ancora ai Padri Filippini o Oratoriani (precisamente, Confederazione dell'oratorio di San Filippo Neri): esso derivava dal fatto che il primo "oratorio" era stato costituito da San Filippo Neri presso la Chiesa di San Girolamo della Carità a Roma (Ministero dei beni culturali ). sede della Congregazione di San Giuseppe, fu eseguito l'oratorio in due parti su testo di Antonino Maria Paolucci, La fenice sul rogo, o vero La morte di San Giuseppe, il primo lavoro importante scritto dal compositore jesino. «Nell’estate seguente [poi] Pergolesi fu chiamato a musicare, come saggio finale degli studi, il dramma sacro in tre atti [...], Li prodigi della divina grazia nella conversione e morte di san Guglielmo duca d’Aquitania. La rappresentazione ebbe luogo nel chiostro del monastero di S. Agnello Maggiore che ospitava i canonici regolari del Salvatore.»Toscani. Il libretto era stato fornito da «un curiale, l'avv. Ignazio Maria Mancini - Regio Consigliere del Tribunale di S. Chiara - che indulgeva in peccati poetici fra gli arcadi sotto il nome di Echione Cinerario. [...] Assistevano alla rappresentazione i frequentatori della Congregazione dei Filippini, ciò che vuol dire “mezza Napoli„, ed il successo fu tale che il Principe Colonna di Stigliano, scudiere del Vice Re di Napoli, e il Duca Carafa di Maddaloni - anch'essi presenti - assicurarono al “maestrino„ la loro protezione e l'apertura dei battenti del Teatro San Bartolomeo, allora uno dei più popolari e importanti della metropoli Partenopea», dove Pergolesi fu di lì a poco chiamato a musicare la sua prima opera seria, La Salustia.Caffarelli, s.n. (prima pagina dell'introduzione).
Del San Guglielmo non ci è pervenuto l'autografo, ma i vari manoscritti ritrovati dànno conto di una certa diffusione di cui il dramma godette sicuramente per parecchi anni, e non solo a Napoli: nel 1742 esso fu ripreso anche a Roma, sia pure come oratorio e quindi espungendo le parti comiche presenti nell'originale, e ne fu pure pubblicato il libretto.
Il dramma sacro fu riportato alla luce per la prima volta, in forma scenica, nel 1942, in una rielaborazione "più consona al gusto attuale", curata da Corrado Pavolini e Riccardo Nielsen:Corrado Pavolini, Avvertenza, in Guglielmo d'Aquitania (1942), p. 8. La rielaborazione prevedeva "di far dire in prosa ai cantanti un bel po' di recitativi" – ritenuti "musicalmente convenzionali" –, l'introduzione di un nuovo personaggio, il predicatore – destinato ad illustrare via via al pubblico, in prosa, lo svolgimento del dramma –, la riconduzione della parte di Padre Arsenio al personaggio di San Bernardo, oltre a qualche taglio e modifica ulteriori. Va da sé che, date le usanze dell'epoca, le parti maschili acute fossero trasposte per tenore e solamente quella dell'angelo rimanesse affidata ad una voce femminile (il mezzosoprano Rina Corsi). esso fu rappresentato al Teatro dei Rozzi a Siena il 19 settembre 1942,Emilia Zanetti, Siena: La IV settimana senese, «Emporium. Parole e figure»; Volume XCVI, Edizione 574, 1942, pp. 453-456 (accessibile online presso il Laboratorio delle arti visive della Scuola Normale Superiore di Pisa ). e fu poi riproposto, apparentemente con una diversa messa in scena, il 18 ottobre successivo al Teatro San Carlo di Napoli.Felice De Filippis (a cura di), Cento anni di vita del Teatro di San Carlo, 1848-1948, Napoli Teatro San Carlo, 1948, p. 213; Gherardo Casaglia, Guglielmo d'Aquitania , in Almanacco, «Amadeusonline.net». La direzione d'orchestra era attribuita in entrambi i casi ad Alceo Galliera, mentre la regia era curata a Siena da Pavolini e sarebbe stata invece affidata, a Napoli, a Marcello Govoni e Friedrich Schramm.Almanacco di Gherardo Casaglia, supra.
Il lavoro fu quindi ripreso nel 1986 in un'edizione critica elaborata da Gabriele Catalucci e Fabio Maestri sulla base del più antico dei manoscritti, quello reperibile presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, l'unico in cui sia contenuto anche l'elemento comico rappresentato dal personaggio del capitano Cuòsemo. Il dramma fu anche eseguito in pubblico presso il Teatro Sociale di Amelia (e altrove), per la direzione dello stesso Fabio Maestri, e ne fu realizzata un'incisione discografica dal vivo. Tre anni dopo, nell'estate 1989, esso fu nuovamente ripreso, sempre non in forma scenica, al Festival della Valle d'Itria di Martina Franca, per la bacchetta di Marcello Panni e con la partecipazione di due future stelle del belcanto italiano, Michele Pertusi e Bruno Praticò.Foletto. Nel 1997 nella chiesa di San Marco a Jesi Fabio Maestri diresse un'ulteriore riproposta, questa volta in forma drammatizzata, per la regia di Stefano Piacenti.Gianni Gualdoni, Storia della tradizione musicale teatrale a Jesi. Dall'età moderna ad oggi, «Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche», Anno XIX, n. 144, aprile 2014 , p. 303.
Nel 2016, al Festival Pergolesi Spontini di Jesi, il dramma di Pergolesi è stato riportato infine anche sul palcoscenico teatrale, nella revisione critica di Livio Aragona, sotto la direzione di Christophe Rousset e per la regia di Francesco Nappa.
Caratteristiche artistiche e musicali Il genere Il "dramma sacro" era un genere assai praticato nell'ambito della musica napoletana di inizio Settecento, e si andò sviluppando a fianco dell'opera buffa e, in una certa misura, del dramma per musicaAquilina, p. 89. Esso si differenziava dall'oratorio contemporaneo, così come configurato da Alessandro Scarlatti, per la presenza fondamentale dell'azione scenica: si trattava cioè di un vero componimento drammatico, in tre atti, in cui si rappresentavano episodi edificanti delle sacre scritture o delle vite dei santi, con la presenza dell'elemento comico impersonato da figure di popolani che si esprimevano spesso in napoletano, che avevano problemi di reciproca comprensione quando parlavano con i personaggi più altolocati (come un santo o un angelo) ed ai quali dovevano essere minuziosamente spiegate, con cura, le questioni riguardanti la dottrina cristiana e la morale.Gianturco, p. 118. Se, per certi aspetti, i motivi ispiratori di questo genere teatrale potevano richiamare gli autos sacramentalesFava. e le comedias de santosGustavo Rodolfo Ceriello, Comedias de Santos a Napoli, nel '600 (con documenti inediti); «Bulletin Hispanique», tomo 22, n°2, 1920, pp. 77-100 (accessibile online presso Persée). introdotti a Napoli durante la dominazione spagnola, tuttavia esso si rifaceva anche, in qualche modo, all'antica tradizione popolare delle sacre rappresentazioni, che significavano "religiosità tradizionale, intrisa di agiografica popolare e di gusto poco paludato", e già si erano caratterizzate per l'intervento di personaggi comici esprimentisi in dialetto, per i travestimenti continui e l'immancabile conversione dei protagonisti. I drammi sacri non erano destinati ai teatri, ma ad ambienti annessi ai luoghi di culto, come chiostri o sagrati, o anche ai cortili dei palazzi nobiliari, e venivano prodotti principalmente nell'ambito dei conservatorî: alla loro realizzazione erano chiamati ad intervenire, in sede sia di composizione sia anche d'interpretazione, gli studenti, i quali così «apprendevano le tecniche della produzione scenica più aggiornata». Tale tradizione didattica, che risaliva almeno al 1656, aveva trovato uno dei momenti culminanti, all'inizio del secolo, nel dramma Li prodigi della Divina Misericordia verso li devoti del glorioso Sant'Antonio da Padova, di Francesco Durante,Gianturco, p. 118. Il più fortunato dei testi riferibili al genere del dramma religioso, fu Il vero lume tra le ombre, overo La spelonca arrichita per la nascita del Verbo Umanato, pubblicato sotto pseudonimo da Andrea Perrucci nel 1698 e destinato, con il titolo popolare de La Cantata dei pastori, ad essere rappresentato regolarmente per i due secoli avvenire, durante le festività natalizie. destinato ad assumere in seguito funzioni di insegnante nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo e a diventare il maggiore dei maestri riconosciuti di Pergolesi.
Libretto e struttura
Al compositore marchigiano fu affidato nel 1731 l'incarico di porre in musica un intero dramma sacro, quale componimento finale del suo corso di studi al Conservatorio, così come era accaduto, poco meno di vent'anni prima, anche ai giovani Leonardo Leo e Francesco Feo al Conservatorio della Pietà dei Turchini. Il libretto, fornito dall'avvocato Mancini e peraltro definito "poesia (di) anonimo" nella più antica partitura manoscritta pervenutaciIl che, secondo Catalucci e Maestri, destituirebbe di fondamento la tradizionale attribuzione al Mancini (p. 6)., faceva riferimento alla figura leggendaria di San Guglielmo d'Aquitania, collocata all'epoca delle lotte religiose tra papa Innocenzo II e l'antipapa Anacleto II. In effetti, come ben chiarisce Lucia Fava nella sua recensione della produzione jesina del 2016: