Biografia

Primi studi e impegno giovanile Giuseppe Beniamino Leonardo Ria nacque a Tuglie il 19 febbraio 1839 da Franco Ria e Giuseppa Picciolo, ma visse con il patrigno Giuseppe Romano.

I suoi primi studi furono compiuti a Nardò "nel collegio della mia educazione letteraria" come egli stesso ricordava; poi dalla periferica provincia salentina si trasferì a Napoli e divenne studente del Collegio Medico. Proveniente da una famiglia di possidenti, fu incoraggiato a intraprendere la professione medica fin dalla tenera età.

Negli anni trascorsi nel Collegio Medico, Ria "era tenuto d' occhio per le sue continue indisciplinatezze" a tal punto da essere descritto come l'ex-enfant terrible.

Prese anche parte attivamente ai movimenti in favore dell'Unità d'Italia e così lo ricordava Giuseppe Vinci:

Difatti per questo suo coinvolgimento, Ria fu arrestato e condannato; in carcere conobbe il gallipolino Emanuele Barba, anch'egli attivo sostenitore della causa italiana.

Per la profonda amicizia che sempre lo unirà ad Emanuele Barba, Ria accettò di recarsi a Gallipoli nel luglio del 1877, su invito dello stesso collega, per visitare il nuovo Ospedale; al suo rientro inviò al giornale Il Municipio di Napoli, una lettera nella quale metteva in rilievo le ottime qualità della struttura, perché fosse pubblicata.

L'attività di docente Una volta superato il periodo dei disordini, Giuseppe Ria conseguì la laurea in medicina e riuscì ad affermarsi nell'ambiente napoletano vincendo numerosi concorsi, benché la sua vita familiare, dopo il matrimonio con Giulia De Filippis, fosse stata turbata dalla prematura morte dei figli. Così li ricorda, infatti, nella dedica a stampa del volume La Idroterapia del medico moderno:

A trent'anni divenne Assistente del professor Antonio Cardarelli nell'Ospedale napoletano sito nel Complesso di Gesù e Maria.

Dal 1868 fu Professore pareggiato di Farmacologia presso la Regia università di Napoli, nel 1869 fondò lo studio della Terapia Clinica e con la legge del 30 maggio 1875 sulla libera docenza riuscì ad ottenere il titolo di Docente libero per questa disciplina e, inoltre, fu il primo a conseguirlo per Farmacologia. Lo stesso anno pubblicò il Saggio di Terapia speciale, primo tentativo italiano di un'opera di questo genere.

Nel 1883 abbandonò l'insegnamento di Farmacologia per dedicarsi completamente a quello della Clinica, assolvendo contemporaneamente al suo ruolo di medico ordinario nell'Ospedale degli Incurabili.

Come in molti medici e scienziati della seconda metà dell'Ottocento, anche in Ria emerse una forte componente pedagogica. Criticava gli esami ("la commedia degli esami!") che, a suo parere, non garantivano a sufficienza né l'esaminato né l'esaminatore né la scuola stessa.

Nel campo degli studi medici, inoltre, Ria respingeva le diagnosi che non scaturivano da una conoscenza profonda della situazione del malato. Tenendo fede a un moderato empirismo, credeva fermamente che anche eventuali errori diagnostici potessero essere fonte di esperienza e crescita per il medico.

Benché orgoglioso del proprio insegnamento, si rendeva conto della necessità di un lavoro costante affinché non fossero formati solo 'tecnici' di una disciplina ma soprattutto 'maestri'.

Anche per perseguire questo scopo Ria raccolse e pubblicò le proprie lezioni, ricche di citazioni letterarie, in conformità con il profilo del medico umanista rimasto vivo a lungo nella tradizione meridionale.

L'impegno sociale Un intervento che manifesta la profonda umanità che accompagnava l'impegno civile e la perizia tecnica del medico, è senz'altro quello sul trattamento delle persone affette da rabbia:

Con orgoglio nazionale rivendicava, contro coloro che vedevano negli studiosi stranieri i precursori di ogni progresso scientifico, anticipazioni e risultati tutti italiani e guardava ad esempio alla Scuola Napoletana. Con il proprio lavoro contribuì alla crescita italiana in ambito medico-scientifico, introducendo innovative tecniche terapeutiche nella cura del tifo. Partecipava inoltre attivamente ai Congressi scientifici, di cui pubblicava resoconti significativi.

Fu Socio Onorario della Regia Accademia medico-chirurgica di Napoli e diresse la rivista medica Gl' Incurabili in cui, inoltre, stampò i propri studi e pubblicò quelli dei suoi allievi più promettenti. Fra questi ricordava con orgoglio il Dottor Masi, suo Alunno di Clinica medica, il quale fece la sua tesi di Laurea su un raro caso clinico "...noi pubblichiamo qui una parte di quel suo lavoro, non solo per meritata deferenza a lui, ma eziandio perché non si perda la notizia di un caso clinico così raro, studiato nella nostra scuola di Clinica".

Nel 1907 l'Associazione Liberi Docenti della Regia Università e degli Istituti Superiori istituì un Comitato (con a capo il professor Giovanni Amellino), per festeggiare Giuseppe Ria, che dell'Associazione era il Presidente. Fu anche istituito un premio da conferirsi biennalmente dall'Associazione allo studente universitario più meritevole, per turno di Facoltà. All'omaggio parteciparono colleghi ed ex allievi; con queste parole Modestino Del Gaizo tracciò l'iter dell'amico Giuseppe Ria:

Il 23 novembre 1926, dopo diversi anni dal suo ritiro dall'insegnamento, Giuseppe Ria morì nella sua casa napoletana sita al numero 61 di Via Duomo a Napoli.

L'attività medica

La lotta contro il colera La città di Napoli fu più volte colpita dal colera nel corso dell'Ottocento. La prima epidemia risale al 1835-1837 e fu documentata da Domenico Meli:

L'epidemia che dilagò nel 1865-67 registrò 3.977 casi di infezione su una popolazione di 447.065 abitanti; 2.301 furono i morti. Sono questi i dati relativi a Napoli; per quanto riguarda i dati relativi alla Sezione Vicaria, nelle Lettere storico-cliniche del colera è riportata la seguente tabella:Probabilmente la stima è riduttiva, in quanto molti casi di colera non furono riconosciuti e la causa di molte morti fu attribuita a malattie comuni come la gastroenterite e "altri morbi acuti dei visceri e del petto".

L'epidemia del triennio 1865-67 fu meno violenta rispetto alle precedenti; poiché le condizioni topografiche della città non erano variate, Ria riteneva che avendo i Napoletani vissuto molto tempo sotto "l'impero della causa morbosa (...) non cogliendoci vergini quando all'improvviso si accende, abbiamo più forza a resisterle ed a fare noi alquanto mite ciò che sarebbe violento".

Lettere storico-cliniche del colera nella Sezione Vicaria

Le Lettere storico- cliniche del colera nella Sezione Vicaria dirette al Cav. Giuseppe Biondi Professore di Medicina dal Dott. Giuseppe Ria, hanno il pregio di essere un'opera giovanile (nel 1866 Giuseppe Ria aveva 27 anni), sono il resoconto di un'esperienza sul campo ma sono anche il documento di un linguaggio 'tecnico' che spesso fa ricorso alle risorse della letteratura.

Difatti l'eco degli studi classici è presente in tutte le opere di Ria, con riferimento alla letteratura medica degli antichi (Ippocrate, Galeno, Celso) e dei contemporanei stranieri e italiani ( Salvatore Tommasi, Arnaldo Cantani). Ampi sono anche i richiami ai testi letterari antichi e moderni; Dante è largamente ricordato nelle Lettere storico-cliniche del colera, anche Manzoni è variamente utilizzato, in particolare nel Saggio di Terapia Speciale, così come il latino Orazio ed alcuni contemporanei, quali Tommaso Grossi, Niccolò Tommaseo, Giovanni Prati, Mario Rapisardi.

L'argomento trattato nelle Lettere storico-cliniche rispecchia la realtà di un'epidemia frequente e tragica, quel cholera morbus tanto temuto quanto poco conosciuto; un'esperienza sul campo di cui l'autore dava un preciso resoconto, mettendo in luce l'apporto personale, al Cavaliere Giuseppe Biondi, l'Ispettore sanitario che aveva presieduto e coordinato il gruppo di medici operante nella Sezione Vicaria "con una solerzia e una filantropia degne di quella lode solo a pochi concessa".

L'opera si pone nell'orizzonte del trattato scientifico, ma dopo aver descritto il morbo nei suoi aspetti generali, nei suoi effetti, nel suo decorso, nelle sue soluzioni negative (morte) o positive (guarigione) e aver sostenuto il discorso con gli esempi tratti dalla propria esperienza e ricorrendo talvolta anche alla statistica, Ria pone alla fine il proprio lavoro in una visuale pedagogica; sostiene infatti di aver scritto "col fervente disio di giovare alla scienza ed alla umanità".

Tuttavia la duttilità dell'opera permette di collocarla nell'habitat delle opere narrative, più precisamente di quelle del resoconto di viaggio:

Alla fine della Lettera XI ribadisce proprio questo aspetto:

Le teorie di Ria sulla diffusione del morbo Da secoli i medici, nel caso del colera come delle altre malattie infettive, erano divisi dal punto di vista teorico in miasmatici e contagionisti. I primi ritenevano che le malattie epidemiche venissero diffuse dall'aria corrotta, ovvero dai miasmi, prodotto della decomposizione di materiale organico; i secondi, al contrario, erano convinti che il morbo si trasmettesse dall'uomo malato al sano, ma siccome non riuscivano a individuare il fattore di contagio, venivano perlopiù ignorati.

La disputa tra coloro che ritenevano il colera contagioso o epidemico vide il dottor Ria incerto e in una curiosa posizione mediana che assume entrambe le ipotesi cercando di conciliarle:

Con onestà scientifica Ria ammetteva di non sapere se fossero cellule, spore o miasmi a diffondere il contagio, ma non poteva negare che dovesse essere introdotto in una città da persone o oggetti che recassero in sé qualcosa, di cui ancora non sapeva spiegare la natura. Il colera così importato produceva nell'aria un miasma o qualcos'altro che fecondava se le condizioni locali o individuali lo permettevano.

Infatti riteneva che il germe causa del morbo non migrasse da una persona ad un'altra ma che fosse presente nell'aria e, una volta respirato dall'individuo si incubasse e si manifestasse se condizioni igieniche, dietetiche ed atmosferiche fossero state favorevoli al suo sviluppo.

Se nel colera tutto fosse stato dovuto solo al contagio, di conseguenza, affetto un solo membro della famiglia, tutta questa avrebbe dovuto contrarre la malattia; ciò non veniva riscontrato se non in alcuni casi. Durante molte visite Ria aveva notato che in molte famiglie, benché tutti dormissero nello stesso letto del coleroso, il contagio non avveniva. Egli stesso, insieme ai suoi infermieri, aveva respirato la stessa aria del malato, lo aveva toccato eppure non aveva manifestato sintomi.

Per cercare di comprendere la causa di questi fenomeni, aveva ipotizzato una quarta causa scatenante, oltre a quelle igienica, dietetica ed atmosferica, alla quale attribuiva grande importanza: questa era il morale, da lui inteso come paura del male che portava al manifestarsi della malattia.

L'attenzione all'igiene Con occhio critico e lungimirante Ria richiamò l'attenzione alle condizioni igienico-sanitarie attribuendo loro valore di prevenzione contro le malattie. L'ambiente osservato è quello della Napoli in cui viveva ed operava:

Ribadì la necessità dell'igiene personale, accusando non solo la trascuratezza domestica ma, soprattutto, quella delle istituzioni pubbliche e puntando con decisione sull'equilibrio tra sviluppo ed educazione della mente e, parallelamente, sviluppo ed educazione del corpo.

La convinzione che una maggiore igiene personale potesse prevenire l'insorgenza delle malattie, derivava anche da un'attenta osservazione delle abitudini delle meretrici, le quali " avevano abitudini igieniche più accorte per necessità della professione", inoltre si riteneva un tempo che "lo sperma assorbito rinvigoriva l'organismo maschile e femminile".

Per Ria la 'salubrità' dell'aria sembrava un valido rimedio in funzione preventiva, nasceva da questo la visione idilliaca del paese natale, Tuglie, visto come locus amoenus resistente alle insidie del morbo o capace di sanarle rapidamente.