Cava d'Ispica è complesso archeologico che si trova in una vallata fluviale che per 13 km incide l'altopiano ibleo, tra le città di Modica e Ispica. La vallata, immersa nella tipica vegetazione della macchia mediterranea, custodisce necropoli preistoriche, catacombe cristiane, oratori rupestri, eremi monastici e nuclei abitativi di tipologia varia che si sono succeduti ininterrottamente dalla Preistoria (Antica età del Bronzo) fino almeno al XIV secolo. Nell'area iniziale della vallata, esisteva l'antico centro abitato di Ispica, spazzato via dal terremoto del 1693, e poi ricostruito a ridosso della cava. Il sito in cui si trovano i resti archeologici del castello, prende il nome di Parco Forza.
Archeologia Secondo l'archeologo Biagio Pace Cava d'Ispica è una delle più grandi curiosità archeologiche della Sicilia per il suo aspetto pittoresco e il grande numero di escavazioni nelle pareti rocciose del suo lungo corso da Ispica, fin nell'altopiano di ModicaPace, Arte e civiltà della Sicilia antica, p. 149.La particolare morfologia della cava, a forma di gola, il tipo di roccia, la posizione naturalmente adatta alla difesa, la prossimità del mare, hanno contribuito a rendere questo luogo uno dei maggiori insediamenti rupestri della Sicilia.Ancora oggi, nonostante diverse ricerche da parte di studiosi, soprattutto italiani, non si conosce molto sulla Cava d'Ispica. Più recentemente, Giovanni Modica afferma che "la spesa per condurre a termine un'impresa di questo genere [e cioè un'esplorazione scientifica del sito archeologico] è tale da non farla prendere neppure in considerazione"Modica Scala, Pagine di pietra: periegesi storico-archeologica, p. 24.
Infatti il sito non è mai stato studiato conducendo una regolare campagna di scavi ed ancora oggi ci si deve accontentare di ricerche parziali. La difficoltà nell'interpretazione di dati riferibili ad un arco cronologico particolarmente ampio, comprendente età protostoriche e storiche, non consente di precisare l'epoca in cui nella Cava si stabilì il primo insediamento umano.
I primi abitatori
Il sito costituiva un luogo particolarmente adatto a una popolazione primitiva in quanto offriva rilevanti difese naturali e risorse necessarie alla sopravvivenza.
Gran parte dei reperti archeologici provenienti dal Parco Archeologico e dalle aree di Modica, Ispica e dei comuni limitrofi è conservata al Museo Civico "F. L. Belgiorno" di Modica, dove sono esposte anche antiche collezioni formate già alla fine del XIX secolo.
Fra i reperti preistorici più importanti, oltre a numerose ceramiche, lame ed accette di selce, coltelli di ossidiana e altri reperti in selce, si conserva il famoso osso a globuli di colore nero ritrovato presso la cosiddetta "tomba del principe" di contrada Baravitalla (Modica), appartenente a una categoria di oggetti abbastanza rari rinvenuti in Sicilia, in Grecia e a in Asia Minore.
Difese naturali erano la vegetazione folta e fitta e il fiume che scorreva in fondo alla valle, guadabile in pochi punti e che divideva la Cava in due parti. Esisteva poi uno sbarramento naturale costituito da un enorme blocco di roccia che chiudeva il passaggio in direzione dell'attuale cittadina di Ispica, a Sud della Cava. Successivamente gli abitanti aggiunsero delle vere e proprie opere di fortificazione . Questa zona viene indicata infatti con il nome di "Barriera". L'archeologo Pace afferma che le grotte della Cava d'Ispica sono da distribuire lungo un paio di millenni, anche se sono state "già tutte fantasiosamente attribuite a genti ed età antichissime"Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica, p. 151. Le più antiche sarebbero da attribuire ai Sicani, qui vissuti per molti secoli, attardati, perché isolati, nelle loro forme tradizionali anche durante l'età classica. Ma in gran parte sono invece catacombe del primo cristianesimo, quali la "Grotta della Larderia", abitazioni rupestri, santuari (Santa Maria e San Pancrati), successivi al VI secolo d.C.
I Siculi, invasa la Sicilia, si impadronirono degli insediamenti sicani della Cava d'Ispica e ne fondarono di nuovi formando nuovamente delle comunità che permasero fino al terremoto del 1693. Apparterrebbero a questo periodo le tombe a forno di "Scalaricotta". Altri insediamenti imponenti dei Siculi furono le grotte vicine al Castello Sicano, la Capraria e i complessi abitativi di fronte al "Lavinaro", composti da centinaia e centinaia di grotte a più piani intercomunicanti. Con l'arrivo dei Greci alcune città furono conquistate, altre invece, tra cui l'abitato localizzato a Cava Ispica, rimasero indipendenti mantenendo comunque rapporti anche commerciali; fu lo stesso con i Romani di cui è rimasta ben poca traccia, confusa poi con la successiva presenza bizantina. Per sottrarsi alle persecuzioni, le popolazioni cristiane del luogo si rifugiarono nelle grotte della Cava dove scavarono piccoli luoghi di culto o riadattarono a tale scopo ambienti già esistenti, decorandoli con immagini sacre. Ne sono dimostrazione la chiesa rupestre di Santa Maria, la grotta di Sant'Ilarione, la grotta "dei Santi", la chiesa rupestre di San Nicola e poi le catacombe come la "Larderia", "U Campusantu", la "Spezieria".
Dopo il tremendo terremoto del 1693 gran parte della popolazione che abitava la parte sud del sito si trasferì in una nuova città, denominata Spaccaforno, che solo nel 1936 mutò nome in Ispica. Da allora per la Cava iniziò un lungo periodo di abbandono.
Il crescente interesse per la Cava
La cava diverrà meta dei viaggiatori in Sicilia come Jean Houel, lo Chatelet, Saint-Non e altri. Mentre in epoche più recenti attirò l'attenzione di archeologi come Biagio Pace, Paolo Orsi e Holm. Lo scrittore Bufalino ambienterà una scena di un suo romanzo proprio tra gli anfratti della Cava.
Denominazione ed ipotesi di etimologia
La denominazione "Cava d'Ispica" proviene dalla città omonima, la quale si chiamò Spaccaforno fino al 1936. La città di Ispica, infatti, nella parlata locale è ancora oggi comunemente conosciuta come Spaccafunnu. Questo termine appare in una bolla papale del 1093 e in un'altra del 1168, sotto il pontificato di Alessandro III, nella quale si assegnavano al vescovo di Siracusa le chiese di Spaccaforno. L'antico nome latino fu per molti secoli Ispicae fundus, cioè il sito del territorio di Ispica che si trova nella parte più bassa, fundus della suddetta Cava. L'etimo "Ispica", nell'uso comune, è stato ed è tuttora preceduto dal prefisso "cava" (valle, secondo la parlata locale), e si è sempre parlato in dialetto di "Cava r'Ispica" o Cava d'Ispica. Di per sé "Ispica" viene sciolto con la locuzione greca éis pegàs, cioè "verso le sorgenti", ad indicare il corso del torrente Pernamazzoni/Busaitone.
Aspetti del paesaggio La cava, che in alcuni punti è profonda circa cento metri e larga più di mezzo chilometro, è solcata da un torrente che ha nome Pernamazzone nel corso superiore e dal Busaitone nel corso inferiore. La presenza dei corsi d'acqua ha fatto sì che nel luogo si sviluppasse una vegetazione rigogliosa, motivo d'attrazione per varie specie di uccelli ed altre specie animali, tali da rendere questo luogo un sito di singolare bellezza paesaggistica. La flora esistente nella Cava è costituita dalle specie proprie della macchia mediterranea come il leccio, l'euforbia arborea, il carrubo, la palma nana, l'olivo selvatico, l'olivastro, il platano ed altre; anche il sottobosco presenta diverse varietà: felce maschio, ciclamino di terra, acetosella, borragine, nepitella, ampelodesma, asparago, edera, salvia, ecc.
Nel tempo in cui era abitata, la Cava mostrava anche la presenza di varie colture che dopo il terremoto del 1693 furono abbandonate e non più rinnovate. Pochi secoli dopo vennero riprese e la Cava ridivenne un vero giardino, dove erano coltivati alberi da frutta, nespole, albicocche, uva da tavola, cachi, noci, noccioline, pistacchio, melograni, ecc. La fauna è meno varia e numerosa di un tempo; vi hanno trovato il loro "habitat": il coniglio selvatico, la volpe, l'istrice, il riccio, il colombaccio, il gufo reale e rettili vari, come il saettone e il biacco. La roccia dell'altopiano ibleo è essenzialmente di natura calcarea ed è perciò che i vari corsi d'acqua, nel tempo, hanno scavato valli più o meno profonde, alcune anche con pareti ripide, che sono chiamate "Cave" formando un'intricata rete attraverso la quale scorre a mare l'acqua torrenziale.
Nella parte nord della Cava (in territorio di Modica), con pareti rocciose più adatte all'insediamento umano, più numerose sono le tracce di abitazioni, le grotte (abitate dall'VIII secolo a.C. agli inizi del XX), le necropoli. Nella parte sud prevalgono le postazioni difensive come il "Fortilitium" (territorio di Ispica), roccaforte naturale costituita da una massa rocciosa di calcare dure (che ha resistito, proprio perché duro, all'erosione delle acque del torrente), in forte rilievo in mezzo all'alveo della Cava, chiamata "Forza", che esercitava una vera e propria funzione di sbarramento e di difesa dell'ingresso sud della Cava.
Monumenti Parco Archeologico di Cava d'Ispica Alcuni dei monumenti fanno parte del Parco Archeologico di Cava d'Ispica di recente istituzione.
Il ginnasio Il ginnasio è un ambiente scavato nella roccia di età ellenistico-romana e riportato alla luce solo di recente. Esso è costituito da due sale comunicanti e corredate di sedili laterali. La stanza sulla destra presenta una parete franata ed è dotata di vasche per abluzioni. L'ambiente di sinistra è il meglio conservato nonché il più interessante. In esso si notano ancora delle incisioni in greco che designavano i posti a sedere. In corrispondenza delle lettere PRE si indicavano i posti degli anziani, presbyteroi. sotto la scritta NEO i giovani o neoteroi.
L'ambiente probabilmente veniva utilizzato come aula assembleare in cui la comunità si ritrovava.
La Larderia La catacomba denominata Larderia, tra le numerose esistenti in zona, è indubbiamente la più nota.
Si trova all'estremo nord della Cava Ispica (Modica) e fa parte di un grande complesso sepolcrale.
L'ingresso della catacomba immette in un ampio vestibolo, da cui si dipartono tre corridoi: quello centrale si addentra nella cavità della roccia per oltre 40 metri; gli altri due, laterali, sono di lunghezza minore. Il corridoio centrale ha un'architettura piuttosto singolare, e rappresenta tre epoche successive di opera di scavo. La prima parte è un cunicolo di circa dodici metri, largo due, lungo le cui pareti sono state ricavate serie di nicchie orizzontali, in cinque ordini. L'ordine inferiore, interrato da secoli, fu riportato alla luce nel 1982.
Il secondo tratto dell'ambulacrum è costituito da uno stanzone in cui i sepolcri sono disposti a gruppi, sopra piattaforme rialzate, delimitate da angusti corridoi che si intersecano formando una piccola rete viaria che sfocia nel corridoio centrale. Le piattaforme erano unite alla volta della grotta da tozze colonne che avevano soprattutto la funzione di sostenere l'ampia volta. La terza parte del corridoio centrale presenta un'architettura più ricercata. In essa abbondano arcosoli e numerosi sarcofagi massicci in nicchie contigue, snellite da colonnine e finestrelle ad arco tondo o vagamente ogivale. Queste tombe a sarcofago rialzato costituiscono la caratteristica più saliente dell'intero ipogeo. Il corridoio di destra ricalca la conformazione e la struttura del primo tratto del corridoio centrale e ha la stessa lunghezza. Lungo la parete sinistra ci sono cinque file parallele di loculi; la parete di destra contiene nella parte terminale due "arcosoli polisomi" di pregevole fattura e una serie di celle, in parte perpendicolari e in parte parallele all'asse della galleria.