Fùrnari (Fùrniri in siciliano) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Messina in Sicilia.
Etimologia L'origine del nome deriva dal nome della famiglia "Furnari" che deriva a sua volta dal greco "Phournares" ("fornaio"), famiglia discendente dai De Fornari o Fornari, consoli e nobili genovesi insediatasi in Sicilia nel 1229 a supporto della sua conquista da parte degli Svevi, e quindi sotto il dominio di Federico II di Svevia all'interno di una parte del territorio del messinese, poi lavorato e conquistato, terre (di) Furnari.
Geografia fisica Territorio
Si estende su una superficie di 1.300 ettari, con una densità di 280 abitanti per chilometro quadrato.
Il territorio ricco di sorgenti d'acqua ferruginose e sulfuree, presenta un profilo geometrico irregolare, con variazioni altimetriche accentuate. Sorge su una zona collinare (Monte le Croci, 247 m s.l.m.), nel Val Demone, giungendo sul Mar Tirreno.
Confina ad est con Mazzarrà Sant'Andrea, ad ovest con Falcone, a sud-est con Tripi, ed a sud-ovest con Terme Vigliatore.
Il territorio comunale si divide in Furnari "collina" o "centro" e Furnari "marina". Furnari "marina", fa capo alla frazione balneare di Tonnarella, a Portorosa e alle contrade di Bazia, di Saiatine e di Torre Forte. Classificazione sismica: zona 2 (sismicità medio-alta)
Clima La stazione meteorologica più vicina è quella di Patti-Tindari. In base alla media trentennale di riferimento 1961-1990, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta a +10,2 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, è di +24,9 °C. Classificazione climatica: zona B, 874 GG Diffusività atmosferica: bassa
Storia Età antica Si ha notizia di tracce di una necropoli preistorica, con la presenza di diverse tombe, nell'area dell'attuale Contrada Grotte di Furnari.
Età classica Si ha notizia di tracce di insediamento, di epoca classica, nell'area dell'attuale contrada "Masseria" e "Monte le Croci".
Infine, risalente all'epoca greco-classica, si ha notizie di tracce di insediamento, nell'area dell'attuale contrada "Pezza Grande" e anche di una necropoli, risalente, anch'essa, ad epoca greco-classica in contrada "Villa Arangia"..
Età romana Si ha notizia di resti di insediamento, di epoca romana, nell'area dell'attuale contrada "Cinque Fontane"..
Inoltre, altri resti di insediamento si trovano nell'area dell'attuale contrada "Giamparedda".
Età bizantina Si ha notizia di tracce di insediamento, di epoca bizantina, nell'area dell'attuale Contrada Pezza Grande di Furnari.
Età moderna Verso la fine del XIV secolo, Filippo Furnari discendente da una nobile famiglia genovese, imparentato con il Principe Ottone Furnari e giunto in Sicilia nel 1229, ottenne da Federico II, in cambio dei servizi a lui prestati, il titolo di barone di un territorio dove costruì un castello, che fu ben presto attorniato da piccole case, dando così origine ad un borgo feudale che, per oltre quattro secoli, fu governato dai suoi discendenti.
Nel 1691 i Furnari vendettero la terra ai Marziano, che ne conservarono il possesso fino al 1819, quando il Parlamento siciliano abolì i diritti feudali e Furnari iniziò la sua vita di Comune. Il titolo di Principi di Furnari fu attribuito anche a un ramo della famiglia Notarbartolo, nobile famiglia palermitana.
Simboli Lo stemma, adottato dal Comune all'atto della sua costituzione nel 1819, è l'unico legame tra storia e leggenda e riprende il blasone della famiglia Furnari, discendente dai Fornari o De Fornari, consoli genovesi:
Anche se indirettamente, esiste un'illustre testimonianza, risalente al 1220, quella di Ludovico Ariosto, che, nel citare nel suo Orlando furioso, al canto XLI, 30, lo stemma di Furnari, tale legame rafforza:
Poiché l'Ariosto soggiornò a lungo a Genova, patria di Filippo Furnari, non è difficile che il poeta girovago abbia visto in quella città lo stemma, sul portale di un vecchio palazzo della famiglia "Furnari".
Il gonfalone è un drappo di giallo.
Leggenda Una casupola di muri a secco, sorgeva sola in una radura del bosco, dove "Giuseppe Furnari" conduceva un'umile vita da contadino, coltivando terra nei dintorni.
Fu qui che le vie del destino di Ruggero II di Sicilia, incrociarono il sentiero, che conduceva alla casupola nel bosco.
A causa di un arciere maldestro, che, per sbaglio, colpì il fedele levriero del Re, qualcuno s'accorse della casupola e ne indicò il sentiero.
Così "Biagio Furnari" li vide davanti, prese dell'acqua dal pozzo, delle bende e dell'olio; lavò la ferita e vi applicò un impasto di "niputedda" (erba curativa) e lo fasciò.
Ma il levriero, fasciato, non riusciva a reggersi in piedi; e il Re pronunciò le parole: "Io debbo assolutamente andare e il cane non può seguirmi. Te lo lascio in consegna: abbine cura, che prima o poi, verrò io stesso a prenderlo".
Il re se ne andò senza palesare chi in realtà fosse. Passarono i giorni, le settimane, i mesi, ma il Re non faceva ritorno, come se si fosse dimenticato del suo fedele amico.
Il "Furnari" medicava e nutriva il cane. Si toglieva il pane dalla bocca per darlo a lui, abbandonava la zappa fra il maggese per andare a cercarlo, non appena scappava.
Qualcuno propose al "Furnari" che glielo vendesse, ma egli arrogantemente respingeva ogni offerta: aveva promesso d'attendere il ritorno del Re, e avrebbe mantenuto l'impegno a costo di qualunque sacrificio: solo a lui avrebbe consegnato il cane.
Molti incominciarono a deriderlo: "È sempre dietro a quella bestia; rifiuta il denaro che gli offrono: attende il Messia".
E a tutti, rispondeva che avrebbe tenuto con sé il cane "Finché venga".
E ci favoleggiavano sopra parlando di stregonerie, del veltro che aveva il diavolo in corpo, che compariva e scompariva fulmineo per le balze del bosco.
Allo squillar delle trombe, una schiera di cavalieri, con le insegne regali e con le croci d'oro sugli scudi lucenti, si fermò davanti alla casupola del contadino, e Ruggero, in splendide vesti, notando il cane, splendidamente guarito, scese da cavallo e con modo spontaneo si tolse la spada e, posandola sulla spalla del Furnari, pronunciò: "Giuseppe Furnari – disse - nel nome di Dio e in premio della tua fedeltà, ti creo barone di queste terre. Il tuo stemma è un cane in campo rosso con la scritta "Finché venga".
Biagio Furnari sbigottì: "Eccoti il cane" disse "ho atteso il suo ritorno".
La piccola casupola coi muri a secco, divenne presto un castello baronale (sulle cui rovine fu costruita, successivamente, l'attuale "Chiesa Madre"), con lo scudo sul frontale, e nei dintorni, iniziarono a sorgere fitte case e a dividerle, delle strade.
Negli anni seguenti, nei dintorni del castello del barone, cominciarono a nascere le prime umili case dei contadini. Nel corso del tempo, nacque un villaggio, che nei secoli, divenne un bel piccolo centro collinare.
Sul gonfalone di Furnari, vi è sempre lo scudo col levriero e la scritta, a ricordo ed a simboleggiare la fedeltà dimostrata da Giuseppe Furnari.
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa di Santa Croce, nel 1375 venne costruito il castello sotto la baronia di Biagio Furnari.Pagina 215, Abate Francesco Sacco, "Dizionario geografico del Regno di Sicilia", , Volume primo, Palermo, Reale Stamperia, 1800 All'interno del castello (dove successivamente fu costruito l'attuale campanile), c'era una piccola cappella in stile arabo dedicata a Santa Caterina d'Alessandria. Verso la fine del Cinquecento nella parte del castello distrutta dai Saraceni venne costruita una chiesa più grande. I signori Furnari commissionarono una statua marmorea di Santa Caterina "di scuola gaginiana" e la posero nell'altare dove adesso si trova Santa Rita. Dal 1800 non si hanno più tracce della statua; si sa solamente che venne sostituita con una pala della scuola di Antonello de Saliba raffigurante Giovanni il Battista, anche questa andata scomparsa agli inizi del Novecento. Nel 1630 la famiglia Ravidà fece scolpire al celebre Frà Innocenzo da Petralia, frate francescano, un'immagine del Crocifisso, che venne posta all'altare maggiore. Un'opera di valore artistico, con caratteristiche molto importanti: i lineamenti del corpo, in una dolorosa ma composta armonia, riescono in maniera formidabile ad esternare i dolori del Cristo. Caratteristica di ogni scultura di Frà Innocenzo da Pietralia, sono le tre espressioni: guardandolo dal centro vediamo l'agonia, da sinistra la morte e da destra il sorriso della risurrezione. Nel corso degli anni si era sviluppata una venerazione per quest'immagine che veniva considerata prodigiosa dai cattolici; raccontano alcuni manoscritti del tempo che i fedeli dei villaggi vicini venivano a venerare l'immagine ritenuta sacra. Si narra di un fatto accaduto il 5 agosto 1652, quando vi fu un gran temporale e un fulmine entrò in chiesa attraverso la finestra posta sull'abside (ancora esistente, ma murata da allora), distrusse l'altare, fece cascare il padiglione della custodia, frantumò la croce e lasciò intatte l'immagine del crocifisso e la lampada del Santissimo Sacramento. Per molti anni l'immagine del Crocifisso venne portata in processione il 3 maggio. Nel 1830 l'arciprete don Francesco Occhiuto decise di far uscire l'immagine solo il Venerdì santo. Il 27 agosto 1652, a pochi giorni del prodigio, venne fondata l'Arcipretura dal duca Antonio Furnari, sotto il titolo della Santa Croce. Tra le opere d'arte presenti in chiesa sono da ricordare: una statua dell'Ecce Homo, opera di "Frà Innocenzo da Pietralia"; una tela di San Francesco di Paola molto somigliante al ritratto del Santo conservato a Paola; una tela raffigurante "La Pietà" con le Anime del Purgatorio, posizionata su un altare, dove dal 1670 al 1970 veniva celebrata la Santa Messa in suffragio delle anime del Purgatorio ogni primo lunedì del mese; una tela della Madonna del Rosario, opera di Rosalia Novelli, in cui la Vergine siede dolcemente su un roseto tenendo in braccio Gesù Bambino e la Corona del rosario che dona a San Domenico circondato da San Tommaso d'Aquino, Santa Rosalia da Palermo e Sant'Antonio da Padova; una statua lignea di Sant'Antonio da Padova, risalente agli inizi del Quattrocento,che è la prima statua di Sant'Antonio venerata a Furnari, e sostituita con l'attuale nel 1836; un organo a canne, risalente al 1637 di buona fattura; ed infine una pala della Madonna del Soccorso, opera di Antonello de Saliba, ed il simulacro della Madonna Addolorata, conservati nell'oratorio della confraternita. Ai piedi dell'altare maggiore è sepolto il celebre Arciprete Giuseppe Millemagi.