La basilica santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore () è una basilica santuario di Napoli, sita in piazza del Carmine, che un tempo formava un tutt'uno con la piazza del Mercato.

Storia

La tradizione racconta che alcuni monaci, fuggendo dalla persecuzione dei saraceni in Palestina, venendo in Napoli, portarono un'immagine della Madonna Glicofilusa, detta anche Vergine Bruna per il colore scuro della sua pelle da essi venerata sul monte Carmelo, culla del loro ordine. Ai monaci fu donata una cappella dedicata a san Nicola che sorgeva nella zona marinara appena fuori dalle mura cittadine: costoro vi s'insediarono e collocarono l'immagine sacra in un anfratto roccioso poco distante, "la grotticella". Su di essa sarebbe poi sorta l'attuale Basilica: il primo documento storico che attesta la presenza carmelitani a Napoli data al 1268, e in esso si fa riferimento al luogo del supplizio di Corradino di Svevia nella piazza antistante la chiesa di Santa Maria del Carmine, segno che nel XIII secolo la Basilica esisteva già; è inoltre ipotizzabile che abbia assunto le attuali dimensioni e gran parte dell'assetto nel medesimo periodo. In effetti, anche l'icona della Vergine Bruna è stata successivamente attribuita, sulla base di analisi stilistiche e compositive, alla scuola toscana del XIII secolo: è probabile che si tratti di una copia dell'antica icona bizantina, andata perduta nel corso dei secoli.

La posizione della Basilica, a ridosso del mare ma piuttosto lontana dal centro abitato, era particolarmente strategica per la difesa della città: nel 1348, nelle immediate vicinanze, fu edficato il Castello del Carmine, baluardo difensivo che dalla Basilica prese il nome. La Basilica è pertanto collegata direttamente a molti importanti eventi della storia di Napoli.

Corradino di Svevia

La Basilica è legata alla storia di Corradino di Svevia, del quale ospita le spoglie. Figlio di Corrado IV, morto quando aveva sedici anni, Corradino era l'erede della casata degli Hohenstaufen; crebbe in Baviera, mentre sul trono italiano sedeva illegittimamente suo zio Manfredi di Sicilia. Dopo la morte di Manfredi (sconfitto da Carlo I d'Angiò nella battaglia di Benevento nel 1266) i ghibellini italiani implorarono la venuta di Corradino, il quale, nel settembre del 1267, mosse alla riconquista del suo regno. Entrò in territorio italico senza incontrare resistenze e fu anzi accolto calorosamente, ma giunto a Tagliacozzo cadde in un'imboscata ordita da Carlo d'Angiò; lo scontro fu cruento e vide la disfatta dell'armata di Corradino, che riuscì a mettersi in salvo insieme all'amico Federico d'Austria fuggendo verso le paludi pontine. Traditi dai Frangipane, i due vennero consegnati a Carlo d'Angiò, che con un sommario processo li condannò alla pena capitale, eseguita mediante decapitazione il 29 ottobre 1268. I corpi dei giovani furono gettati in una fossa, ma grazie all'intercessione dell'arcivescovo di Napoli le loro salme furono in seguito sepolte nella Basilica. Il sepolcro andò perduto nei vari rifacimenti della chiesa.

Nel 1670, durante dei lavori per abbassare il pavimento della chiesa, furono trovate due casse di piombo, una delle quali portava l'iscrizione Regis Corradini Corpus; all'interno, avvolto in un lenzuolo, fu trovato lo scheletro di Corradino con il teschio sul petto e una spada al fianco: la salma fu posta nel cappellone della Madonna del Carmine, nella zona absidale. Nel 1847 Massimiliano II di Baviera fece erigere il monumento a Corradino, disegnato dal danese Bertel Thorvaldsen e scolpito da Schopf: le ossa del re svevo furono traslate nel basamento sotto la statua che ritrae le sue fattezze.

Nel settembre del 1943 un gruppo di soldati tedeschi pretese la consegna delle spoglie di Corradino, e intimarono a padre Elia Alleva (unico religioso rimasto in custodia del tempio) di mostrare il luogo della sepoltura. Il religioso li portò nel luogo ove il corpo si trovava prima dell'erezione del monumento, dove ancora oggi si trova ancora una lapide in ricordo della traslazione; l'iscrizione, già all'epoca molto rovinata e lacunosa, recita: Il giorno 14 maggio 1847/le ossa di Corradino di Svevia [...] sono state deposte/[---] il piedistallo del monumentoTommaso Quagliarella, Il Carmine Maggiore di Napoli, Salvatore Mazzolino, Taranto 1932, pag. 63.. Basandosi su errate interpretazioni coeve, i tedeschi ritennero che la parola caduta fosse dietro, e che dunque il corpo si trovasse alle spalle o al di sotto del monumento; spostarono dunque la statua con tutto il piedistallo, praticarono dei fori nel pilone dietro il monumento e infransero le tre lapidi sul pavimento, lasciando intatti la statua e il piedistallo, dove in realtà si trovavano le ossa. I soldati stabilirono che il corpo dovesse essere andato perduto e smisero di cercarlo; pertanto esso si trova tuttora nel piedistallo del monumento.

Il miracolo del crocifisso

Nella Basilica, su un terrazzino a ridosso dell'arco che separa la navata centrale dal presbiterio, è conservato il cosiddetto Crocifisso Miracoloso, una statua lignea risalente al XIII secolo, oggetto di una particolare devozione: il manufatto viene infatti tenuto nascosto alla vista mediante un drappeggio damascato (popolarmente detto velo), e mostrato ai fedeli solo in determinati giorni all'anno, oppure in caso di gravi calamità e pericoli. La sua storia è legata alla lotta, nel secolo XV, tra Angioini e Aragonesi, per il dominio di Napoli: durante il dominio di Renato d'Angiò, Alfonso V d'Aragona assediò la città, ponendo il proprio accampamento sulle rive del Sebeto, nelle vicinanze dell'attuale borgo Loreto; il legittimo provvide a collocare la propria artiglieria lungo tutto il perimetro del Castello del Carmine, finendo per estenderle al campanile della Basilica.

Secondo la tradizione, il 17 ottobre 1439 l'infante Pietro di Aragona fece dar fuoco a una grossa bombarda, la Messinese, la cui grossissima palla (ancora conservata nella cripta della Basilica) sfondò l'abside e andò in direzione del capo del crocifisso che, per evitare il colpo, abbassò la testa sulla spalla destra, senza subire alcuna frattura; la chioma di capelli in seta cruda, che un tempo adornava il capo della statua, andò invece in fiamme a eccezione di un ciuffo ricadente sulla spalla destra, visibile ancora oggi. Il giorno seguente, mentre l'infante Pietro dava di nuovo ordine di azionare la Messinese, un colpo partito dal campanile, dalla bombarda chiamata la Pazza, gli troncò il capo. Venuto a sapere di questi eventi prodigiosi, Alfonso d'Aragona decise di togliere l'assedio. Ai danni subiti dal complesso nel 1439 deve ricollegarsi le offerte operate dal conte di Fondi Cristoforo Caetani e da suo Onorato II Gaetani d'Aragona, i quali, tra il 1439 e il 1473, erogarono oltre 4.000 ducati per lavori che riguardarono il convento, il presbiterio della chiesa (ulteriormente danneggiato da un terremoto nel 1456) e forse anche la "grotticella" della Madonna Bruna.

Nel 1442 Alfonso riuscì a espugnare Napoli e il 2 giugno entrò trionfalmente in città: memore degli eventi di tre anni prima, si recò al Carmine per venerare il crocifisso e, per riparare lo sfregio operato da suo fratello, fece costruire il sontuoso tabernacolo dove il simulacro è tuttora visibile. Questo fu però ultimato dopo la morte del re, e il crocifisso vi fu posto infatti il 26 dicembre del 1459: in segno di lutto per la morte del sovrano, dopo gli otto giorni di venerazione straordinaria la statua fu coperta da un velo, fatto che diede il via alla tradizione del suo nascondimento. Il crocifisso viene solennemente svelato il 26 dicembre di ogni anno e resta visibile ai fedeli per otto giorni, fino al 2 gennaio. La stessa cerimonia si ripete nel primo sabato di Quaresima per ricordare quando, nel 1676, Napoli fu risparmiata da una terribile tempesta, che secondo la leggenda popolare si placò solo quando il crocifisso fu svelato in via eccezionale: per la medesima ragione, esso viene svelato anche in caso di calamità e pericoli imminenti. L'ultima ostensione straordinaria è avvenuta in occasione della Pandemia da COVID-19. Nei giorni dell'ostensione, ha luogo anche un'ulteriore tradizione antichissima: dei piccoli pezzi di bambagia vengono infatti passati sulla superficie del crocefisso e donati ai fedeli che vengono a venerarlo.

La devozione del mercoledì

Nel 1500, in occasione del Giubileo, furono portati a Roma l'icona della Vergine Bruna e il crocifisso della confraternita dei Cuoiai, che si trova ancora nell'altare privilegiato a ridosso del transetto sinistro. L'immagine rimase per tre giorni nella basilica di San Pietro in Vaticano, durante i quali, sparsasi la sua fama, un ingente numero di fedeli si accalcò a venerarla, tanto che papa Alessandro VI, temendo che tale devozione attenuasse l'afflusso alle altre basiliche, ne ordinò l'immediato rientro a Napoli. In occasione del suo rientro, l'icona della Madonna, che all'epoca si trovava ancora nella cosiddetta "grotticella", fu spostata sull'altare maggiore e successivamente collocata nell'cona di marmo ove si trova tuttora, attribuita ai fratelli Malvito che operarono a Napoli tra il 1498 e il 1524.

Nello stesso periodo, in seguito a un evento prodigioso avvenuto di mercoledì, il regnante Federico d'Aragona dispose che in tale giorno della settimana tutti i malati del regno potessero godere di un giorno di devozione privilegiata, il mercoledì, tradizione che perdura ancora oggi.

Masaniello

A metà del XVII secolo Filippo IV di Spagna nominò Viceré di Napoli il Duca d'Arcos, il quale impose alla città numerose gabelle tra cui una particolarmente onerosa sulla frutta. Il 7 luglio 1647, mentre si preparavano i festeggiamenti per la Madonna del Carmine, il popolo napoletano, capeggiato da Masaniello (a sua volta politicamente manovrato da Giulio Genoino), insorse contro il viceré chiedendo l'abolizione delle gabelle.Sebbene gli storici dell'Ottocento abbiano descritto questa rivoluzione come antispagnola e antimonarchica, studi recenti ne dimostrano l'incongruenza, a partire dal grido con cui fu sollevato il popolo: «Viva il re di Spagna, mora il malgoverno».La Basilica, la piazza antistante e il convento divennero in questo periodo teatro dei comizi popolari e dei negoziati tra popolo e viceré, che portarono all'abolizione delle tasse.

Giovedì 11 luglio Masaniello cavalcò con il cardinale Filomarino e il nuovo eletto del popolo Francesco Antonio Arpaia, tra le acclamazioni e i festeggiamenti dei popolani fino a Palazzo Reale, per incontrare il viceré. Durante l'incontro, dopo un infruttuoso tentativo di corruzione, il pescatore fu nominato "capitano generale del fedelissimo popolo napoletano"; tuttavia, alla presenza del duca d'Arcos, il capopopolo perse i sensi e iniziò a manifestare i sintomi di una cera instabilità mentale, che pochi giorni dopo gli procurarono un'accusa di pazzia e tradimento da parte dei membri del governo.