La diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti () è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Bari-Bitonto appartenente alla regione ecclesiastica Puglia. Nel 2023 contava 162.800 battezzati su 166.700 abitanti. È retta dal vescovo Giuseppe Russo.

Patroni Patroni principali della diocesi sono sant'Irene da Lecce, vergine e martire, commemorata il 5 maggio, già patrona della prelatura di Altamura; san Michele arcangelo, principe delle milizie celesti, commemorato il 29 settembre, già patrono della diocesi di Gravina; sant'Eustachio, martire, commemorato il 20 settembre, già patrono della prelatura di Acquaviva.

Territorio La diocesi comprende i comuni pugliesi di Altamura, Gravina in Puglia, Acquaviva delle Fonti, Santeramo in Colle, Spinazzola e Poggiorsini.

Confina a nord-ovest con la diocesi di Andria, a sud-est con la diocesi di Castellaneta e nord con l'arcidiocesi di Bari-Bitonto e la diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

Sede vescovile è la città di Altamura, dove si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta. Sempre a Santa Maria Assunta è dedicata la concattedrale che sorge a Gravina in Puglia, mentre la concattedrale di Acquaviva delle Fonti è dedicata a Sant'Eustachio. Ad Altamura sorgono anche curia diocesana e il museo diocesano. Sono riconosciuti come santuari diocesani, Maria Santissima del Buoncammino a Altamura e Maria Santissima del Bosco a Spinazzola.Dal sito web della diocesi. A Gravina in Puglia si trovano il palazzo episcopale e il seminario diocesano.

Parrocchie e vicariati

Il territorio si estende su km² ed è suddiviso in 40 parrocchie, raggruppate in 10 vicariati: Altamura 1, Altamura 2, Altamura 3, Altamura 4, Gravina 1, Gravina 2, Gravina 3, Acquaviva delle Fonti, Santeramo, Spinazzola-Poggiorsini.

Storia L'odierna diocesi è frutto dell'unione di tre sedi episcopali attuata nel 1986.

Gravina

Acquaviva Secondo alcuni autori e cronisti, Acquaviva vanterebbe una sede episcopale documentata a partire dalla seconda metà del V secolo, con tre vescovi: Paolino nel 463, Benigno dal 487 al 502, e Bonifacio nel 503. Questi vescovi sono attribuiti alla sede pugliese da Giuseppe Cappelletti e da Ferdinando Ughelli, il quale tuttavia avanza anche la possibilità che questi vescovi appartengano ad altre sedi omonime,Italia sacra, X, col. 15. in particolare la diocesi di Acquaviva sulla via Flaminia a nord di Roma. Anche Michele Garruba è scettico nell'attribuire questi tre vescovi alla città pugliese.Garruba, Serie critica de' sacri pastori baresi, p. 699 e p. 704, nota 2. «La semplice testimonianza dei cronisti, non supportata al momento da una documentazione probante, lascia ancora insoluta la questione».Pupillo, Le Chiese di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti…, p. 13.

La chiesa dell'Assunzione di AcquavivaLa città assunse il nome di Acquaviva delle Fonti con regio decreto del 4 gennaio 1863. fu fondata verso la metà del XII secolo da Roberto Gurgulione, signore normanno del territorio, che vi nominò un arciprete, Andrea, e la rese indipendente dalla giurisdizione dell'arcivescovo di Bari, da cui fino a quel momento la città era dipesa. Il 26 marzo 1221 l'arcivescovo Andrea III di Celano riconobbe ufficialmente l'esenzione della chiesa di Acquaviva con bolla inviata all'arciprete Unfredo.Garruba è scettico sulla genuinità della bolla di Andrea III (Serie critica de' sacri pastori baresi, p. 700; pp. 205-206, nota 9). Testo della bolla in: Ughelli, Italia sacra, VII, coll. 641-642.

Secondo Giuseppe Pupillo, fin dalla sua fondazione la chiesa di Acquaviva aveva il carattere di chiesa palatina, «giacché gli elementi fondamentali di tale status erano tutti presenti: costituzione e dotazione da parte di un principe di mezzi e terreni propri; diritto del re o del signore della nomina dell'ecclesiastico preposto alla chiesa o alla cappella; esenzione giurisdizionale dall'autorità vescovile e arcivescovile».Pupillo, Le Chiese di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti…, p. 20. Di parere diametralmente opposto Antonio Lucarelli, secondo cui la chiesa di Acquaviva non fu mai palatina.La chiesa di Acquaviva delle Fonti è palatina?, p. 379.

A partire dalla metà del XV secolo i metropoliti baresi iniziarono a contestare l'autonomia della Chiesa di Acquaviva. Il primo fu Francesco de Aiello che nel 1452 dichiarò apocrifa la bolla del suo predecessore Andrea III del 1221, e ridusse unilateralmente la Chiesa di Acquaviva a "recettizia", ossia dipendente dalla famiglia che l'aveva fondata, ma non dal re. Su mandato di papa Niccolò V, Giacomo di Bisceglie riconobbe le ragioni di Acquaviva e ripristinò la chiesa nei suoi antichi diritti. Un secondo tentativo fu attuato da Girolamo Grimaldi nel 1532, ma senza riuscire ad ottenere nulla.

Un nuovo attacco all'autonomia di Acquaviva fu avviato dall'arcivescovo Antonio Puteo, che nel 1590 fece ricorso alla Santa Sede, la quale dette incarico ai cardinali Antonio Saulo e Ottavio Paravicino di dirimere la questione. La loro decisione, favorevole ancora una volta ad Acquaviva, arrivò solo il 6 aprile 1601, fu convalidata da papa Paolo V nel 1605, ottenne il regio exequatur il 14 febbraio 1606 e fu comunicata all'arcivescovo Decio Caracciolo dopo il 6 luglio dello stesso anno. Questi "tempi lunghi" non fecero che inasprire gli animi e rendere più tesi i rapporti tra Bari e Acquaviva. Lo stesso Caracciolo nel 1610 contestò formalmente la sentenza del 1601, ma senza risultati.

Sul finire del Seicento, dopo un'altra sentenza a favore di Acquaviva pronunciata da papa Innocenzo XII del 1692, l'arcivescovo Carlo Loffredo fece ricorso alla Rota romana, la quale «non tenendo conto delle sentenze precedenti, stabilì che "per consuetudine" spettasse al ricorrente e ai suoi successori il diritto di ordinare primiceri e conferire benefici e canonicati vacanti nella chiesa di Sant'Eustachio di Acquaviva, mentre all'arciprete era riconosciuta la giurisdizione nelle cause civili, ma non in quelle criminali».Pupillo, Le Chiese di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti…, p. 39. L'arciprete Bernal protestò per la perdita dei suoi diritti, ma fu incarcerato a Roma. Per ottenere la libertà dovette firmare nel 1696 una dichiarazione con la quale rinunciava per sempre a tutti i suoi diritti e le sue prerogative. La Chiesa di Acquaviva perse così dopo oltre quattro secoli la sua indipendenza e fu sottomessa all'autorità degli arcivescovi di Bari.

La questione fu ripresa dagli acquavivesi dopo la pubblicazione della bolla Convenit di papa Benedetto XIV nel 1741 sui diritti del "Cappellano Maggiore del Regno" e sulle chiese palatine. Essi fecero ricorso al Cappellano Maggiore del Regno, «il quale, dopo una lunga serie di discussioni durate più di dieci anni, dopo un'infinità di esami e perizie, dopo cento allegazioni di avvocati celeberrimi, con sentenza del 16 gennaio 1789, riconfermata, contro appello della curia barese, il 27 aprile 1792»Lucarelli, La chiesa di Acquaviva delle Fonti è palatina?, p. 376. riconobbe che la Chiesa di Acquaviva era di regio patronato e palatina e l'arciprete un prelato nullius dioecesis, ossia non sottomesso a nessuna autorità diocesana.Come fa notare Lucarelli (op. cit., pp. 375-376), queste decisioni avevano un carattere amministrativo e civile, non supportate da nessuna conferma pontificia. Furono tre i prelati nullius dopo la sentenza del 1789: Valerio Giustiniano Persio († 1800), Pietro Monticelli († 1815) e Ignazio Palmitessa († 1817).Garruba, Serie critica de' sacri pastori baresi, p. 701.

Ma la riconquistata autonomia della chiesa acquavivese durò poco. Infatti, in seguito al concordato tra Santa Sede e Regno delle Due Sicilie del febbraio 1818, in esecuzione di alcuni articoli segreti della convenzione del 1741, che prevedevano la soppressione delle prelature nullius del Regno, fu soppressa la prelatura di Acquaviva, aggregandola nuovamente all'arcidiocesi di Bari.Garruba, Serie critica…, p. 701. Pupillo, Le Chiese di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti…, p. 46. I tentativi di Acquaviva di recuperare le antiche prerogative furono respinti da rescritti regi del 1840 e 1844.

Alla fine di questo lungo percorso, la Chiesa di Acquaviva ebbe definitivamente la meglio. Infatti, il 17 agostoLa bolla riporta la seguente data: Sexto decimo Kalendas Septembris, che corrisponde al 17 agosto e non al 16 agosto, come riportato da alcuni siti web e da alcuni autori. 1848, con la bolla Si aliquando di papa Pio IX, la chiesa di Acquaviva fu sottratta alla giurisdizione dell'arcivescovo di Bari ed eretta a prelatura nullius, contestualmente unita aeque principaliter alla prelatura di Altamura. Con la medesima bolla le due prelature furono rese immediatamente soggette alla Santa Sede.

Altamura

Federico II di Svevia, dopo aver rifondato la città di Altamura attorno al 1230, vi eresse una grande chiesa dedicata all'Assunta, con il titolo di cappella palatina, alla quale concesse il privilegio dell'esenzione da qualsiasi giurisdizione vescovile e arcivescovile, dipendente solamente dal sovrano, al quale spettava la nomina degli arcipreti, e dalla Santa Sede. Primo arciprete, nominato da Federico II nel febbraio 1232, fu Riccardo da Brindisi,A. Giannuzzi, Le carte di Altamura (1232-1502), in "Codice diplomatico barese", vol. XII, Bari, 1935, doc. 1 pp. 3-4. che ottenne da papa Innocenzo IV nel 1248 la conferma delle disposizioni del re.Giannuzzi, "Codice diplomatico barese", vol. XII, Bari, 1935, doc. 1 pp. 3-4, doc. 2 p. 4, doc. 89 p. 93.

Ben presto però i vescovi di Gravina«In età normanna il territorio su cui sorse Altamura era in grandissima parte sotto la giurisdizione del vescovo di Bitetto, come ormai accertato sulla scorta di documenti coevi oltre che dalle testimonianze rese nel processo giurisdizionale del 1299». Pupillo, Le Chiese di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti…, p. 20. iniziarono a vantare diritti sulla chiesa altamurana, opponendosi alle decisioni prese; iniziò così una lunga vertenza, che durerà secoli, «tra i prelati di Altamura e i vescovi di Gravina, ognuno pronto a far valere con ogni mezzo i propri diritti, reali o presunti che fossero».Pupillo, Le Chiese di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti…, p. 22.

I primi contrasti sorsero con l'avvento degli Angioini. Il vescovo di Gravina Giacomo (1250-1266) accusò gli altamurani di aver falsificato il diploma di Federico II e la bolla di Innocenzo IV; l'arciprete Palmiro De Viana fece ricorso al re Carlo I d'Angiò, che gli dette ragione; la Santa Sede intervenne a sua volta e depose il vescovo nell'ottobre del 1266. Il successore Pietro riprese la controversia, ma dovette riconoscere l'autenticità dei documenti altamurani e dunque l'indipendenza dell'arcipretura di Altamura.Il testo della dichiarazione del vescovo Pietro in: Michele Garruba, Esame su l'origine e su i privilegi del Priorato di San Nicola di Bari, Napoli, 1830, pp. 152-157.