Cleto (già Pietramala fino al 1863) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cosenza in Calabria.
È posto sul versante esterno della Catena Paolana ai piedi del Monte Sant'Angelo, nell'alta valle del torrente Torbido, affluente del fiume Savuto. È conosciuto come il "Comune dei due castelli", perché sul territorio comunale esistono due castelli medioevali: il Castello di Petramala (di epoca normanna, tardo-bizantino) e il Castello di Savuto (Sabuci) (di epoca angioina, XIII secolo).
Geografia fisica
Il paese è posto a un'altitudine di 250 metri s.l.m., ai piedi del Monte Sant'Angelo. Non lontano dal Mar Tirreno, la sua posizione collinare porta a estati calde e inverni miti.
La vegetazione è quella tipica della macchia mediterranea, con gran parte del territorio coperto da ulivi (circa 200.000 piante), di cui il 90% di tipologia Carolea. Sono presenti anche diverse coltivazioni di agrumi, soprattutto nella zona ovest adiacente alle rive del Savuto.
Storia
Origini Secondo la leggenda Secondo la leggenda, nel periodo della guerra di Troia, nel X secolo a.C., la regina delle Amazzoni Pentasilea fu uccisa in battaglia da Achille. Cleta, sua nutrice, partì in nave con l'intento di darle sepoltura. Così Cleta, ancella di Enea, si giunse nell'area ed edificò la città che da lei prese il nome Cleto, realizzando così la profezia di Cassandra.
Cleto entrò in guerra con Crotone nel 16 a.C. I Crotoniati, con un esercito, uccisero la regina che, prima di morire, espresse il desiderio che tutte le regine dopo di lei portassero il suo nome: così "tutte le regine della città furono dette Cleta".
Nella Alessandra di Licofrone (poema del III secolo a.C.) è scritto che Caulone, figlio dell'amazzone Cleta, fu il fondatore della città di Caulonia.
Secondo le fonti Come Terina e come Temesa, Cleta fu colonia di Crotone; come Temesa, si affrancò dalla città di Pitagora. Distrutta nel 16 a.C. dall'esercito di Crotone, Cleta conobbe un periodo di decadenza che si trascinò fino al 1000, quando la Calabria era costituita da una moltitudine di villaggi montani, isolati e autosufficienti, che facevano corona a una campagna abbandonata e alle coste in preda alla malaria.
L'antica Cleta, durante la dominazione normanna, mutò il suo nome in Pietramala, che rimase fino al 1862, quando divenne Cleto. Anche sul nome Pietramala le congetture sono molteplici. Oltre che alla possibilità che il nome derivi dalla famiglia feudataria, si pensa che possa significare "pietra dura", "cattiva", relativamente alla sua posizione, come scrive Vincenzo Padula: «Pietra grande, pietra inaccessibile a guisa di Piramide, [...] le sole formiche possono salire in Pietramala». Un'altra versione, che i nativi sono soliti raccontare e che il Padula riporta nei suoi scritti, narra che «Un vescovo essendovi rotta una gamba, volle che si chiamasse Pietramala».
Nei registri angioini che misurarono la popolazione calabrese del 1276, Pietramala è presente con 214 abitanti.
Si può ipotizzare la presenza di un abitato fortificato già in periodo altomedievale, poiché sono attestate nel periodo normanno notizie riguardanti il feudo di Pietramala, legate alla Badia dell'ordine Florense di Fontelaurato.
Divenuta importante e influente, l'abbazia ebbe il governo di vasti possedimenti e tenute, oltre che a Fiumefreddo Bruzio, anche a Pietramala, Savuto e Nocera Terinese, nel cui territorio vantava il possesso delle coltivazioni del "turbolo", con case e vigneti aggregati. Questi possedimenti, che si spinsero nell'attuale territorio di San Mango d'Aquino, furono confermati all'abbazia da Papa Clemente IV nel 1267, verso sud fin oltre il Savuto e a nord fino a Fuscaldo.
La Baronia di Petramala seguì con alterne vicende la storia della Contea di Aiello Calabro, della quale era parte integrante insieme con altri castelli e casali, e dalla quale riuscirà a ottenere una certa autonomia politica nel corso dei secoli.
Le prime intestazioni feudali risalgono al periodo svevo, quando il castello risulta essere appartenuto prima a Jacobus de Petramala e poi a Goffredo di Petramala.
Periodo angioino (1266-1442) Nel periodo angioino, Cleto risulta essere casale dello Stato di Ajello insieme ad altri feudi e castelli.
La rivolta contro il dominio angioino, scoppiata all'arrivo in Italia di Corradino di Svevia (1268), figlio di Federico II, vide la resistenza di Cleto, Ajello e di Amantea contro Pietro Ruffo.
Nel 1269 Goffredo di Petramala si vide confiscato il feudo e venne bandito dal regno come traditore, per essere rimasto fedele alla Casa Sveva, e il feudo passò a Guglielmo de Forest e successivamente a Pietro Barbaro di Napoli.
Nel 1270 il re Carlo I d'Angiò consegnava il Castello e la Baronia di Petramala al francese Ugo de Foret.
Nel 1273-77 risulta feudatario Guglielmo de Foret, un congiunto di Ugo, il quale veniva molestato nei suoi vassalli da Ludovico de Royre, signore di Aiello, tanto che dovette intervenire lo stesso re ad ammonire Ludovico. Nel 1276, Petramala figura fra i nuclei urbani censiti dal catasto angioino con abitanti, insieme a Nocera Terinese (1325), Martirano (1816) e Nicastro (3637), mentre Ajello, che contava meno di abitanti, doveva pagare enormi tasse per il mantenimento delle milizie.
Nel 1278-79, fu feudatario di Petramala Giovanni Burbuno, milite e familiare di re Carlo I d'Angiò. Nello stesso tempo il re restituiva il feudo alla regia Curia in cambio di tutti i beni che la stessa possedeva nel casale Limate e consegnava il castello di Petramala a Giacomo di Roma, figlio di Federico, (a sua volta originato da un altro Giacomo, conte di Andria).
Nel 1282, in conseguenza dello scoppio della guerra del Vespro, le represse ma non spente forze antiangioine si destarono anche in Calabria e presero a parteggiare per re Pietro d'Aragona, che si considerava erede della corona sveva.
Carlo I d'Angiò fece costruire in questo periodo, a breve distanza dal castello di Petramala, un ben munito e forte castello sulla sponda settentrionale del fiume Savuto, per poter tenere sotto controllo l'ampia vallata, fino al mare, da dove era persistente il pericolo di sbarco delle navi siculo-aragonesi.
Nel 1285, scomparso tale pericolo, i due castelli, quello di Petramala e quello di Savuto furono dati in feudo alla famiglia dei Sersale e ad essi restarono fino al 1452.
Secondo l'Adilardi, che fa riferimento ad un “Regest.1314 c. fol. 240”, Petramala nel 1314 sarebbe stata feudo dei Guinsac, ma su questo casato tale autore non fornisce ulteriore dettagli.
Sotto il pontificato di Papa Giovanni XXII (1305-1314), in una nota dei Regesti Vaticani, risulta che Petremala fa parte dei Comuni della Diocesi di Tropea insieme ad Amantea, Nuceria, Augelli, Fluminis Frigidis.
Nel 1323 lo spodestato Goffredo di Petramala, che in quegli anni si era rifugiato in Sicilia, tornò furtivamente in Calabria con l'incarico ricevuto dallo stesso re Pietro d'Aragona di sollevare le popolazioni della riviera tirrenica, ma non riuscì mai più a riavere il suo feudo. Insediatisi stabilmente gli Angiò nel Regno di Napoli, Aiello ed insieme Cleto vengono incorporate nei beni della corona e da allora dipese direttamente da quei monarchi, che l'amministravano mediante Castellani o Capitani.
Nel 1327 Re Roberto confermava nell'incarico di amministratore dei feudi di Aiello, Petramala, Lago, Fagnano, Savutello, Cropani e Zagarise il sorrentino Antonio da Sersale, la cui famiglia già da diversi anni conduceva tali feudi.
I primi feudatari del periodo angioino avrebbero avuto con Aiello anche i casali tra cui Cleto in feudo a vita natural durante o per brevi periodi per la mancata continuità dei vari casati.
Nel XIV secolo, sembrerebbe attestata la presenza di un casato di Signori di Marano o Marani. Si tratterebbe di una famiglia estinta nel giro di poche generazioni. Si parla di un Raone investito del castello di Marano e di altri feudi dal re Roberto, nel 1337.
Nel 1360 si fanno i nomi di Gilberto, Filippo e Ruggieri, confermati nei loro titoli. Successivamente un Francesco figura come signore di Marano e titolare dei feudi nella valle del Savuto, un Mazzeo ottiene il titolo di capitano della cavalleria e risulta strettamente legato alla potente famiglia Sanseverino.
Nel 1421 Luigi III d'Angiò nomina capitano e castellano di Aiello “Giovanni” conferendogli in feudo le dipendenze di Pietramala, Lago e Savutello. Le terre, passate in proprietà di Andrea, nobile di Sorrento, ed ereditate dalla figlia Antonia e dal marito Artusio Pappacoda, furono vendute nel 1425 a Giovanni Sersale di Sorrento, con l'assenso di Luigi III tramite il suo giudice e consigliere Antonio Telesi.
Periodo aragonese (1442-1503)
Nel periodo aragonese il feudo di Petramala, insieme a Lago e Savuto, è ancora alle dipendenze dello Stato di Aiello. Nell'investitura del feudo di Ajello si succedono due importanti famiglie: i Sersale di Sorrento, casato nel quale si distinse il noto Sansonetto, e la famiglia spagnola dei Siscar, cavalieri premiati dai sovrani per la loro costante fedeltà.
Nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, primo re aragonese di Napoli, conferì ai suoi seguaci nell'impresa della riconquista del Regno, privilegi e investiture di feudi. Con un documento datato 24 luglio 1442, fu concessa la castellania e capitania di Agello “pro se et suis heredibus” al nobile Antonio Sersale di Sorrento, signore di Savutello, Petramala e Lago. Il documento indica anche i compensi che avrebbero dovuto formare lo stipendio dei Sersale. Nel 1445 il sovrano gli assegnava uno stipendio annuo di 40 once (240 ducati) per la capitania e castellania della città.
In data 26 maggio 1452, con tre lettere indirizzate da Pozzuoli al Commissario del Re nel Ducato calabrese Antonio de Traiecto, all'Università ed uomini di Aiello ed al suo Viceré e Luogotenente Francesco Siscar, il re Aragonese ordinava ai suoi amministrati di voler accogliere benevolmente nelle terre il nobile Sansonetto Sersale, Capitano e Castellano di “Ajello, Petramala, Sabucto et lo Laco cum tucti loro raduni et pertinencii”.
Nella lettera inviata agli Aiellesi si legge:”Fideles nostri dilecti. Comandamove espressamente de certa nostra scientia per quanto avete cara la gratia nostra che debiate obbedire lo magnifico et fidele nostro Sansonecto Sersaro come Castellano et Capitaneo de questa terra, cussì como avete obbedito so patre per lo passato fini ad altro nostro comandamento in contrario, significandone che sopra questo ia scriviamo al nostro Vice Re di questa provincia et ad Misser Antoni dello Jecto nostro commissario”.
Ma nel 1452 e nel 1453 il re dovette intervenire a favore del Sersale, chiedendo aiuto anche al Viceré di Calabria, il suo devoto Francisco (de) Siscar di Valencia da Petramala. Sansonetto si era reso in realtà protagonista di diverse angherie a danno della popolazione, e forse, rientrava tra quei feudatari il cui arrogante strapotere dava fastidio al governo centrale. Ma soprattutto aveva favorito gli Angioni nei loro tentativi di riconquista del regno: Giovanni d'Angiò era infatti sbarcato nel novembre del 1459, ed aveva nominato "il Mag.co" Giovanni Bertone castellano di Ajello. Secondo le fonti archivistiche aragonesi per questo periodo pervenute dalla raccolta delle tassazioni relative al sale ed al “focatico”, imposizioni fiscali correnti., Per Petra Mala risulta consegnare denaro “per lo sale de septembre”. Petramala il 22 settembre consegnava ad Andrea de Ponte, luogotenente di Renzo de Aflicto, regio tesoriere del Ducato di Calabria, tramite Giovanni de Lalina, la somma di 16 ducati, e 7 e ½ grana.
Nello stesso mese, il 28 settembre si versavano 11 ducati, 2 tarì e 15 e ½ grana “in alfosini chinque e lo resto moneta”. “Lo foculeri de Natale” veniva consegnato a Francesco de Alexandro tramite Frantolino de Lioni. Inoltre vennero introdotte le tasse per le concubine dei chierici.