Con il termine co-sviluppo si intende una strategia di cooperazione internazionale basata sulla valorizzazione del capitale umano, sociale e finanziario rappresentato dalle comunità migranti a favore dello sviluppo del loro paese d’origine.
Il concetto di co-sviluppo prende forma negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino che, portando un forte cambiamento nei rapporti internazionali, causa un mutamento nel ruolo della società civile la quale inizia ad acquisire importanza maggiore.
Evoluzione del concetto di sviluppo
La fine del bipolarismo Durante i primi anni '90, con la fine del bipolarismo, vennero messe in discussione l'idea di Stato-nazione e le strutture delle relazioni internazionali. Gli Stati persero unità al loro interno a causa del decentramento del potere verso le autonomie locali (più vicine agli interessi territoriali), con la conseguente necessità di ridefinire il concetto di sviluppo, che divenne uno sviluppo umano e sostenibile. Allo stesso tempo la società civile, che iniziava a manifestare il bisogno di una maggiore partecipazione, iniziò ad assumere un'impostazione sempre meno marginale.
Le precedenti politiche di cooperazione allo sviluppo (di tipo governativo), basate sulla somministrazione di risorse finanziarie nei paesi in via di sviluppoNel 1969 Il Development Assistance Committee dichiarò la necessità da parte dei donors di destinare lo 0,7% del proprio PIL all'Aiuto Pubblico allo Sviluppo(ASP)., si rivelarono insufficienti ed eccessivamente legate agli interessi dei donors.
Gli economisti David Dollar e Lant Pritchett proposero un cambiamento nel sistema della cooperazione allo sviluppo che a loro avviso era necessario. Vi era infatti secondo loro, il bisogno di apportare nuove idee, promuovere attività innovative, individuare le iniziative e gli attori motivati al cambiamento dell'ambiente politico e sociale, appoggiare la società civile « sia perché pressi il governo per il cambiamento sia perché si faccia carico direttamente della prestazione di servizi». Si comincia così ad ipotizzare uno sviluppo che pone l'uomo al centro: l'individuo in quanto consapevole dei propri bisogni deve saper fronteggiare le difficoltà facendo ricorso alle proprie forze.
Inoltre con la globalizzazione, i confini statali divennero sempre più permeabili permettendo il crearsi di una « società mondiale di attori e spazi transazionali ».
Le politiche di auto-sviluppo vennero inoltre favorite dalla crisi economica e dallo shock petrolifero del 1979 che portarono ad un ulteriore indebolimento del ruolo dello Stato, lasciando spazio a processi di liberalizzazione e privatizzazione ritenuti in grado di garantire lo sviluppo auto-sostenuto e un'efficace ricollocazione delle risorse. In questi anni si inizia parlare di "rinascita della società civile" per descrivere i crescenti processi di mobilitazione degli attori sociali e politici.
Il nuovo ruolo della società civile La diffusa perdita di credibilità e il generale scetticismo dell'opinione pubblica nei confronti delle tradizionali forme di aiuto e della cooperazione governativa internazionale dovuta, come dimostra uno studio effettuato dall'UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) nel 1998, alla corruzione e al dispendio inefficace di risorse, portò ad un crescente interessamento della società alla cooperazione internazionale. Nacque così l'esigenza di adeguare le forme della cooperazione alla crescente domanda di partecipazione della società che, agendo in più luoghi e al di là dei confini nazionali diventa una società mondiale. Iniziano inoltre a sorgere forme nuove di associazione che canalizzando la loro solidarietà, la riversano nell'ambito internazionale.
La cooperazione decentrata
Nell'epoca della globalizzazione lo Stato ridefinisce le sue forme e la società civile diviene protagonista. Le autonomie locali assumono primaria importanza nella promozione della volontà di partecipazione dei cittadini. La cooperazione decentrata si presenta come elemento chiave delle nuove strategie di cooperazione internazionale che influenzano lo sviluppo locale attraverso collegamenti tra Sud e Nord del mondo. In questo contesto le regioni e gli enti locali assumono un ruolo primario nella promozione dello sviluppo umano.
Con la IV Convenzione di Lomé si dà il via a numerosi dibattiti e conferenze sull'importanza della partecipazione e del partenariato tra enti locali del Nord e Sud del Mondo come elementi cruciali per la cooperazione. La vicinanza delle autorità locali agli interessi della popolazione infatti, risulta essere un buon mezzo per individuare gli interventi adeguati da effettuare per rispondere a bisogni diversi in contesti diversi, rispondendo a problemi che possono essere definiti "glocali".
La cooperazione decentrata per essere efficace deve agire promuovendo lo sviluppo locale di ambedue le parti.
Nascita del concetto di co-sviluppo In linea con il pensiero dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD), affinché le politiche di sviluppo possano avere successo le parti della società civile devono riuscire a sfruttare le proprie capacità, acquisire potere e partecipare ai processi decisionali; da qui, i concetti di partecipazione, empowerment e ownership, determinanti al fine di una cooperazione allo sviluppo efficace.
La partecipazione rappresenta sia uno strumento che un fine ed è intesa come la capacità di dialogare con i diversi soggetti: locali, nazionali ed internazionali.
Essa necessita il coinvolgimento delle persone nei processi economici sociali, culturali e politici che influenzano la loro vita, comportando processi di sviluppo più complessi ma più efficienti ed efficaci.
Componente essenziale della partecipazione, lempowerment rappresenta la possibilità del rafforzamento delle capacità delle persone e di partecipazione alle decisioni che influenzano il proprio quotidiano in una prospettiva di collaborazione e negoziazioni con attori più potenti.
L'''ownership permette di rendere consapevoli gli attori sull'appartenenza ai processi intrapresi configurandosi così come uno dei presupposti essenziali della partecipazione.
Secondo Vanna Ianni i migranti si configurano come i protagonisti dello sviluppo in quanto capaci di creare un ponte tra zone di provenienza e zone di destinazione.
Il migrante può essere lo strumento principale per la realizzazione di un partenariato territoriale presentandosi come un soggetto transnazionale che trasferisce merci, beni, capitali ed elementi socio-culturali(come professionalità e capacità), in uno spazio che può essere di origine, di transito e di arrivo.
È proprio sulla base di questi presupposti che prende forma il concetto di co-sviluppo, una strategia basata sulla valorizzazione del potenziale rappresentato dalle comunità migranti, stabilitesi nei paesi ricchi, a favore dello sviluppo del loro paese d'origine.
Principi fondamentali Secondo il CeSPI, alla base delle strategie di co-sviluppo, vi sono alcuni principi fondamentali:
Transnazionalismo Il transnazionalismo è un processo attraverso il quale i migranti creano e riproducono relazioni sociali che connettono la società d'origine in quella d'accoglienza. In questa prospettiva, i migranti vengono visti come persone attive inserite in relazioni multiple su più territori. Si tratta di un fenomeno multidimensionale che spazia dal terreno sociale e politico a quello economico e finanziario. Il migrante diventa quindi transmigranteIl termine fu introdotto dalla letteratura anglosassone negli anni '80. Il concetto si riferisce a quei migranti che conservano nel proprio paese d'origine, e costruiscono in quello di destinazione, legami sociali, economici e politici..
In realtà i migranti sono da sempre attori transnazionali. Secondo il sociologo cubano A.Portes, a differenziare il nuovo transnazionalismo dei migranti sono «L'alta intensità degli scambi, le nuove modalità di transazione e la moltiplicazione delle attività».
Triplice vincita Con il concetto di triplice vincita (o tripla vincita) si fa riferimento a processi di sviluppo che sono in grado di coinvolgere i paesi d'origine (e di transito), di destinazione e gli stessi migranti ed alle capacità di gestire le opportunità derivanti da questi processi.
La triplice vincita mostra la necessità di un'integrazione tra la dimensione interna ed esterna delle politiche migratorie e per lo sviluppo. Nonostante il nome "conciliante" nella triplice vincita non si ha mai una reale armonia. A livello transnazionale e nazionale infatti si registrano sempre conflitti, costi e criticità da parte di ognuno degli attori. Essendo inevitabili, i conflitti necessitano di una gestione efficiente, che favorisca la reciprocità degli interessi.
Agency dei migranti Espresso per la prima volta da Sen e Nusshaum, con il concetto di Agency (agentività) si indica una persona che autodetermina il proprio destino, libera di scegliere e capace di ottenere ciò che ritiene importante.
Modellando attivamente i processi migratori, il migrante cerca di raggiungere i migliori esiti per se stesso, per la famiglia e per la propria comunità.
Coerenza tra le politiche Il binomio migrazione e sviluppo propone il superamento della concezione sicuritaria delle migrazioni, promuovendo legami tra politiche migratorie e di sviluppo. Allo stesso tempo viene valorizzato il legame tra la promozione delle migrazioni nei processi di sviluppo dei paesi d'origine e i contesti di inclusione nei paesi d'arrivo.
Associazioni più forti, grazie a stabili relazioni con i paesi d'origine, riescono a promuovere processi di integrazione nei contesti di arrivo; migranti più inseriti nei contesti di arrivo hanno maggiori risorse economiche, sociali ed umane da investire nei contesti d'origine.
Limiti nelle pratiche di co-sviluppo Riferendosi sia al contesto internazionale che dei singoli Stati Membri, uno studio del 2014 promosso dall'European Centre for Development Policy Management (ECPDM) e dall'International Centre for Migration Policy Development (ICMPD) evidenzia che: «nonostante il dichiarato obiettivo della triplice vincita (per i migranti, i paesi di origine e destinazione) l'attenzione è stata principalmente rivolta ai contesti di origine, e vi è stata minore attenzione ai paesi di destinazione, sia in termini di impatto positivo sullo sviluppo che di condizioni, nei paesi di arrivo, necessarie per migliorare l'impatto delle migrazioni nei paesi di origine. La questione dell'integrazione è stata ampiamente ignorata e il binomio migrazione-sviluppo è stato criticato per non incorporare adeguatamente l'approccio basato sui diritti.»
Più in generale manca un consenso su quali siano esattamente le relazioni tra migrazioni e sviluppo, le politiche necessarie a sostenerle e gli obiettivi su cui bisogna puntare. Tali ambiguità sono riscontrabili anche nei paesi che, come l'Italia, la Francia e la Spagna, hanno adottato la nozione di co-sviluppo per definire il binomio migrazione-sviluppo.
In Italia Il governo italiano non ha elaborato documenti che propongano delle vere e proprie misure per il coinvolgimento dei migranti come attori dello sviluppo e non esistono né una definizione, né una politica ufficiale sul co-sviluppo.
Nonostante nel 1999 la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) del Ministero degli Affari Esteri (MAE) avesse riconosciuto gli immigranti come agenti di sviluppo ciò non si tradusse in politiche adeguate per la cooperazione allo sviluppo Italiana.
Ciò che più manca nel contesto italiano è la consapevolezza politica dell’importanza di mettere al centro una strategia sulle migrazioni e sullo sviluppo di medio e lungo periodo, che faccia propri i principi del co-sviluppo e del GAMM (Approccio Globale alla Migrazione).
In particolare, il CeSPI raccomanda politiche in grado di: