San Martino di Finita (Shën Mërtiri in arbëreshë) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cosenza, situato sul versante interno della Catena Costiera calabrese, a nord del capoluogo provinciale, Cosenza.

Fu fondato tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo da profughi albanesi, costretti ad abbandonare la propria terra a seguito dell'invasione turco-ottomana, i cui discendenti lo abitano ancora oggi. Da allora si sono mantenuti la lingua e i costumi tradizionali arbëreshë, ma non il rito bizantino greco: nel 1643 la comunità passò al rito latino, poiché i papàdes di rito greco dovevano recarsi in Grecia per ricevere un'adeguata istruzione e quasi tutti vi rimasero.

Il comune fa parte delle isole linguistiche arbëreshë presenti nella provincia di Cosenza.

Geografia fisica San Martino di Finita è situato sulle pendici interne della Catena Costiera calabrese (Appennino Paolano), nella media valle del Crati, a un'altitudine di sul livello del mare. Circondato da castagneti secolari, è immerso in un rigoglioso ambiente naturale a ridosso della valle del fiume Finita, a nord, e di quella del torrente Coscinello, a sud.

La comunità è inserita, non solo geograficamente, nell'area delle comunità arbëreshë cosiddette della Valle Sinistra del Crati, insieme a Cavallerizzo, Cerzeto, Cervicati, Marri, Mongrassano, San Benedetto Ullano e San Giacomo.

Territorio Il territorio è per la quasi totalità collinare e montuoso; l'altitudine varia tra 114 e slm. L'unica zona pianeggiante è quella della contrada Brugnano, a valle del paese, che copre un'area di circa . La copertura del suolo più estesa è rappresentata da castagneti e faggete.

È incluso negli elenchi ministeriali dei comuni ricompresi nelle zone a rischio sismico 1 e 2 (zona sismica 1).

Clima Il comune appartiene alla zona climatica D ( gradi giorno).

Il dissesto idrogeologico San Martino di Finita, come molti altri paesi della Catena Costiera calabrese (per esempio Mongrassano, Rota Greca, San Fili), è soggetto al rischio di frane e smottamenti che potrebbero interessare direttamente gli edifici abitati. Dopo la frana del marzo 2005 che ha reso inabitabile Cavallerizzo (una piccola frazione del comune di Cerzeto), il tema della messa in sicurezza dell'abitato è tornato d'attualità e, negli anni successivi, la questione del dissesto idrogeologico si è fatta sempre più pressante. Movimenti franosi, seppur di minore entità e più localizzati, interessano anche la frazione Santa Maria.

Interventi di mitigazione del rischio frana nel territorio comunale figurano anche negli elenchi/programmazioni ReNDiS (rilevazione e monitoraggio degli interventi per il dissesto idrogeologico). Nella documentazione CNR-IRPI su frane e alluvioni in provincia di Cosenza sono riportate segnalazioni riferite anche all'area di San Martino di Finita.

Origini del nome Il toponimo deriva dall'omonimo santo, cui era dedicata la chiesetta di San Martino, probabilmente ubicata nei pressi dell'attuale centro abitato, in una località indicata nel catasto comunale del 1825 come San Martino Vecchio e, nella tradizione popolare, come Qisheza (la chiesetta) o Qisheza e vjetër (la chiesetta vecchia). Nel sito si trovano alcune cripte e i ruderi di quella che fu la struttura sovrastante.

La seconda parte del toponimo è costituita dal nome del torrente Finita, che scorre nelle immediate vicinanze del paese; la denominazione deriva dal latino finitus (ossia «confinato») e richiama la funzione di confine che il corso d'acqua ebbe anticamente, dividendo il territorio di Regina (dove oggi sorge l'abitato di San Martino) e quello di San Marco. La specificazione «di Finita» fu aggiunta con il R.D. 22 gennaio 1863. Il corso d'acqua nasce in corrispondenza del limite territoriale con il comune di Cerzeto e sfocia nel Crati all'altezza della località Torano Scalo.

Storia San Martino fu fondato nella seconda metà del XV secolo da un gruppo di famiglie provenienti dall'Albania sud-occidentale, in particolare dalla Ciamuria, in seguito all'occupazione dei Balcani da parte dei turchi ottomani.

La prima notizia storica documentata risale al 1503, quando i percettori provinciali regi, con sede a Cosenza, eseguirono un censimento a fini fiscali dei villaggi albanesi della Calabria Citeriore: in quella occasione, a «Sancto Martino» furono attribuite 22 pagliare (o fuochi), per un totale di circa 80 abitanti. Un successivo censimento fiscale di cui si ha notizia, anch'esso circoscritto alle comunità arbëreshë della Calabria Citeriore, fu eseguito dagli Ufficiali Regi nel 1543. La popolazione di «Sancto Martino» risultò allora formata da 241 abitanti e suddivisa in 71 «fuochi», ossia nuclei familiari. I cognomi arbëreshë più diffusi erano: Basti, Bua, Calì, Camideca, Cartofiloca, Clavaro, Coppola (Kopullë), Dardes, Licursi (che i notai e lo Zangari trascrivono erroneamente come Di Li Cririssi, Li Curisti e Li Curissi), Drames, Ferraro, Gliossia, Golè, Greco, Malicchia, Migliano, Mosacchio, Namila, Pillora, Radi, Rotundo, Silves, Spata, Sulla, Tozio (fra i cognomi prevalgono Drames e Tozio, ovvero Toccio).Domenico Zangari, Le colonie italo-albanesi di Calabria, Editore Casella, Napoli, 1941.

All'epoca dell'arrivo degli Albanesi, avvenuto in una data successiva al 1468 (anno della morte di Giorgio Castriota Scanderbeg), il territorio di Sancto Martino rientrava nell'immenso Stato feudale dei Sanseverino, principi di Bisignano, e ricadeva nelle pertinenze del castello di Regina. Per l'amministrazione ecclesiastica, invece, San Martino apparteneva alla Diocesi di Bisignano.

Nel 1572 (ossia circa un secolo dopo la venuta degli Albanesi) risulta che il principe di Bisignano, Nicolò Bernardino Sanseverino, affittò e poi vendette definitivamente il castello di Regina, assieme alla giurisdizione criminale dei casali di San Benedetto Ullano e di San Martino. Da un parlamento del 1573 risulta che il barone di San Martino fosse Francesco Russo. Nel 1613 il feudo era in possesso di suo figlio Gio. Giacomo Rossi Alimena, che nominò governatore Pompeo Dattilo di Cosenza. Nel 1620 il feudo passò alla figlia Beatrice, che sposò Ottavio Rossi di Montalto. Il 21 maggio 1634 la loro figlia Camilla, andata in sposa a Fabio Alimena di Montalto, ottenne come beni dotali il beneficio e il feudo Di Felice (oggi Falerna), per un valore di 10.000 ducati. Il 9 dicembre 1661 Fabio Alimena, che morì l'anno successivo, fece stilare il proprio testamento e lasciò al primogenito Alfonso i feudi detti Poligrò, Yipso e Marri nel territorio di Cerenzia.

Nel 1663 morì anche il barone Ottavio Rossi e il feudo di San Martino passò alla figlia Camilla, che nominò procuratore il figlio Alfonso, il quale ne entrò in possesso alla morte della madre, avvenuta nel 1690. Con questo passaggio il feudo di San Martino entrò stabilmente nella casata degli Alimena, che lo possedette, anche con il titolo di marchese (privilegio del 20 marzo 1730 concesso a Pietro Paolo Alimena, primogenito di Alfonso), fino all'eversione della feudalità (1806)Archivio di Stato di Cosenza, Notai, Luca Gizzinosi, Giacomo Presbiteris, Giulio Apicella, Saverio Gizzinosi; Vincenzo La Vena e Vincenzo Perrellis, Tradita Muzikore e Shën Mërtirit - La tradizione musicale di San Martino di Finita, L.I.M., Lucca, 2009..

Brigantaggio e Risorgimento Tra la fine del Settecento e i primi anni dell'età napoleonica, con la rivoluzione giacobina i paesi della Calabria insorsero e in tutti i paesi arbëreshë fu innalzato l'Albero della Libertà; in seguito all'occupazione francese, nella provincia vennero organizzate rivolte e azioni contro l'esercito occupante. Nelle Condanne della Commissione Francese del 24 ottobre e del 3 novembre 1806 compaiono condannati alla pena di morte mediante impiccagione individui di diverse comunità arbëreshë, ma nessuno di San Martino di Finita. Nel corso dell'Ottocento la Calabria e il Regno di Napoli furono interessati dal fenomeno del Brigantaggio.

In seguito alla Restaurazione e al ritorno al potere dei Borboni, il brigantaggio continuò a estendersi contro il regime restaurato e i nuovi governanti; il fenomeno interessò anche San Martino di Finita e i comuni limitrofi.

Nei processi per brigantaggio del 1843 compaiono i nomi di diversi sammartinesi, alcuni dei quali insieme a imputati di altre comunitàGiovanni Sole, Viaggio nella Calabria citeriore dell'800 (pagine di storia sociale), Amministrazione Provinciale di Cosenza, Cosenza, 1985.: Vincenzo Licursi, fu Filippo, anni 36, sarto di San Martino, fu imputato dell'omicidio premeditato di Gennaro Licursi e del mancato omicidio di Ludovico e Vincenzo Licursi. Fu condannato alla pena di morte, da eseguirsi «col laccio» sulle forche. Giuseppe Licursi, fu Filippo, di anni 32, fratello del suddetto Vincenzo, bracciante di San Martino, fu anch'egli condannato alla pena di morte. Matteo Zavatto, fu Matteo, di anni 27, massaro di San Martino, e suo fratello Francesco, bracciante ventisettenne (che già nel 1837 risulta latitante), furono entrambi condannati alla pena di morteArchivio di Stato di Cosenza, Brigantaggio, Decisioni, 1843, vo 247, f. 41Vincenzo La Vena e Vincenzo Perrellis, Tradita Muzikore e Shën Mërtirit - La tradizione musicale di San Martino di Finita, L.I.M., Lucca, 2009..

Nel processo della Gran Corte Criminale di Calabria Citra del 1851 furono condannati: Andrea Musacchio alias Cancello, accusato di omicidio premeditato, a colpo d'arma da fuoco, in persona di D. Nicola Alimena, il 31 luglio 1851, e d'incesso per la campagna in comitiva armata, commettendo misfatti e delitti nell'agosto del 1851. Furono inoltre accusati, per complicità nell'omicidio e in altri delitti: Arcangiolo Donadio alias Mastronicola, Salvatore Pollera alias Arignano, Francescantonio Pinnola, Michele Tocci Ceraso, Giovan Battista Turco (di Guardia, domiciliato in San Martino), Giuseppe Ferraro Pistacchio, Antonio Marrello (di Ajello, domiciliato in San Martino), Gerardo Cittadino, Francesco Musacchio, Arcangelo e Dionigio Musacchio, Domenico Cistaro fu Ambrogio.Archivio di Stato di Cosenza, Gran Corte Criminale, Decisione di Competenza 1851, pp. 185-188 Andrea Musacchio e Michele Tocci morirono dopo qualche mese di tisi nel carcere di VentoteneArchivio Storico Comunale di San Martino di Finita, Stato Civile.

In effetti i sammartinesi diedero un importante contributo al Risorgimento. Nei processi politici della Gran Corte Criminale eseguiti dal 1848 al 1854 furono condannati per associazione in banda armata, con l'obiettivo di distruggere e cambiare il governo, e per avervi esercitato impiego, funzione e comando (giugno 1848): Pasquale Cavallo, Luigi Musacchio, Domenico, Vincenzo e Francescantonio Pinnola, Agostino, Alessandro, Samuele e Angelo Tocci, Domenico Cistaro e Giuseppe Drammis.Giuseppe Carlo Siciliano, L'utopia popolare della Repubblica, Gli Arbëresh e la Gran Corte Criminale, Processi Politici dal 1848 al 1854, Falco editore, Cosenza, 2006.

Nel 1860 è sindaco Samuele Tocci; la Forza Armata di San Martino è composta da 166 militi, un capo compagnia (Domenico Pinnola), 2 capi plotone (Pasquale Cavallo e Samuele Tocci), 4 capi sezione (Paolo Garrafa, Stefano Carci, Francesco Migliani, Arcangelo Pinnola), 9 capi brigata e 18 sotto capi brigata. Dalla Situazione della Forza Armata (Guardia Nazionale), redatta dal capo plotone Pasquale Cavallo il 15 dicembre 1860, risulta che il capo compagnia Domenico Pinnola, un capo sezione, due capi brigata, quattro sotto capi brigata e 38 militi partirono volontari al seguito del generale Giuseppe Garibaldi, trovandosi in Napoli e dintorni. In totale, 46 militari si unirono alle truppe garibaldine. Tra loro vi erano Domenico e Arcangelo Pinnola e Agostino e Francesco Tocci, che combatterono al campo di Agrifoglio, a CapuaArchivio di Stato di Cosenza, Intendenza-Contenzioso Amministrativo, B 173, F. 3576, C. S. 11, C. B. 1..