Villa Minozzo (La Vìla da Mnòcc in dialetto locale, Véla de Mnôs in dialetto reggiano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Reggio Emilia in Emilia-Romagna. Per la sua estensione amministrativa, è il terzo territorio comunale più grande della provincia dopo Ventasso e Reggio nell'Emilia.
Geografia fisica Territorio Situato nell'Appennino reggiano, il territorio comunale di Villa Minozzo è il più esteso della provincia di Reggio Emilia, dopo quello del capoluogo Reggio nell'Emilia e di Ventasso. L'abitato di Villa Minozzo sorge su colle, a cavallo delle valli dei torrenti Secchiello e Prampola, a a sud di Reggio Emilia. Il comune confina a ovest con Ventasso a e nord con Castelnovo ne' Monti, ad est con Toano e con il comune modenese di Frassinoro, a sud con i comuni lucchesi di Villa Collemandina, Castiglione di Garfagnana e Sillano Giuncugnano.
Il territorio è quasi del tutto compreso nel Parco nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano, e si estende dai del fondovalle Secchia ai del Monte Cusna. Dal 9 giugno 2015 è Riserva della biosfera nell'ambito del Programma sull'uomo e la biosfera dell'UNESCO
Clima
Origini del nome La prima menzione di Villa Minozzo si trova probabilmente in un diploma del 963 rilasciato da Ottone I di Sassonia. Secondo Milani, le vicende di Villa Minozzo durante il Medioevo sono strettamente collegate a quelle del castello di Ripiola. Solo nel 1615 il nome "Villa" venne ufficialmente associato alla comunità, che contava allora 137 abitanti. Già nel 1590, grazie alla sua posizione strategica per gli scambi commerciali, la sede del mercato era stata trasferita qui. Alla fine del XVIII secolo, la popolazione era cresciuta fino a 251 abitanti. Villa Minozzo divenne sede comunale definitiva nel 1815. Il nome “Minozzo” è forse più probabilmente collegato alla rocca chiamata del Melocio esistente nel paese (in dialetto locale pronunciato M'no-c).
Storia Le origini Fra le prime tracce della presenza umana nel territorio comunale ci sono i reperti mesolitici raccolti in località Lama Lite, situata ad oltre 1700 m s.l.m. Presso l'abitato di San Bartolomeo, lungo il fiume Secchia, è stata rinvenuta una necropoli di epoca romana. Nei pressi del capoluogo di comune, si segnala il ritrovamento di una fibula gallica.
Tito Livio nel 187 a.C. ci segnala che il console Marco Emilio Lepido depredando e distruggendo, nella guerra condotta contro i Liguri Friniates e Apuani che abitavano questi territori, potrebbe avere attraversato gli Appennini passando per il territorio del comune di Villa Minozzo, da o per la Garfagnana (vedi Passo della Pradarena o passo delle "Forbici/Radici").
Il passaggio non è chiaro visto che Tito Livio non ci dice dove è avvenuto il passaggio e neppure se questo sia avvenuto tra la Toscana e l'Emilia o viceversa. La logica ci suggerisce che il passaggio sia avvenuto tra l'Emilia verso la Toscana visto che nel racconto precedente vengono indicati i monti Ballistam (Valestra) e Suismontium (Bismantova) e poi viene riportato che è avvenuto il passaggio degli Appennini.
Alla fine del 1700 Lodovico Ricci nella sua opera “Corografia dei territori di Modena, Reggio e degli altri stati appartenenti alla casa d'Este", per descriverci la strada che passava per il passo di Pradarena usava le seguenti parole: «Da Fellina, qui vi trova un ramo di strada al Mezzodì, che passando la Secchia alla Gatta corre per Menozzo e Ligonchio a Sillano e cala in Garfagnana»
Inoltre, sempre la logica, ci porta ad escludere che il passaggio sia avvenuto verso la Lunigiana, visto che sempre lo stesso Tito Livio dice che l'anno seguente, nel 186 a.C., i Romani subirono nella valle del fiume Magra, zona che non conoscevano bene, una disastrosa sconfitta a opera dei Liguri Apuani nella battaglia ricordata con il nome di Saltus Marcius.
Medioevo Un diploma dell'imperatore Ottone I, del 963(Se si potesse con sicurezza identificarla con una Villa in Montani in un territorio dove tutti i più piccoli centri erano preceduti dal pronome Villa), e un altro di Ottone II nel 980, confermano il possesso della cortem de' Melocio cum plebe alla Chiesa di Reggio Emilia. Intorno all'anno 1000 è attestato un archpresbyter Melocii e successivamente un parroco chiamato Antonio de Menotio.
Nel 1070 ritroviamo Minozzo menzionato in un documento in cui il vescovo Gandolfo di Reggio Emilia che riconferma tutte una serie beni a Beatrice e Matilde di Canossa"Documento di riconferma" di tutta una serie di beni nel reggiano in favore di Matilde di Canossa, trovato da "Ludovico Antonio Muratori" e riportato nelle "Antiquitates Ital. III pag. 184", riprodotto pure dal "Tacoli" in "Memorie I pag.405", dal "Tiraboschi" nel "Cod, Dip. II pag. 51" e segnalato anche da "Ludovico Ricci" nella "Corografia fisica storica e statistica degli Stati Estensi Pag. 408", ma contrariamente a quanto si può pensare il vescovo Gandolfo mantiene propri soldati a presidio di Minozzo, il che ci fa pensare che il vescovo Gandolfo attribuisse a questa località qualche particolare importanza strategica. Va inoltre ricordato che negli anni successivi il Vescovo Gandolfo si dimostrò uno dei più acerrimi nemici della contessa Matilde schierandosi apertamente con l'Imperatore Enrico V contro il Papa Gregorio VII; Gandolfo insieme con altri vescovi del nord Italia partecipò all'elezione dell'Antipapa Clemente III, e fu sconfitto dalla stessa Matilde di Canossa nella battaglia di Sorbara nel 1084 come ci racconta il monaco Donizone di Canossa nella Vita Mathildis. Il che fa ipotizzare che Minozzo sotto il vescovo Gandolfo sia stata una roccaforte isolata e ostile alla potentissima Contessa Matilde, nel cuore dei suoi domini e soprattutto alle spalle del poderoso sistema difensivo costituito dai castelli di Canossa e Carpineti il che spiegherebbe anche il motivo per cui la Contessa Matilde per motivi strategici si è ripresa Poiano (dotandolo di castello) e che in precedenza aveva donato all'Abbazia di Frassinoro dandovi in cambio il territorio di Ligonchio e altri territori in Garfagnana nel 1076. A conferma che Minozzo non orbitasse fra i territori controllati dalla potentissima Contessa Matilde vi è anche il fatto che Minozzo compare anche in un documento nel 1092 dell'antipapa Clemente III e che questo ha esercitato la sua giurisdizione solo su territori di provata fede Imperiale. Questo spiega anche la merlatura ghibellina che è riportata sullo stemma comunale raffigurante la Rocca di Minozzo, conservate in antiche carte della corte Estense di Modena. E probabilmente in ricordo di queste vicende che gli uomini del comune di Minozzo nello Statuta Castellantiae ac totius Praetoria Minotii vollero fieramente che nello statuto fosse ricordato che in primo luogo "gli uomini della Castellanza di Minozzo sono del vescovo di Reggio" (Homines Castellantiae Minotii sunt Episcupatus Regii). Nel 1092 l'abitato è citato in una bolla dell'antipapa Clemente III. La contessa Matilde nel 1102 cita un ricovero per poveri sito in Campo Camelasio e nel 1106, fa riferimento ad un eremo situato in San Veneri nell'attuale frazione di Carù.
Nel 1240 il Comune di Reggio ingrandì il suo contado sottomettendo diverse località della Montagna, nel territorio di Villa Minozzo fecero atto di sottomissione tra le altre Coriano, Costabona e Febbio. Nel 1268 i reggiani completarono le conquiste sottomettendo Minozzo. Tra le famiglie che esercitarono autorità nella zona vanno ricordati i Dalli, provenienti dalla Garfagnana e filo-estensi, i Fogliani e i Malvasia.
Età moderna Nel XV secolo si ebbero dispute coi pastori garfagnini di Soraggio per l'uso di pascoli nei dintorni di CivagoIl passo appenninico che metteva in comunicazione il territorio del comune con la Garfagnana prese il nome di Passo di Lama Lite della questione fu investito il duca, che, dopo ricorsi e controricorsi, diede ragione ai toscani, i quali ottennero i pascoli in cambio di un orso vivo all'anno da portare al duca stessoDa questo episodio nacque il detto mnèer l'ors a Modna (condurre l'orso a Modena), per rappresentare un'impresa difficoltosa ma priva di risultati pratici, dopo qualche anno mutato in un cinghiale.
Nel XVI secolo l'Appennino reggiano conobbe una recrudescenza di banditismo; tra i briganti più famosi Domenico Amorotto, protetto dalla curia romana e ricercato da Francesco Guicciardini, il quale aveva una sua dimora anche in questa parte di Appennino, tra Gazzano e Civago, nella località di Torre dell'Amorotto, che da lui prese il nome.
Alla Repubblica Reggiana aderirono, nel 1796, i centri di Asta, Febbio e Secchio. Nell'età napoleonica venne creato il Distretto 22 di Minozzo, appartenente al Dipartimento del Crostolo. Dopo la restaurazione estense, Villa Minozzo continuò a raccogliere 36 comunelli. Dal 1815 fu definitivamente sede comunale e lo rimase anche dopo l'Unità d'Italia. Da segnalare che, tra il 1859 ed il 1870, Gazzano fu sede di comune e, dopo il suo scioglimento, nessun altro comune della provincia reggiana venne abolito.
Il Novecento Durante la prima guerra mondiale si istituì in val d'Asta un campo di lavoro per prigionieri dell'esercito austro-ungarico, unico esempio nella provincia di Reggio Emilia.Cervarolo paese di Poeti. I prigionieri lavorarono alla costruzione di una ferrovia a scartamento ridotto, istituita nel 1918 fra Riparotonda, non lontano da Febbio, e Quara (16 km di lunghezza con pendenza massima del 3%). La ferrovia sorse per portare a valle il legname ricavato sulle pendici del Cusna, di cui in quei tempi c'era grande necessità; presso Gova lungo un piano inclinato i tronchi finivano nel torrente Dolo, da qui nel fiume Secchia, e venivano raccolti a San Michele dei Mucchietti presso Sassuolo. Purtroppo già nel 1920 la ferrovia venne smantellata. Il 7 settembre dello stesso anno il disastroso terremoto, originatosi tra la Garfagnana e la Lunigiana, distrusse molte case e fece molte vittime. Particolarmente colpite furono la Val d'Asta e l'alta valle del Dolo.
Durante la seconda guerra mondiale, il territorio comunale di Villa Minozzo divenne teatro operativo di numerose formazioni partigiane impegnate nella guerra di Liberazione contro i nazifascisti. In questa fase si distinsero alcuni antifascisti del luogo come il parroco di Tapignola don Pasquino Borghi e l'anarchico Enrico Zambonini. Il 15 marzo 1944 presso Cerrè Sologno i partigiani inflissero dure perdite ad una colonna tedesca impegnata nella repressione. Pochi giorni dopo, il 20 marzo, i nazifascisti attaccarono le frazioni di Cervarolo e Civago con l'obbiettivo di fare terra bruciata attorno alla Resistenza. I due villaggi furono saccheggiati e dati alle fiamme, inoltre a Cervarolo furono assassinati 24 civili inermi. Nell'estate 1944, dopo la caduta della Repubblica partigiana di Montefiorino, il territorio di Villa Minozzo fu nuovamente sconvolto da un rastrellamento che causò decine di morti e di deportati nella Germania nazista. Il 13 aprile 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, l'abitato di Villa Minozzo fu dato alle fiamme dai tedeschi. Per sacrifici patiti e per la strage di Cervarolo il comune fu insignito nel dopoguerra della medaglia d’argento al valor militarela cui motivazione è visionabile all'url https://www.istitutonastroazzurro.it/comunedivillaminozzo.html. Tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta il comune di Villa Minozzo, come gli altri comuni dell'alto crinale, fu interessato da un intenso spopolamento verso Reggio Emilia e le altre città industriali della pianura Padana.
Simboli
Stemma Lo stemma comunale è stato riconosciuto con DCG del 23 marzo 1937.
La composizione è sostenuta da una fascia con la scritta COM ET HOM che non è descritta nella blasonatura ufficiale del decreto del Capo del Governo e che probabilmente è l'abbreviazione di Comite et Boni Homines col significato di "Assemblea del conte/governatore e dei rappresentanti delle famiglie".
Gonfalone