I suoi Consilia lo collocano tra i migliori giuristi del XV secolo.
Biografia
Scarse sono le informazioni sui suoi natali, anche se la sua attività giuridica, ebbe una forte eco: le sue opere furono infatti tra le prime pubblicate con il privilegio della stampa, anche se postume. La sua immagine è rappresentata sul quattrocentesco palazzo romano di Bartolomeo de Dossi. La distruzione della città d'origine durante la guerra tra il papa Innocenzo X e Ranuccio II Farnese duca di Parma e Piacenza, nonché ultimo duca di Castro, causò la perdita di documenti che avrebbero favorito la ricostruzione biografica della sua vita.
Paolo di Castro studiò con Baldo degli Ubaldi a Perugia, passando nel 1383 alla scuola di Cristoforo Castiglioni, trasferendosi poi ad Avignone per seguire il cardinale Pietro Corsini che si trovava alla corte dell'Antipapa Clemente VII seguendo le lezioni di Gilles de Bellemère.
Docente Ottenuto il dottorato ad Avignone nel 1385, vi restò in qualità di docente, vivendo al seguito del cardinale Corsini, qui si formò la sua esperienza giuridica restandovi fino al 1402. La permanenza in questa città non fu continuativa, risulta infatti la sua presenza in documenti anche a Tolosa, dove sembra abbia insegnato.
Nei primi anni del XV secolo, Paolo insegnò a Firenze dove sposò donna Piera de' Cervini di Corneto (Tarquinia), nipote del giurista Pietro d'Ancarano, dalla quale ebbe quattro figli: il giurista Angelo, Giovanni che fu al servizio del papato, Gilio (morto di peste a Firenze nel 1420) e Francesca.
Paolo di Castro ricevette l'incarico di podestà di Viterbo nel semestre febbraio/luglio del 1404, per poi ritornare ad insegnare sia all'università di Siena che a quella di Firenze fino al 1415, anno in cui venne richiesto il suo intervento giuridico dall'ordine dei cardinali in merito alla riconciliazione della chiesa romana.
Nell'autunno del 1424 divenne docente dell'università di Bologna restandovi fino al 1429 quando si trasferì a Padova dove erano morti improvvisamente di peste i due giuristi Raffaele Raimondi e Raffaele Fulgosio. Qui Paolo insegnò diritto civile fino al 20 luglio 1441, giorno della sua morte.
Consulente
Durante tutti gli anni di insegnamento Paolo svolse anche il lavoro di consulente. La sua capacità giuridica richiese la collaborazione per committenti di elevata importanza. A lui viene riconosciuta la capacità di mantenere l'indipendenza giuridica di pensiero, senza condizionamenti tanto di trovarsi a volte a dover difendere le sue posizioni.
Pur essendo filopapale si trovo a dover invertire a volte quanto dichiarato come nel caso di quel ladro, che trovando rifugio nel coro di una chiesa, venne comunque arrestato. Il giurista riuscì a assolvere l'atto di arresto, dichiarando che il ladro, avendo rubato oggetti della chiesa, era da ritenersi escluso dalla protezione, ma giustamente soggetto al giudizio civile e quindi alla condanna.
Durante lo scisma venne interpellato dai cardinali per la ricostruzione della chiesa, Paolo, malgrado sempre filopapista, sostenne i cardinali nell'obbligo di indire un concilio, dato la gravità della situazione della Chiesa. A lui si unirono i principali esperti di diritto sia civile che canonico.
Il giurista si trovò ad affrontare e giudicare lo spinoso problema dell'usura. Dal XIII secolo infatti gli ebrei che avevano occupato buona parte del territorio italiano praticavano l'attività feneratizia, così come la chiesa. Qui Paolo si trovò a confrontarsi con Alessandro de Nevo che dichiarava l'usura come un peccato contro Dio e contro la natura,, ma come pensava invece Paolo necessaria agli uomini. La difficile questione se dovesse prevalere la ius civile o la ius canonicum per Paolo, doveva essere risolto in base al territorio prevalente, a meno che l'applicazione del diritto romano avesse condotto al peccato, in quel caso era obbligo applicare il diritto canonico. I due fori giuridici si incontravano frequentemente, e malgrado Paolo fosse devotissimo e vicino al papa e ai cardinali quando incontrava questioni di diritto non difendeva obbligatoriamente lo ius canonicum, anzi tentò sempre di applicare la legge civile come interpretazione razionale.
Opere
Manoscritti
Note
Bibliografia Guido Panciroli, De claris legum interpretibus, Lipsia 1721, pp. 188, 189; Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VI, Venezia 1796, p. 475; Friedrich Carl von Savigny, Storia del diritto romano nel Medioevo (trad. it. Bollati), II, Torino 1852, p. 695 seg.; Enrico Besta, Storia del diritto italiano, I, ii, Milano 1925, pp. 514, 629-630, 859-860, 884.
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