L'omicidio di Tommaso Onofri è un caso di cronaca nera avvenuto il 2 marzo 2006 a Casalbaroncolo, frazione del comune italiano di Parma.

Il piccolo Tommaso Onofri venne rapito dalla casa di famiglia allo scopo di ottenere il pagamento di un riscatto, nell'erroneo convincimento che i genitori avessero accesso a importanti risorse economiche. I rapitori tuttavia uccisero il bambino pochi minuti dopo il sequestro, probabilmente nel timore di essere già braccati dalle forze dell'ordine.

L'effettiva natura del crimine emerse circa un mese dopo, quando il muratore Mario Alessi, che aveva precedentemente lavorato a casa Onofri, e il complice Salvatore Raimondi, confessarono il delitto e indicarono il luogo dove il cadavere era stato occultato.

Assieme ad Alessi e Raimondi fu anche condannata la compagna del muratore, Antonella Conserva.

Storia Il rapimento Nel settembre 2005 la famiglia Onofri (composta dai coniugi Paolo Onofri e Paola Pellinghelli, 46 e 43 anni, impiegati alle Poste Italiane, e dai figli Sebastiano, 8 anni, e Tommaso, 17 mesi) aveva lasciato il proprio appartamento nella periferia di Parma per trasferirsi in un casolare ristrutturato al civico 27 della borgata rurale di Casalbaroncolo, al confine con Sorbolo.

Alle 19:45 circa del 2 marzo 2006 saltò la corrente elettrica in casa: dopo cinque minuti, Paolo Onofri uscì in cortile per controllare il contatore e fu assalito da due uomini col volto coperto da casco e passamontagna, che minacciandolo con coltello e pistola si fecero aprire la porta. Una volta entrati, urlarono alla rapina, puntando l'arma verso Tommaso e intimando ai coniugi di consegnare loro i soldi. Paola diede loro il suo portafoglio con 150 euro in contanti, dopodiché i malviventi fecero sdraiare a terra i genitori e il figlio maggiore Sebastiano, legandoli e imbavagliandoli grossolanamente con del nastro adesivo da pacchi. Dopo circa dieci minuti i due si diedero alla fuga e quando gli Onofri riuscirono a liberarsi, si accorsero che Tommaso non era più nel suo seggiolone.

Venne immediatamente dato l'allarme alla polizia; i genitori dissero agli inquirenti che i due malviventi erano bassi di statura e parlavano con un marcato accento meridionale, forse calabrese o siciliano. Il figlio Sebastiano, interrogato a sua volta in audizione protetta, disse che prima dell'irruzione non si era sentito alcun rumore provenire da fuori casa e che i due rapitori avevano portato in casa molta sporcizia; evidenziò anche l'atteggiamento differente dei due, l'uomo col casco era tranquillo, mentre quello con il passamontagna era agitato e brutale nei modi. Iniziarono subito le ricerche intorno all'abitato, ma del bambino non c'era traccia.

Le indagini Delle indagini furono incaricati i sostituti procuratori Lucia Musti e Silverio Piro; un fascicolo fu aperto anche presso la direzione distrettuale antimafia di Bologna.

Fin da subito il caso della sparizione finì al centro dell'attenzione dei media italiani: la notte stessa del 2 marzo vennero realizzati i primi servizi e l'indomani a Casalbaroncolo giunsero varie troupe televisive e gli inviati delle maggiori testate. Al contempo vennero promosse varie azioni di solidarietà verso la famiglia del piccolo e furono rivolti vari appelli ai rapitori affinché liberassero il bambino, a cominciare da quelli lanciati il 3 marzo dal palco del teatro Ariston di Sanremo dal conduttore del Festival, Giorgio Panariello, il 7 marzo da papa Benedetto XVI e il 9 marzo dalla consorte del Presidente della Repubblica Italiana, Franca Ciampi.

Il 4 marzo 2006, il magistrato Gerardo Laguardia dichiarò al TG1 che la famiglia non aveva ancora avuto notizie dai rapitori. Nello stesso servizio fu trasmesso l'appello pubblico ai rapitori da parte dei genitori, che si dissero disposti a trattare per riportare il figlio a casa sano e salvo, facendo presente che Tommaso soffriva di epilessia e pertanto doveva assumere il Tegretol due volte al giorno con precisi dosaggi, oltre a essere stato febbricitante nei giorni precedenti al sequestro e a necessitare pertanto di Tachipirina. Alla dichiarazione intervenne anche il sacerdote don Giacomo Spini, che aveva battezzato il bambino il 2 aprile 2005 e unito in matrimonio la coppia tre anni prima, il quale si rese disponibile a fare da tramite con i sequestratori. Si fece avanti col medesimo intento anche il sacerdote educatore don Antonio Mazzi, al quale tuttavia la famiglia Onofri oppose un diniego.

Le indagini erano complicate dalla perdurante assenza di riscontri dai rapitori (a dispetto del fatto che la Procura avesse spiccato ben 250 provvedimenti d'intercettazione telefonica e ambientale) e dalla difficoltà nel riscontrare un possibile movente: erano infatti avvenute, nei mesi precedenti, alcune rapine nella zona attorno a Casalbaroncolo, ma al di là del furto e dell'aggressione ai proprietari di casa nessuna di esse si era spinta a un gesto così eclatante come sottrarre un minore; peraltro, al di là dei 150 euro consegnati spontaneamente da Paola Pellinghelli, nessun altro valore era stato sottratto dal casolare. Nondimeno, gli Onofri non erano benestanti, avevano da poco acceso un mutuo per l'acquisto della proprietà di Casalbaroncolo e pareva inverosimile che qualcuno potesse chiedere loro un riscatto, se non per la convinzione erronea che il loro lavoro alle Poste (in particolare quello del padre Paolo, che era direttore dell'ufficio postale Parma Sud Montebello) li mettesse in condizione di attingere ai fondi dell'ente postale. Le forze dell'ordine effettivamente ricevettero alcune richieste di denaro, ma nessuna di esse fu riscontrata come veritiera. Ulteriori criticità derivarono dalla pressione mediatica: l'8 marzo la magistratura che seguiva il caso dovette chiedere tre giorni di silenzio stampa, soprattutto per evitare depistaggi, come quello avvenuto allorché la trasmissione di Rai Tre Chi l'ha visto? ricevette la falsa segnalazione del ritrovamento sul greto del fiume Taro di indumenti e medicinali identificati mendacemente come appartenenti al bambino.

Si ipotizzò anche un'azione vendicativa, con riferimento a presunti conflitti con colleghi sul luogo di lavoro, a una rapina perpetrata nel 2001 nell'ufficio postale dove lavorava Paola Pellinghelli o finanche legati al precedente matrimonio di Paolo Onofri, terminato nel 1993 e da cui era nato il figlio Carlo Alberto, destò un qualche interesse investigativo il fatto che l'ex moglie, Francesca Traina intrattenesse una relazione con un recluso nel carcere di Vigevano, sospettato di omicidio volontario. Gli inquirenti valutarono anche altri elementi, quali un’orma lasciata nel fango presso il casolare e la sparizione del cane di famiglia, avvenuta due giorni prima del sequestro. Nulla di tutto ciò, comunque, portò a risultati concreti: quanto al cane, fu ritrovato il 22 marzo in una zona tra Brescello e Colorno, poco distante da Casalbaroncolo.

Mentre le ricerche proseguivano senza esito, vi intervenne anche una sensitiva di Milano, Costantina Comotari, la quale affermò che il bambino era stato ucciso e che il cadavere era stato gettato nelle acque del fiume Magra, nei pressi di Pontremoli (MS), a quasi 100 km da Casalbaroncolo. Il 16 marzo i sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Livorno ispezionarono la zona indicata dalla medium, ma senza esito; la sensitiva sarà poi indagata per falso in relazione alla vicenda. Molti altri furono i veggenti che si misero in contatto con gli inquirenti per dare la loro "soluzione" del caso; tra di essi vi fu anche Maria Rosa Busi, divenuta celebre nei mesi precedenti per aver dato un contributo determinante al ritrovamento di un’altra persona scomparsa, la quale sostenne invece che Tommaso fosse in vita.

Il 25 marzo comparve su una strada nei pressi di casa Onofri una scritta in vernice recante le parole "Ne hai abbastanza?", che fu interpretata da alcuni come un messaggio dei rapitori e venne subito cancellata.

I sospetti su Paolo Onofri e sui muratori L'unico elemento che parve promettente fu la dichiarazione spontanea, arrivata alla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che poi la girerà a quella di Bologna, di Pasquale Gagliostro, ex affiliato al clan Parrello della 'Ndrangheta e collaboratore di giustizia, da poco scarcerato dal penitenziario di Ferrara, che affermò di essersi incontrato, nell'agosto 2005 in un ristorante di San Prospero Parmense, con un conterraneo che gli aveva proposto di partecipare al "rapimento lampo" di un bambino figlio di due impiegati postali, i quali avrebbero poi dovuto pagare un riscatto utilizzando soldi di Poste Italiane, auspicabilmente nel giro di poche ore. Gagliostro, che disse di non ricordare il nome di chi gli fece la proposta, avrebbe però opposto un rifiuto.

Parallelamente la Procura della Repubblica iniziò a interrogare i muratori che avevano lavorato alla ristrutturazione della proprietà di Casalbaroncolo, a cominciare dal capomastro Pasquale Giuseppe Barbera, che aveva già avuto rapporti d'affari con Paolo Onofri; egli disse di non aver ravvisato, durante i lavori, screzi tra proprietà e operai, e fornì agli inquirenti una lista delle maestranze impiegate nel cantiere. Proseguirono anche le audizioni dei genitori, causando le ire del padre di Tommaso, che disse di sentirsi "sotto accusa": una relazione di un dirigente della squadra mobile di Parma mise poi apertamente in dubbio la veridicità di quanto affermato dagli Onofri e ipotizzò che in realtà la storia del sequestro celasse un infanticidio avvenuto in famiglia. La totale coincidenza e non contraddittorietà dei racconti dei coniugi e del figlio Sebastiano andò però a confutare questa ipotesi investigativa.

Ulteriori elementi ritenuti interessanti giunsero dalle intercettazioni telefoniche alle utenze di Barbera, in particolare una telefonata tra lui e Paolo Onofri, in cui furono pronunciate frasi quali «loro sanno qualcosa di me» e «io non ho detto niente», e una tra la moglie di Barbera e Mario Alessi, muratore 44enne che aveva partecipato ai lavori di ristrutturazione in casa Onofri: parlando con lui e con la compagna di lui, Antonella Conserva, gli diede conto di una perquisizione subìta in casa dalla polizia. Barbera, nuovamente convocato dagli inquirenti, disse che Alessi lo aveva coinvolto in una complessa operazione di riciclaggio di denaro del valore di 70 milioni di dollari USA, ricavati dalla vendita di petrolio di contrabbando, e che insieme avevano proposto a Paolo Onofri di entrare nel "sistema" in cambio dell'azzeramento dell'importo da pagare per i lavori di ristrutturazione della casa: i mandanti (definiti "una banda di slavi") avrebbero però ritenuto insoddisfacente l'impegno di Barbera e Alessi, minacciandoli di ritorsioni contro di loro e le relative famiglie, sicché la telefonata di Onofri serviva ad avere rassicurazioni sul fatto di non essere coinvolto in questo rischio.

Il 10 marzo fu condotta un'ispezione in un magazzino in via Jacchia a Parma di proprietà di Paolo Onofri, dove fu ritrovato un vecchio computer, nella cui memoria vennero rinvenuti vari file contenenti immagini e video pedopornografici scaricati da Internet. Il padre di Tommaso fu quindi iscritto nel registro degli indagati, con l'ipotesi che il rapimento potesse avere risvolti pedofili, ma dall'indagine non emerse alcun collegamento tra le vicende; il procedimento a carico del padre andò avanti separatamente e si concluse col patteggiamento di una condanna a 6 mesi di reclusione. Paolo Onofri dichiarò inizialmente di aver svolto una ricerca antipedofilia e di aver tenuto quel materiale per sporgere denuncia alle autorità; successivamente, in un'intervista rilasciata per "Panorama", ritrattò la versione definendo la detenzione del materiale incriminato «uno sbaglio» di cui si era pentito.

La scoperta dell'assassinio