I sofisti ad Atene. L'uscita retorica dal dilemma tragico è un saggio di Antonio Capizzi, edito nel 1990 da Levante editori in Bari. Il volume fa parte della collana "Le rane" diretta da Francesco De Martino.
Composto da una premessa, sette capitoli e quattro indici, il libro si occupa della soluzione retorica che consentì nel V secolo a.C. ai sofisti Protagora, Gorgia, Prodico, Trasimaco, Ippia di Elide e Zenone Eleate di uscire dal dilemma tragico.
La tesi del libro Rispetto alla maggioranza dei saggi storici, i sofisti vengono qui raccontati non come momenti-cardine del Pensiero umano, ma come uomini, nel loro comparire, agire e relazionarsi in un luogo e in un tempo precisi, e cioè ad Atene tra il 460 e il 410 a.C..
Ciò comporta da un lato la stretta connessione delle loro posizioni con il contesto cittadino, dall'altro la ricerca non di una loro filosofia, che per Capizzi è inesistente, ma di una loro reazione-adeguazione agli eventi storici, politici e sociali dell'Atene del V secolo a.C., il più rilevante dei quali è l'affermazione di una nuova classe sociale: quella dei grossi arricchiti.
L'attenzione, in questo ambito, viene rivolta dall'autore alla stretta parentela della sofistica con la tragedia attica, che a sua volta rispecchia le due anime di Atene. Più di preciso, si tratta di un rapporto di filiazione: quel che infatti fanno i sofisti è ricavare l'antilogia retorica dal dilemma tragico.
Dilemma e antilogia, spesso in conflitto reciproco, soccomberanno di fronte all'avanzata della dialettica socratica, trionfante in Platone e in Aristotele.
Atene, la città a due anime Come in altri suoi precedenti saggi dedicati ai sapienti del mondo greco pre-macedone, Capizzi si concentra sul rapporto tra gli autori e la polis in cui produssero le loro opere. Nel caso dei sofisti, Atene.
Principale peculiarità della città attica fu di essere tra le poche a resistere all'invasione dorica. Proprio dalla vigile difesa contro i Dori, Atene fu spinta prima di altre poleis a realizzare l'unità politica di due distinte popolazioni: quella locale dei Pelasgi Cranai, che vivevano di agricoltura, e quella immigrata degli Ioni d'Asia, che vivevano di commercio marittimo. Una doppia matrice espressa da un doppio ordine di miti, segnale di una contraddizione interna - religiosa, morale, sociale e politica - che scuoteva dal profondo l'autocoscienza etnica degli Ateniesi.
Atene già all'inizio del V secolo a.C. era una città a due anime, lacerata tra due culture confliggenti: quella ionica-gentilizia, rappresentante della moralità maschile, guerriera, celeste e aristocratica delle classi dominanti e quella autoctona-popolare, rappresentante dell'eticità femminile, magica, arcaica, agricola delle classi subalterne. La tragedia di Eschilo, Sofocle ed Euripide fece da cassa di risonanza a tale insanabile dissidio interiore. L'eroe tragico sa che entrambe le istanze che lo abitano hanno nello stesso tempo ragione e torto. Bene e male sono perciò inscindibili: qualunque sia la sua scelta, l'eroe cadrà ineluttabilmente nella colpa, proprio per via della sua eticità e tramite essaGeorg Wilhelm Friedrich Hegel, Estetica, Feltrinelli, Milano s.d., pag. 1565..
Poco prima della metà del V secolo a.C. accadde però un fatto nuovo. La doppia verità della tragedia si trasformò, come ha accuratamente rilevato Guthrie, nella deinótes dei sofisti: quel loro aspetto terrificante per cui proponevano incessantemente antitesi che la ragione non riusciva a risolvere. In realtà, scrive Capizzi, in questo modo la sofistica ha indicato un'uscita dal dilemma tragico, né razionale né morale, ma comunque pratica. «Se oggettivamente i due discorsi si equivalgono, o sono irriducibili, tocca alla tecnica del discorso farne apparire migliore uno, quello che sarà più utile a chi sta parlando in quanto gli consentirà la conquista dell'uditorio»Antonio Capizzi, I sofisti ad Atene, Levante editori, Bari 1990, pag. 72..
I protosofisti: Protagora e Zenone Eleate Intorno al 457 a.C. va collocato l'arrivo di Protagora e Zenone Eleate ad Atene, l'uno proveniente da Abdera, l'altro da Elea, città entrambe fondate dagli Ioni ed entrambe resistenti all'occupazione persiana del 546. Sia Protagora che Zenone usarono il ragionamento eristico e molti indizi ci lasciano intendere che in quegli anni polemizzassero tra loro a colpi di sofismi. Nella patria del dilemma tragico, l'eristica non poté che assumere la forma dell'antilogia, cioè della dimostrazione di tesi opposte: un procedimento in cui «il vaglio delle lacerazioni spirituali che lirici e tragici avevano colto nell'immediatezza del sentimento» divenne, a livello razionale, l'urto di «dilemmi mai definitivamente superabili»Giuseppe Martano, Contrarietà e dialettica nel pensiero antico, Il tripode, Napoli-Firenze 1972, pag. 227..
Diogene Laerzio testimonia che Protagora fu il primo a sostenere che su ogni cosa esistono due ragionamenti che vicendevolmente si contrastano. Ma la novità vera che l'Abderita introdusse ad Atene non fu, come sostiene il personaggio di Socrate nel dialogo giovanile platonico a Protagora dedicato, di definirsi sofista, cioè «maestro di una tecnica», e di pretendere per i suoi insegnamenti un compenso. Erano già sofisti, in questo senso, il medico Ippocrate e lo scultore Fidia. La novità di Protagora fu che insegnò ai suoi discepoli a migliorare la loro perizia verbale e non l'abilità manuale. «Essenziale è la lingua, non i contenuti del discorso; e se per caso tra questi contenuti compaiono nozioni scientifiche, ciò non avviene per "filosofia", amore del sapere, ma per "filologia", amore del discorso, inteso come grammatica, retorica e argomentazione»Capizzi, op. cit., pagg. 94-95..
Non molto lontano da tutto ciò era Zenone, che al cospetto di Pericle «esercitò mediante l'antilogia la sua attitudine a confutare e a rinchiudere in aporia»Plutarco, Pericle e Fabio Massimo, 4,5. e che «dimostrava come le stesse cose fossero possibili e insieme impossibili, uguali e disuguali, una e molte, mobili e immobili, divisibili e indivisibili, infinitamente grandi e infinitamente piccole»Capizzi, op. cit., pag. 84..
Lo scopo di questa tecnica del discorso è evidente. «Aristotele aveva ben compreso che i sofisti [...] non miravano al miglioramento della tecnica, ma ai risultati di essa. Si trattava non di "parlare di", ma di "parlare a"; di vincere le resistenze dell'ascoltatore trasformando la persuasione in costrizione, in violenza; di ottenere la credibilità e, attraverso essa, il successo»Ibidem, pag. 101.. Nel nuovo regime democratico, proclamato già ai tempi di Clistene ma effettivo proprio dalla metà del V secolo a.C., il successo sulle folle serviva ad ottenere voti e quello sui giudici per vincere i processi.
Non furono i rappresentanti della classe aristocratica, abituati all'eloquenza fin dalla più tenera età, ad avere bisogno degli insegnamenti dei sofisti, ma il ceto di nuovi ricchi di matrice industriale, commerciale e mineraria, venuto alla ribalta per effetto delle vittorie di Atene e delle altre città greche nelle guerre persiane. Ben presto i nuovi ricchi entrarono in politica: «essendo pari ai nobili per censo ma non per abilità oratoria, avevano urgente necessità di utilizzare, pagandola profumatamente, la didattica retorico-politica dei sofisti»Ibidem, pag. 105..
Apogeo e declino del mondo pericleo Con il governo di Pericle, Atene raggiunse il suo apogeo. Le Grandi Panatenee si elevarono da massima festa cittadina a grandiosa festività imperiale e la città attica divenne meta di tantissimi forestieri. L'Olimpio richiamò dall'esilio il suo maestro e amico Anassagora, che con gli stessi Protagora e Zenone e con molti altri costituì «quel circolo intellettuale ateniese al quale (e non certo ai soli sofisti come superficialmente si usa ripetere) va attribuita la grande rivoluzione intellettuale del V secolo»Ibidem, pag. 117..
Il nesso tra i maestri del discorso e la democrazia era rimasto quello del decennio precedente, ma coloro che all'inizio degli anni cinquanta aspiravano ad entrare in politica, ora, nel pieno dei quaranta, si erano decisamente affermati. Callia, Nicia e Agnone sono solo alcuni esempi di nuovi arricchiti ai quali Pericle aveva assegnato incarichi diplomatici di rilievo. Nel contempo, col crescere della sua egemonia, Atene fu tirata in ballo in molti processi federali e diventò città di tribunali. «L'agón, il dibattito politico e giudiziario, finì per modificare la psicologia degli Ateniesi al punto che la cultura non fu più concepita in Attica se non come scontro e gara»Ibidem, pag. 122.. I nuovi ricchi ebbero sempre più bisogno di acquistare le tecniche del discorso ed è così che i sofisti si guadagnarono da una parte lauti compensi, dall'altra l'ostilità aristocratica espressa a chiare lettere dal nobile Platone e dalla sua scuola. Dal circolo di Pericle, che vide la scienza trasformarsi, con l'isegoria, in perenne dibattito, la democrazia emerse con un tono encomiastico ed un valore paradigmatico senza precedenti.
Negli anni seguenti, tuttavia, si consumò un netto stacco tra l'Atene ideale conclamata dall'Olimpio e dai suoi portavoce e l'Atene reale sotto attacco dei Peloponnesiaci e decimata dalla peste. In città, al cospetto della brutalità dei fatti, fu sempre più forte un sentimento di delusione, da cui anche i tragici non furono immuni. Esemplare è lIppolito II di Euripide: un vero sofista, vi si dice, dovrebbe insegnare a pensare bene, non a parlare bene. Non a caso la condanna dell'eroe avviene con «l'azione che non parla»Euripide, Ippolito II, v. 1077.. «È questo il punto cruciale: il conflitto tra parlare e agire; ed è proprio qui che tragedia e sofistica si separano [...]. Dal dilemma tragico, dall'antitesi tra due possibili comportamenti entrambi positivi ed entrambi negativi, la tragedia non esce col discorso che fa apparire più valido uno dei due termini, ma con la scelta sofferta di un'azione»Capizzi, op. cit., pag. 140. .
Sia la tragedia che la sofistica contengono in definitiva una scelta, ma quella cui la sofistica mira è collettiva e si ottiene con la persuasione retorico-dialettica dei collegi deliberanti. La tragedia le obietta che la scelta è individuale, solitaria, priva di supporti sociali esterni. Sofferenza e sincerità, nella tragedia, sono ineliminabili e totalizzanti: nessun inganno può eliminare la scelta individuale e i problemi etici ad essa connessi.
Il decennio dei sofisti Nel 429 a.C., con la scomparsa di Pericle, per circa un decennio i nuovi ricchi estromisero gli aristocratici dalle magistrature, che furono contese, senza esclusione di colpi, tra due fazioni: quella moderata di Nicia e quella radicale di Cleone. La kakónoia, il rancore profondo degli antichi potenti ora emarginati, impensierì i nuovi, che, consapevoli della loro inferiorità oratoria, richiamarono ad Atene i migliori maestri di grammatica, retorica ed eristica. Il decennio degli arricchiti fu perciò anche il decennio dei sofisti, per lo più giunti nella capitale attica in veste di ambasciatori.
Da Ceo arrivò il grammatico Prodico, che insegnò certamente al giovane Callia, a Teramene, a Isocrate, a Euripide e, a prezzi più contenuti, a Socrate.
Dalla Calcedonia venne il retore Trasimaco, che Platone ci presenta maestro di Cefalo, Lisia, Polemarco, Clitofonte e Nicerato.