Lanfiteatro romano di Catania è una imponente struttura costruita in epoca imperiale, probabilmente nel II secolo, ai margini settentrionali della città antica, a ridosso della collina di Montevergine che ospitava il nucleo principale dell'abitato.

La zona su cui sorge l'anfiteatro, oggi parte del centro storico della città, in passato era adibita a necropoli. Del monumento è visibile e visitabile solo una piccola sezione nella parte occidentale di piazza Stesicoro.

Storia

L'anfiteatro fu probabilmente costruito nel II secolo; la data precisa è, tuttavia, incerta, ma il tipo di architettura fa propendere per l'arco temporale tra gli imperatori Adriano e Antonino Pio, ovvero tra il 117 ed il 161.

Appare evidente un ampliamento datato intorno al III secolo, che ne triplicò di fatto le dimensioni.

Una leggenda popolare, seppur infondata, vuole che l'eruzione dell'Etna del 252 lo abbia raggiunto senza però distruggerlo. Tale tradizione si basa sulla vita di Sant'Agata, riportata negli Acta Sanctorum del Bollando, dove è riportato che ad un anno esatto dalla morte della santa (251), un fiume di fuoco si diresse alle porte della città, e i villani - preoccupati per le loro campagne - giunsero alla tomba di Sant'Agata per prelevarne il velo mortuario, usandolo per arrestare l'avanzata della lava. Tale fonte, del tutto agiografica, indusse persino autorevoli vulcanologi, come il Gemmellaro, ad interpretare erroneamente l'anfiteatro (il quale si trovava alle porte della città) quale punto in cui si arrestò la lava.Gemmellaro inoltre, riportando la data della morte di Sant'Agata al 252, compì uno slittamento della datazione dell'eruzione, indicandola erroneamente al 253. Recenti studi stratigrafici e di datazione hanno dimostrato chiaramente, che la cosiddetta "colata lavica di Sant'Agata" del 252, ebbe origine dal cono del Monpeloso e, riversandosi quasi per intero nel territorio di Nicolosi, si fermò nel territorio di Mascalucia, a 450 m s.l.m., in direzione di Catania, ma senza mai raggiungerla.. L'unica traccia di una presunta colata giunta presso l'anfiteatro, è una sporgenza lavica che si affaccia da uno dei fornici murati dell'edificio; quando però, nel XX secolo, fu compiuto un carotaggio sulle pareti dell'ambulacro interno, per cercare di capire cosa vi fosse al di là, da esso fluirono liquami "a vagonate", segno evidente che il corridoio fosse vuoto: il frammento di roccia vulcanica sporgente è, con tutta probabilità, materiale di riempimento per la gittata delle fondazioni, della facciata, della sovrastante chiesa di San Biagio.

Secondo quanto riferisce Cassiodoro, nel V secolo, Teodorico, re degli Ostrogoti, concesse agli abitanti della città di utilizzarlo quale cava di materiale da costruzione per edifici in muraturaCitato in ., a motivo dell'abbandono del monumento "per lunga vetustà". Secondo alcuni autori, nell'XI secolo, anche Ruggero II di Sicilia ne trasse ulteriori materiali per la costruzione della cattedrale di Sant'Agata, tra cui le colonne in granito grigio che decorano il prospetto. e le absidi, su cui si riconoscerebbero ancora le pietre perfettamente tagliate., usate, forse, anche nel Castello Ursino in età sveva.

Nel XIII secolo, secondo la tradizione, furono adoperati i suoi vomitoria (ingressi), da parte degli Angioini, per accedere alla città durante la cosiddetta guerra dei Vespri. Nel secolo successivo gli ingressi furono murati e il rudere venne inglobato nella rete di fortificazioni aragonese del 1302. Nel 1505, il senato cittadino, fece concessione a Giovanni Gioeni di usare il materiale della struttura per la costruzione di abitazioni e di usare l'arena quale giardino. Una messa in sicurezza del rudere si ebbe con la costruzione delle mura della città negli anni 1550, quando vennero abbattuti il primo e il secondo piano, e con le stesse macerie avvenne il riempimento delle gallerie.

Nel XVI secolo i primi studiosi iniziarono a descrivere l'anfiteatro. Il primo a parlare della presenza di un anfiteatro romano a Catania è il Fazello, primo anche a stabilirne le dimensioni inferiori al solo Colosseo di Roma. In seguito, autori come Ottavio D'Arcangelo o Giovanni Battista de Grossis, ne proposero fantasiose ricostruzioni che hanno comunque il valore di essere i primi rilievi dell'edificio.

Dopo il terremoto del 1693 fu definitivamente sepolto, per poi essere trasformato in piazza d'armi. In seguito vennero sfruttati gli estradossi delle gallerie superstiti come fondamenta per nuove abitazioni, nonché per la facciata neoclassica della chiesa di San Biagio, nota anche come ‘A Carcaredda, cioè la fornace.Qui, secondo la tradizione, avvenne il martirio della brace di sant'Agata, donde il nome.

Nella seconda metà del XVIII secolo, Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, per fugare ogni possibile dubbio sulla sua reale esistenza nel passato, fatto che alcuni visitatori stranieri avevano decisamente negato, impiegò consistenti somme del suo denaro per eseguire degli scavi e, in due anni, ne portò alla luce un intero corridoio e 4 grandi archi della galleria esterna.Ignazio Paternò Castello, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, seconda edizione, postuma, Palermo 1817 pagg. 28-29. Tali scavi, tuttavia, non ne preservarono gli ambienti, divenuti ormai ipogei: i fornici, infatti, vennero murati e sfruttati come pozzi neri per i palazzi della ricostruenda città. Nel XIX secolo gli scavi erano ancora visitabili dall'ingresso su via del Colosseo (che il popolino chiamava - e chiama tuttora - Catania Vecchia) e su di essi si ricamava ogni tipo di leggenda. Tra tutte, quella di una scolaresca che, insinuatasi nelle strutture per una visita, non ne era più uscita.Nel 1904, durante l'amministrazione De Felice, si iniziarono i lavori per riportarlo alla luce, ad opera dell'architetto Filadelfo Fichera, i quali si conclusero nel 1906. Tali lavori erano atti all'apertura del monumento per le visite, tramite la realizzazione dello scavo di piazza Stesicoro e la creazione di un percorso, poi sfruttato solo occasionalmente. In questa occasione, venne alla luce una profonda e misteriosa precinzione,Vedi tra gli altri G. Libertini in nota ad Adolf Holm, Catania Antica, Catania 1925, pag. 39. probabilmente un ampliamento tardo dell'edificio, che impediva ai posti più prossimi all'arena di vedere bene lo spettacolo e riduceva le dimensioni dell'arena, ma permetteva una migliore prospettiva per un piano supplementare, verosimilmente aggiunto nel III secolo. Nel 1907 si svolse la cerimonia di apertura, a cui fu presente anche il re Vittorio Emanuele III. In seguito, già nel primo dopoguerra, l'anfiteatro venne lasciato decadere nuovamente, al punto che molti edifici soprastanti ne usarono, nuovamente, i cunicoli come fognatura.

Nel 1943, durante il bombardamento degli Alleati che ridusse parte della città in macerie, la struttura (tanto l'ambulacro interno quanto gli stessi pozzi neri) venne adoperata come rifugio antiaereo. Successivamente si sono susseguiti periodi di interesse e di abbandono. Per molti anni, i suoi cunicoli sotterranei, sono rimasti chiusi per generici "problemi di sicurezza", a seguito di presunti episodi tragici legati alla curiosità di visitatori che provavano ad esplorarli. Ristrutturato nel 1997, fu aperto solo durante la stagione estiva e poi richiuso per infiltrazioni di sostanze reflue, delle fognature delle case limitrofe, all'interno dell'anfiteatro. Parzialmente risanato, nel luglio 1999 è stato riaperto al pubblico, per poi essere chiuso nuovamente poco tempo dopo a causa di peggioramenti delle condizioni strutturali. I suoi resti, rappresentanti quasi un decimo dell'intero anfiteatro, sono visitabili dall'ingresso di piazza Stesicoro e dal vico Anfiteatro, dove se ne vede l'altezza fino a parte del terzo piano. Fino al 2007 era possibile vedere una porzione del secondo piano, da Via del Colosseo, quando esso fu interamente coperto dal nuovo terrazzo di villa Cerami. In quest'ultimo edificio, sede oggi della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania, è ancora possibile vedere parte del sistema d'archi che collegava l'Anfiteatro alla collina di Montevergine, l'antica acropoli della città. La restante parte dell'anfiteatro è ancora interrata sotto le zone di via Neve, via Manzoni e via Penninello.

Tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 l, sono stati effettuati rilievi tecnici, per appurare lo stato di conservazione strutturale dei pilastri esterni. In questa occasione, si è potuta verificare la presenza di un rifacimento e di un ampliamento della struttura durante una seconda fase, motivo per il quale si è eseguito un nuovo rilievo che ha potuto condurre ad una ricostruzione virtuale dell'edificio, maggiormente aderente alla realtà rispetto alle ardite elaborazioni del D'Arcangelo.

L'uso dell'anfiteatro come fognature sembra essere stato la causa dell'indebolimento della struttura, di cui, nel 2014, è stato denunciato il pericolo di collasso in un'interrogazione parlamentare del 1º aprile di quell'anno, in cui venne trattato ciò che già era stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica, a seguito di una videoinchiesta della testata giornalistica CTzen. Il 24 aprile si è costituito un primo tavolo tecnico per stabilire un programma di recupero del monumento, mettendo, allo stesso tempo, in sicurezza il quartiere sorto nei secoli sopra le sue strutture.

Struttura

L'anfiteatro di Catania, strutturalmente il più complesso degli anfiteatri siciliani e il più grande in Sicilia, appartiene al gruppo delle grandi fabbriche quali il Colosseo, l'anfiteatro di Capua, l'Arena di Verona.

L'edificio presentava una pianta di forma ellittica, l'arena misurava un diametro maggiore di 70 m ed uno minore di circa 50 m, i diametri esterni erano di 125 × 105 m, la circonferenza esterna era di 309 metri, mentre la circonferenza dell'arena di 192 metri e si è calcolato che poteva contenere 15.000 spettatori seduti e quasi il doppio, con l'aggiunta di impalcature lignee, per gli spettatori in piedi.Per le misure della struttura: Addossato alla vicina collina di Montevergine, ne era separato da un corridoio composto da grandi archi e volte, che facevano da sostegno per le gradinate. Era, probabilmente, prevista anche una copertura con grandi teli per il riparo dal forte sole o nel caso di pioggia. Venne costruito con la pietra lavica dell'Etna ricoperta da marmi ed aveva 32 ordini di posti, mentre la cavea presentava 14 gradoni. Secondo una tradizione incerta e priva di riscontri, si vuole che in essi vi si svolgessero anche le naumachie, rappresentazioni di battaglie navali che venivano eseguite dopo averlo riempito di acqua mediante l'antico acquedotto.

Presenta una struttura realizzata con muri radiali e volte, non addossata al terreno, dove la facciata non si appoggia direttamente ai muri radiali, bensì a una galleria di distribuzione periferica. La tecnica edilizia prevede l'uso dell'opera vittata per le parti interne e dell'opera quadrata per le pareti esterne. Le testate dei pilastri sono in opera quadrata con piccoli blocchi di pietra lavica. I paramenti denotano una certa trascuratezza: i blocchetti in opera quadrata sono a taglio irregolare e appaiono in buona parte di riporto. Gli archi sono realizzati, esternamente, con grossi mattoni rettangolari dal taglio regolare e uniti da malta di buona qualità, mentre, internamente, sono fatti in opera cementizia a grosse scaglie radiali.