La genuflessione è l'atto di piegare una delle due ginocchia fino a toccare terra. Fin dai tempi più antichi è stata considerata un gesto di rispetto nei confronti di qualcuno reputato molto più importante. Si distingue dall'atteggiamento di sostare in ginocchio per un certo tempo, come nella preghiera o individuale o collettiva.In inglese kneel

In tempi moderni, la genuflessione è divenuta un gesto diffuso nella cristianità, comune a diverse Chiese: la Comunione anglicana, John Allen, Desmond Tutu, Chicago Review Press, 1º settembre 2008, ISBN 1556527985. ultimo accesso 8 novembre 2012. Gli anglicani più devoti e fedeli alla tradizione si genuflettono mentre passano davanti al Santissimo Sacramento luteranaJohn H. Armstrong, Paul E. Eagle, Understanding Four Views on the Lord's Supper, Zondervan, 26 maggio 2009, ISBN 0310542758. I Luterani onorano Gesù, dovunque Egli sia presente, inclusi i Sacramenti. Lutero era solito inginocchiarsi anche davanti al fonte battesimale, Chiesa cattolica Kristen Johnson Ingram, Beyond Words, Church Publishing, Inc., 2004, p. 27. ISBN 0819219738. ultimo accesso 8 novembre 2012., e nelle Chiese ortodosse occidentali.

La parola italiana, di derivazione latina, inizialmente indicava l'atto di sostare in ginocchio per un certo tempo (con una o entrambe le ginocchia), mentre dal Medioevo in poi divenne l'atto di piegare il ginocchio fino a terra per poi rialzarsi.

Alcuni, quando genuflettono davanti al Santissimo Sacramento, aggiungono opzionalmente il segno della croce, che non è prescritto.

Storia

Nel 328 a.C., Alessandro Magno introdusse la genuflessione nel protocollo della sua corte, quando stava nella Persia.

Quando Giustiniano I ereditò il trono bizantino nel 527, i senatori erano tenuti per tradizione a genuflettere al cospetto dell'imperatore.

Durante il Medioevo il segno di rispetto riservato al re o ad un nobile dignitario era quello di restare in ginocchio, finché il servitore non veniva autorizzato a rialzarsi in piedi.

Le donne in particolare davanti al re erano solite inchinarsi in segno di reverenza verso l'uomo. Questa postura, caduta in disuso, persiste fra persone con titolo nobiliare, o come formalità prevista nei protocolli di corte. Similmente, questo gesto di rispetto è tenuto nel saluto di un pontefice, davanti al quale è comune vedere un tipo di genuflessione (con particolare stretta di mano), eseguita col ginocchio sinistro, e un contestuale inchino di busto e spalle.

Altri usi nelle culture occidentali odierne sono: inginocchiarsi per la proposta di matrimonio; negli Stati Uniti d'America, l'ufficiale preposto si genuflette sul ginocchio sinistro davanti ai famigliari seduti che ricevono le esequie dei militari "caduti" avvolte nella bandiera nazionale.

Nel cristianesimo Nel rito romano

La genuflessione al Santissimo Sacramento, distinta dallo stare inginocchiati, fu introdotta solamente nel tardo Medioevo, alcuni secoli dopo che essa era divenuta prassi diffusa nei confronti di rappresentanti dell'autorità costituita, quali i vescovi. La pratica si diffuse rapidamente, ma ricevette un riconoscimento formale soltanto nel 1502. Ad esempio, dopo l'introduzione dell'elevazione del pane e del vino dopo la consacrazione, questa pratica per lungo tempo ancora non era associata ad una genuflessione.

La genuflessione su un ginocchio solo, tipica dell'attuale rito romano, differisce dallo stare in ginocchio per qualche tempo durante la preghiera, per tutta la durata della Consacrazione della Santa Messa, e nel Sacramento della Penitenza.

Anche se con essa si onoravano altre persone, in particolare i vescovi, ora significa adorazione ed è riservata al Santissimo Sacramento e alla santa Croce, dalla solenne adorazione nell’Azione liturgica del Venerdì nella Passione del Signore fino all’inizio della Veglia pasquale.

Si esegue piegando il ginocchio destro fino a terra.

Chi non può genuflettersi per problemi fisici, può sostituire la genuflessione con un inchino o con un altro gesto.

Nel rito romano riformato dopo il Concilio Vaticano II, se la conferenza episcopale non ha deciso altrimenti, la genuflessione è considerata obbligatoria per i fedeli quando: in una chiesa giungono a dove è visibile il Tabernacolo; passano davanti al Santissimo Sacramento; adorano la croce nella liturgia del Venerdì Santo.

Nella messa il sacerdote genuflette: dopo avere mostrato ai fedeli l'ostia consacrata; dopo avere mostrato loro il calice con la specie del vino consacrato; prima della comunione.

Se nel presbiterio ci fosse il tabernacolo con il Santissimo Sacramento, il sacerdote, il diacono e gli altri ministri genuflettono quando giungono all'altare o quando si allontanano, non invece durante la stessa celebrazione della messa. Inoltre genuflettono tutti coloro che passano davanti al Santissimo Sacramento, se non procedono in processione. I ministri che portano la croce processionale o i ceri, al posto della genuflessione fanno un inchino col capo.

La genuflessione è un segno di adorazione al Santissimo Sacramento. Serve a tenere viva la consapevolezza nei singoli fedeli che essi si trovano davanti alla Santa Eucaristia.

Un'eccezione è prevista per i sagrestani o per i custodi dei luoghi consacrati, per quali sarebbe poco pratico inginocchiarsi ad ogni passaggio in prossimità del Santissimo.

Fino al 1973, la genuflessione con entrambe le ginocchia era obbligatoria davanti al Santissimo Sacramento qualora avesse luogo la sua ostensione per l'adorazione eucaristica (ma non se esposto solo sul corporale) e nei "sepolcri" durante la Settimana santa, ecc.). L'attuale regola è: "La genuflessione al SS. Sacramento, sia esso custodito nel Tabernacolo ovvero esposto in ostensione per l'adorazione pubblica, ha luogo su un singolo ginocchio"De Sacra Communione et de Cultu Mysterii Eucharistici extra Missam, 84, "dal momento che la genuflessione è un atto di adorazione in sé, le norme liturgiche generali hanno abbandonato la distinzione riguardo al modo differenziato di adorare Cristo quando è tenuto nel Tabernacolo ovvero esposto in ostensione sull'altare. La genuflessione "semplice" su un singolo ginocchio può essere adeguata in tutti i casi". Qualche Conferenza Episcopale ha scelto di mantenere l'obbligo della "doppia genuflessione" (su entrambe le ginocchia) davanti al Santissimo Sacramento, eseguita in breve tempo, abbassando la nuca mentre vengono giunte le mani tra loro. Edward McNamara, "Tabernacles, Adoration and Double Genuflections", ZENIT News Agency, 26 July 2005

Oltre all'adorazione al Santissimo Sacramento, la genuflessione (almeno breve) è prescritta in vari momenti della liturgia romana, come dopo la menzione della morte di Gesù Cristo sulla croce durante la lettura del Passio nella Settimana santa.

Si fa nell'adorazione della Croce nel Venerdì santo.

Alle parole del Credo che ricordano l'Incarnazione, et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est (e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel grembo della Vergine Maria, e si è fatto uomo), alle quali di solito si fa un inchino, si compie una genuflessione nelle Solennità del Natale e dell'Annunciazione.

Messa tridentina

Secondo il Messale Romano del 1962 il sacerdote celebrante genuflette: nel percorso dalla sagrestia al presbiterio: passando davanti al tabernacolo in cui è presente il Santissimo Sacramento; passando davanti alle reliquie degli strumenti della Passione esposte; passando davanti a un altare in cui si sta celebrando un'altra messa, dalla consacrazione alla comunione del celebrante; durante la consacrazione la genuflessione è doppia e resta inginocchiato fino all'elevazione del Calice; durante la comunione dei fedeli la genuflessione è doppia; passando davanti a un altare su cui è esposto il Santissimo Sacramento la genuflessione è doppiaPietro Veneroni, Manuale di liturgia, vol. III, VIII ediz., Pavia, Ancora, 1940, pp. 91-92 entrando in presbiterio, rivolto al papa se presenteRitus servandus, III, 2; accedendo all'altare, se nel tabernacolo è presente il Santissimo SacramentoRitus servandus, III, 1; se il Santissimo Sacramento è esposto, la genuflessione è doppiaPietro Veneroni, Manuale di liturgia, vol. III, VIII ediz., Pavia, Ancora, 1940, p. 43; nella Messa solenne all'incensazione, se nel tabernacolo è presente il Santissimo SacramentoPietro Veneroni, Manuale di liturgia, vol. III, VIII ediz., Pavia, Ancora, 1940, p. 278; prima dell'elevazione dell'OstiaRitus servandus, VIII, 6; dopo l'elevazione dell'OstiaRitus servandus, VIII, 7; prima dell'elevazione del Calice; dopo l'elevazione del Calice; dopo aver scoperto il Calice prima di pronunciare le parole Per ipsum et cum ipso et in ipsoRitus servandus, IX, 3; dopo aver coperto il Calice dopo aver pronunciato le parole omnis honor et gloria; dopo aver scoperto il Calice prima della frazione dell'OstiaRitus servandus, X, 2; dopo aver coperto il Calice prima dell'Agnus Dei; dopo l'orazione Domine Jesu Christe e prima del versetto Panem caelestem accipiamRitus servandus, X, 4; prima del versetto Quid retribuam; prima di porre le particole consacrate nella pisside per la comunione del popoloRitus servandus, X, 6; prima di rivolgersi al popolo per dire Misereatur vestri; benedicendo il popolo, rivolto al papa se presenteRitus servandus, XII, 3; dopo l'Ultimo Vangelo, rivolto al papa se presenteRitus servandus, XII, 5; congedandosi dall'altare, se nel tabernacolo è presente il Santissimo SacramentoRitus servandus, XII, 6; se il Santissimo Sacramento è esposto, la genuflessione è doppia; nel percorso dal presbiterio alla sagrestia, negli stessi casi previsti nella processione di ingresso.

Secondo il Messale Romano del 1962 la genuflessione viene inoltre eseguita dal celebrante, dai ministri e dal popolo durante la messa: alle parole et Verbum caro factum est ("il Verbo si fece carne") nel Credo; alle stesse parole nel Prologo del Vangelo secondo Giovanni letto come l'Ultimo Vangelo alla conclusione della Messa e come il Vangelo della terza Messa del Natale; alle parole et procidentes adoraverunt eum ("e inginocchiandosi lo adoravano"), nel Vangelo per l'Epifania (Matteo 2, 1-12); alle parole et procidens adoravit eum ("e inginocchiandosi lo adorò"), alla fine del Vangelo (Giovanni 9, 1-38), per il Venerdì della quarta settimana del tempo di Quaresima; dopo le parole Expiravit o emisit spiritum alla lettura del Passio; alle parole ut in nomine Iesu omne genu flectatur caelestium, terrestrium et infernorum (perché al nome di Gesù si prostri chiunque in cielo, in terra e sotto terra [agli inferi]), dell'Epistola ai Filippesi 2,5-11, letta durante la Domenica delle Palme, Esaltazione della Santa Croce (14 settembre) (prima del 1960, anche per la Festività della Santa Croce, il 3 maggio), e nella Lettera ai Filippesi 2,8-11, letta nella Messa votiva per la Passione del Signore; alle parole Veni sancte Spiritus durante lAlleluia, prima della Sequenza per la Domenica della Pentecoste, per l'Ottava di Pentecoste, e per la Messa votiva in onore dello Spirito Santo.

Ci sono leggere differenze in edizioni più antiche del Messale romano: nella prima edizione (1570) il celebrante dice Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis mentre eleva il calice dopo la consacrazione, e in tutte le edizioni prima di quella del 1962 l'allora esistente ottava dell'Epifania prevede in tutti i giorni l'uso del Vangelo della festa con la parole et procidentes adoraverunt eum.

Nella Messa solenne il diacono e il suddiacono si inginocchiano nel mezzo passando da un lato all'altro dell'altare, accedendo e congedandosi dall'altare e al secondo ConfiteorPietro Veneroni, Manuale di liturgia, vol. III, VIII ediz., Pavia, Ancora, 1940, pp. 303, 316 e alla benedizione.