Sant'Agata de' Goti è un comune italiano di abitanti della provincia di Benevento in Campania. Situato alle falde occidentali del Monte Taburno, confina con la provincia di Caserta.

Geografia fisica Territorio La città si divide in due parti: una moderna, edificata a partire dalla fine del XIX secolo e l'altra di fondazione romana, situata su una rocca di tufo.

Il rimanente territorio comunale è prevalentemente collinare e ospita contrade, masserie e frazioni di varie dimensioni, sorte a partire dall'epoca longobarda.

Idrografia I corsi d'acqua che attraversano il territorio comunale sono quasi tutti a carattere torrentizio. I principali sono il fiume Isclero, affluente del Volturno; e i torrenti Riello e Martorano, che si riversano nell'Isclero.

Clima

Il clima è mediterraneo, caldo d'estate, ma piuttosto umido d'inverno con possibile formazione di una coltre di foschia densa, favorita per lo più dall'Isclero; il più delle volte è una città ventosa.

Origini del nome Il toponimo Sant'Agata de' Goti si forma in differenti periodi storici. Nel corso dell'VIII secolo infatti la città longobarda fu intitolata alla santa catanese probabilmente per volontà di Radoaldo e Grimoaldo, fratelli educati alla corte di Arechi I di Benevento, che abitarono nella gastaldia di Sant'Agata, inclusa nella Contea di Capua, e contribuirono qui alla fondazione della chiesa di Sant'Agata de Amarenis, detta Sant'Agatella, oggi distrutta, in segno di devozione alla martire, dopo la conversione religiosa dal cristianesimo ariano a quello cattolico. La seconda parte del toponimo si aggiunge in epoca normanna, con l'avvento dei feudatari della famiglia Drengot dopo il 1117: come è noto, Rainulfo Drengot conte di Sant'Agata apparteneva alla cerchia dei “Potentes” con facoltà speciali e potere decisionale autonomo tra i quali quello di dare il suo nome alla fortezza. Ma col tempo il cognome Drengot sia in Francia che in Italia prese ad essere pronunciato diversamente fino a mutare all'epoca degli Angiò in De-Goth. A seguito dell'estinzione di eredi legittimi De-Goth dopo il 1140, il feudo santagatese passò ad altre famiglie conservando il nome normanno poiché l'usanza di dare il proprio nome ai propri possedimenti non esisteva più.

Il feudo continuò a chiamarsi "Sant'Agata De-Goth" anche per gli Svevi fino alla morte di Manfredi. Giunto dalla Francia Carlo I d'Angiò, nel 1266, egli si appropriò del feudo santagatese affidandolo a Bertrando d'Artus, suo primo Consigliere, sposato una prima volta con Luisa Marra e una seconda con Guglielma Cantelmo, cameriera della regina Sancha, dalla quale ebbe il figlio Carlo, in realtà figlio naturale di Roberto d'Angiò. Secondo alcuni studiosi esisterebbero fonti storiche, mai pubblicate o citate in alcun testo, secondo le quali fu Roberto d'Angiò a trasferire la proprietà del feudo a un ramo dei De-Goth provenienti da Aquitania e Guascogna venute in sud Italia in occasione della guerra a seguito del re; potrebbe essersi trattato di parenti del papa Clemente V, al secolo Bertrand De Goth, nominato nel 1312, terzo di dodici figli nati dal matrimonio fra Ida de Blanqueforte e Béraud De Goth, signore di Villandraut, Grayan, Livran e Uzeste. Un altro ramo della famiglia è riconducibile ai Conti di Armagnac: Giovanni I, morto nel 1376, si era sposato infatti con Reine De Goth di Lomagne, abitando sempre in Guascogna, regione annessa alle terre di Aquitania, al confine con la Spagna.

Fu certamente Carlo d'Artus a ereditare il titolo di Conte di Sant'Agata "De-Goth" (o "Dei Goti" al plurale, riferendosi a un nucleo familiare) nel 1343 divenendo poi Conte di Monteodorisio, in Abruzzo, sposando la contessa Giovanna di Scotto. I d'Artus detennero il feudo fino alla decapitazione dell'ultimo erede della famiglia, avvenuta nel 1411voce Carlo D'Artois in Enciclopedia Genealogica del Mediterraneo, Libro d'Oro della Nobiltà Mediterranea Quando la regina Giovanna II d'Angiò, all'inizio del Quattrocento, assegnerà il feudo santagatese alla nobile famiglia De la Rath, di origine catalana, resterà comunque la denominazione "Sant'Agata De Goti" ; secoli dopo l'avvento degli Angioini, chi trascrisse, pronuncio' o ascolto' la dicitura "Feudo di Sant'Agata De' Goti", non immaginò un cognome di una famiglia d'origine francese, ma superficialmente, suggestionato da alcuni aspetti architettonici e storici, intese senz'altro "Sant'Agata fondata dai Goti" intesi come popolo di origine germanica invasori dell'Impero Romano (chiamati Goth appunto in inglese e francese); ma mentre le tesi sopra esposte sono dimostrabili dalle tracce normanne lasciate nella città, quella relativa a una fondazione o a un passaggio da parte dei Goti non è in alcun modo dimostrabile.

Storia Età antica Gli storici concordano sull'ipotesi che nell'attuale territorio di Sant'Agata de' Goti anticamente sorgeva la città sannita di Saticula. Necropoli sannite ricche di importanti ritrovamenti sono infatti venute alla luce nella zona a nordest del territorio santagatese, nell'area compresa tra il fiume Isclero ed il comune di Frasso Telesino.. Il villaggio di Saticula venne citato da Virgilio nel testo dell'Eneide..

Già nel 343 a.C. il console Aulo Cornelio Cosso aveva stabilito un castrum, ossia un accampamento invernale per i soldati veterani. Nel 315 a.C., durante le vicende inerenti alla seconda guerra sannitica, Saticula venne occupata dal dittatore Lucio Emilio, ma il villaggio resistette in assedio per due anni e fu preso solo grazie all'intervento di Quinto Fabio Massimo Rulliano.. Quindi divenne colonia romana, restando fedele a Roma durante la seconda guerra punica..

Alto medioevo . . L'oratorio o la basilica venivano dedicati ad un santo che appartenesse al mondo cristiano legato a Costantinopoli o all'Oriente: cominciò così nella città la pratica del culto di Sant'Agata, martire catanese le cui reliquie provenivano da Costantinopoli, per contrastare l'arianesimo (Cammilleri) attraverso la fondazione della prima chiesa dedicata alla Santa catanese, Sant'Agata de Amarenis, e oggi non più esistente.

Grande regista della conversione longobarda e della crescita di potere sulla scena politica della Chiesa Romana, Papa Gregorio Magno lo ammiriamo negli affreschi chiesa dell'Annunziata a Sant'Agata. Pur dominato dall'idea della fine del mondo, votato al distacco dalla vita materiale su esempio di Benedetto da Norcia, volle convertire l'umanità, riformare la Chiesa e renderla più attiva. Ebbe in ciò l'aiuto della regina longobarda Teodolinda, moglie di Autari e poi di Agilulfo, disposta a convertirsi al cristianesimo e a convertire gli uomini della sua famiglia. Si maturò così la "Conversione Suprema" dei barbari invasori nel 653, sotto il re Ariperto .

Nel 774, con la sconfitta a Verona da parte di Carlo Magno re dei Franchi, .

Nell'871, , Sant'Agata oramai città di gastaldi ribelli, si rivoltò nuovamente contro l'imperatore Ludovico II, preferendo schierarsi ancora dalla parte dei Bizantini.. Nell'871 il gastaldo era un tale Isembert, , mentre nell'877 gli succedette Marino: entrambi sono citati da Francesco Viparelli a proposito di . . Anche Sant'Agata, sconvolta più che mai dagli effetti dei contrasti religiosi, fu affidata alla giurisdizione di un vescovo-conte, consacrato dall'Autorità religiosa Nel 970, «Landolfo primo vescovo beneventano consacrò nostro vescovo il prete Madelfrido con tracciarli i limiti della sua Diocesi, come nella Bolla di tale consacrazione».. Nacque così la Diocesi di Sant'Agata de' Goti.

Nel periodo in cui i Longobardi dominarono la città il tessuto urbano cittadino di origine romana cominciò ad alterarsi fino a scomparire del tutto, grazie anche alla pratica dei barbari di "riciclare" materialmente pezzi di strutture appartenuti a templi pagani o a basiliche giudicate inutili. Si vedono esempi di questa pratica in molte pareti perimetrali di edifici costruiti in quest'epoca come nei capitelli della cripta della prima Cattedrale, originariamente realizzata da Adalardo. In questo periodo si posero le basi di una lenta trasformazione dei costumi nella popolazione, delle abitudini alimentari e delle consuetudini contadine, alcune delle quali sopravvivono ancora oggi. Nel territorio circostante furono create le masserie, luoghi fortificati dove si sviluppò la produzione di vettovaglie a servizio della comunità, svolta dai massari riuniti in nuclei familiari che davano il proprio nome alla fattoria, esattamente come avviene ancora oggi in alcuni casi. Il gastaldo di Sant'Agata abitava invece protetto sull'altura di tufo, nei pressi dell'antico Pretorium romano del tutto smantellato, in una costruzione prossima a una falda d'acqua sotterranea, a cui attingeva un pozzo. La sua casa non era più di una rudimentale torre quadrata di legno e pietra, di circa dodici metri di lato, a due o quattro piani, ai quali saliva attraverso una scala rustica a pioli. Il tessuto urbano era caotico, fatto di abitazioni rudi .

Periodo normanno Nell'XI secolo Sant'Agata si ritrova come feudo acquisito come "beneficio" imperiale dalla famiglia Drengot. Più precisamente, nel 1097 ne divenne conte Roberto, nipote di Asclettino, uno dei capostipiti della famiglia. Nel 1102 diventò conte di Caiazzo. Con i titoli di Conte di Alife, Caiazzo, Telese e Sant'Agata prese in moglie Gaitelgrima e fu poi padre di Rainulfo III e Riccardo. Roberto ordinò la ristrutturazione, o forse il parziale rifacimento, della chiesa di San Menna, attualmente una delle più notevoli del centro.. La chiesa assunse nello schema strutturale l'impronta del romanico, subendo invece nelle decorazioni influssi bizantini attraverso le tecniche di posa dei mosaici ricavati da materiale di spoglio recuperato.

Il primogenito ed erede, Rainulfo, da adulto ebbe aspetto talmente imponente da prendere il soprannome di "Rainone". Seguendo il principio della primogenitura, nel 1108 Rainone ricevette dal padre, tra i benefici, le terre di Sant'Agata, Alife, Caiazzo, Avellino, Airola. Egli entrò a far parte di quella schiera di indipendenti, i Potentes, ritenuti tali non per il titolo, ma per il fatto di possedere una fortezza; una di queste fortezze fu la rocca di Sant'Agata, opportunamente trasformata.

Nel 1130, l'investitura di Ruggero II d'Altavilla con il titolo di re di Sicilia scontentò la piccola nobiltà normanna, soprattutto quella che aveva raggiunto i vertici del potere e minacciava di diventare indipendente: di questa faceva parte lo stesso Rainulfo conte di Sant'Agata. Ruggero giudicò arrivato il momento di appropriarsi materialmente della fortezza santagatese, lasciata fino a quel momento libera e indipendente; il feudo, cresciuto spaventosamente in estensione nel corso degli anni, grazie alle acquisizioni dei territori portati in dote dalle mogli, rappresentava evidentemente una tentazione fortissima: le terre di Rainone infatti, oltre ad Alife, Caiazzo, Sant'Agata de' Goti e Telese, compresero in alcuni periodi anche Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia..

Il re Ruggero ingaggiò una prima battaglia contro i Baroni del Regno sul fiume Sarno nel 1132. , in tale occasione ebbe parte attiva il conte Rainone, divenuto nel frattempo cognato di Ruggero. Il re aveva rapito sua sorella, moglie di Rainone, e il nipote di quest'ultimo Roberto, legittimo erede. La risposta a questo sopruso infatti non si era fatta attendere e Rainone era riuscito ad avere la meglio sul cognato, con il supporto di Roberto II di Capua e Sergio VII di Napoli. Così re Ruggero retrocedette, forse per indurre Rainone ad arrendersi.