La Rotonda di San Tomè, o solo San Tomè come è più generalmente nota, si trova nel territorio del comune di Almenno San Bartolomeo, soggetta canonicamente dalla parrocchia di San Bartolomeo di Tremozia, in provincia di Bergamo.
Si tratta di un edificio ecclesiale a pianta circolare in stile romanico risalente alla prima metà del XII secoloC. R. Nodari, P. Manzoni, La rotonda di San Tomè …, p. 21, op. cit. in bibliografia., dedicato a san Tommaso.
Lo scenario storico
Il Lemine
Il territorio su cui sorge la rotonda faceva parte di un ben più ampio comprensorio, denominato Lemine, abitato già in epoca precristiana dai Galli CenomaniP. Manzoni, Lemine..., p. 17, op. cit. in bibliografia., tradizionali alleati di Roma di cui acquisirono la cittadinanza nel 49 a.C..
Il Rotulum decimarum del 1353Il Rotulum decimarum è un atto descrittivo delle proprietà della Pieve di Lemine del 1353. precisava l'ubicazione della Rotonda all'interno del Lemine:
Sviluppatosi sulla sponda occidentale del Brembo, il Lemine comprendeva la Val Brembana fino al confine con la Val Taleggio, la Valle Imagna, quindi si incuneava a sud nella cosiddetta Isola bergamasca, tra l'Adda e il Brembo, fino all'attuale territorio di Brembate.
In questo territorio, i romani lasciarono tracce notevoli della loro presenza; il Lemine era infatti importantissimo per l'aspetto strategico, percorso dalla strada militare che collegava Bergamo a Como, parte terminale di quella che univa il Friuli alle regioni reticheP. Manzoni, Lemine..., p. 23, op. cit..
Questa strada scavalcava il fiume Brembo, proprio nelle vicinanze dell'area di San Tomè, con un ponte i cui resti ne lasciano tuttora immaginare le imponenti dimensioni.
Del ponte crollato a più riprese nel corso dei secoli non sono rimaste che scarse tracce e una memoria popolare che lo ha attribuito ai Longobardi, tanto da essere comunemente conosciuto come il Ponte della ReginaP. Manzoni, ibid., p. 25., in questo caso Teodolinda. È comune fra la gente del posto che quasi tutto quanto sappia di antico venga attribuito all'epoca longobarda e molto spesso alla loro regina più famosaB. Belotti, Storia di Bergamo..., op. cit. in bibliografia.. Questo accade anche per il Priorato di Sant'Egidio, per la Basilica di Santa GiuliaSia il Priorato di Sant'Egidio di Sotto il Monte Giovanni XXIII, sia la Basilica di Santa Giulia di Bonate Sotto sono due esempi di arte romanica bergamasca, rispettivamente dell'XI e del XII secolo. e per altri monumenti di epoca più tarda.
Della presenza romana sono rimasti molti altri reperti archeologici il più significativo dei quali è un'ara dedicata al dio Silvano ritrovata nel territorio almenneseP. Manzoni, ibid., p. 31.. Altri reperti, alcuni di fattura pregiatissima come una Venere mutila, un torso maschile, una testa d'efebo, numerosissime steli funerarie e are votive testimoniano la presenza nella bergamasca di una comunità romana numerosa, strutturata e non soltanto militareTutti i reperti romani ritrovati nell'area di Lemine sono esposti nel museo archeologico di Bergamo..
Le comunità che via via si erano succedute dopo quella romana, eredi di questa ma anche di quelle che inevitabilmente erano state attratte e avevano ruotato attorno ad essa, erano state duramente afflitte da guerre e da pestilenze. Le genti sopravvissute, disperse sul vasto territorio di Lemine privo di centri abitativi definiti, costituirono delle vicinie dalle quali sono quasi sempre derivati gli attuali centri urbaniP. Manzoni, ibid., p. 35.. Fu così che, nel medioevo, il Lemine divenne un comprensorio territoriale scarsamente abitato.
Con la conquista longobarda, il Lemine divenne una corte regiaP. Manzoni, ibid., p. 36. molto importante sia per avere ospitato alcuni re longobardi sia per essere stata, nella prima fase del consolidamento del potere longobardo, un crocevia militare di notevole valenza politica.
È proprio di questo periodo, la seconda metà del VII secolo, la prima citazione del toponimo Lemine, in un atto del re Astolfo: L'atto di Astolfo certifica anche l'esistenza della corte regia, mentre il toponimo Lemine sarà sempre più documentato nelle diverse varianti che porteranno poi a quelle di Almenno, Almé e così via.
Dopo la caduta del regno longobardo il comprensorio di Lemine passò ai nuovi dominatori franchi, prima come possesso imperiale fino all'892 poi come feudo dei conti di LeccoP. Manzoni, ibid., p. 38., l'ultimo dei quali, Attone, lo lasciò dopo la sua morte (975 all'episcopato di Bergamo; le modalità di quest'ultimo passaggio non sono chiareP. Manzoni, ibid., p. 40..
Il periodo comunale San Tomè seguì, subendole, le vicissitudini storiche che portarono alla nascita del comune di Lemine avvenuta il 3 marzo 1220P. Manzoni, ibid, p. 104. in bibliografia. quando il vescovo Giovanni TornielliGiovanni Tornielli, vescovo di Bergamo, 1221-1240, con l'atto del 3 marzo 1220 affrancò la comunità almennese, riconoscendo l'autonomia del comune. rinunciò ai diritti di vassallaggio e ad ogni interferenza nell'elezione degli organi comunali, riconoscendo così l'autonomia della comunità a cui cedette la propria giurisdizione.
Il XIII secolo fu il periodo di maggiore splendore della rotonda, che attrasse grande affluenza di fedeli e generose donazioni, mentre il XIV secolo segnò l'inizio della sua decadenza.
Le lotte tra guelfi e ghibellini che afflissero il comune di Lemine durante il Trecento e che portarono alla sua divisione nei comuni di Lemine Superiore e Lemine Inferiore colpirono anche San Tomè. I contrasti fra le contrapposte fazioni comportarono la lenta diminuzione del numero dei fedeli di San Tomè fino ad arrivare alla loro quasi scomparsa dopo la distruzione di Lemine Inferiore dovuta al podestà di Bergamo, Gritti, 13 agosto 1443P. Manzoni, ibid., p. 162..
Solo il XX secolo avrebbe fatto riscoprire e rinascere la rotonda come importante opera d'arte dell'architettura romanica bergamasca, frutto di quella devozione popolare che produsse altri capolavori romanici come la Chiesa di San Giorgio in Lemine, solo per citarne il più emblematico.
La fondazione
Non c'è una certezza storica in merito alla datazione della Rotonda di San Tomè.
Alcuni studiosi hanno ritenuto che la chiesa poggiasse sui resti di un antico tempio romano a motivo di alcuni imponenti porzioni di muro che avrebbero potuto costituirne parte delle fondazioni. Ipotesi questa che è stata contraddetta da recenti ricerche archeologiche, anche se la zona ha certamente vissuto una notevole presenza romanaC. R. Nodari, P. Manzoni, ibid., p. 17.. Altri l'hanno fatta risalire al periodo longobardo, forse a Teodolinda; altri ancora hanno propeso per il successivo periodo francoC. R. Nodari, P. Manzoni, ibid., p. 18.. Si è concordi invece nel ritenere che in epoca franca, sotto i conti di Lecco, signori del territorio, sia stato costruito un primo edificio ecclesiale di forma rotondaC. R. Nodari, P. Manzoni, ibid., p. 19. che alcuni elementi architettonici, riutilizzati nella sua seconda ricostruzione, datano attorno al X secolo.
Non aiuta, per la datazione, la sua architettura che fra l'altro ha subito notevoli rimaneggiamenti e una ricostruzione tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII. La sua struttura circolare, il suo sviluppo verticale e concentrico, la sua somiglianza con il Duomo vecchio di Brescia piuttosto che con il battistero di san Giovanni di Arsago Seprio ne escludono una datazione antecedente l'anno 1000C. R. Nodari, P. Manzoni, La rotonda di San Tomè …, p. 207, op. cit.. La ricostruzione Il trascorrere del tempo, in un'epoca particolarmente tumultuosa, la probabile disattenzione dei fedeli pressati da altre urgenze e, non ultima, la tecnica di costruzione piuttosto primitiva contribuirono al degrado della primitiva chiesa attribuita al periodo francoC. R. Nodari, P. Manzoni, ibid., p. 19..
Tale degrado doveva essere così grave all'alba del XII secolo da spingere il Vescovo di Bergamo alla ricostruzione ex novo del tempio, utilizzando le fondazioni del precedente e tutti quei materiali il cui stato ne consentiva il recupero, come le colonne ed i capitelli che furono riutilizzati nel piano terra della Rotonda.
Si può facilmente osservare come queste colonne siano state allungate, per adeguarle al nuovo progetto, appoggiandole su capitelli capovolti che così ne costituiscono la base, o inserendovi porzioni di altre colonne con un risultato scenografico di grande bellezza, eleganza ed imponenza al tempo stesso.
Non si hanno documenti storici da cui ricavare la data certa di questa ricostruzione, ma dall'analisi stilistica della sua architettura, dallo studio dei materiali usati e della tecnica costruttiva è stato indicato come il più probabile il periodo che intercorre tra il 1130 e il 1150C. R. Nodari, P. Manzoni, ibid., p. 22..
Solo dopo il 1180 compaiono atti da cui si desume l'esistenza della Rotonda a quella dataC. R. Nodari, P. Manzoni, ibid..
Verso la fine del XII secolo alla Rotonda furono aggiunti il presbiterio e l'abside creando all'esterno un gioco di volumi ascendenti che ne snelliscono e movimentano la struttura.
L'epilogo Dopo l'incameramento del complesso di San Tomè, chiesa, convento e terreni da parte del Vescovo seguì un periodo d'incertezza e di abbandono.
I terreni, i beni più appetiti, furono dati in affitto ad affittuari a cui poco importava dell'edificio e che lo lasciarono nel più completo abbandono. Vi fu un effimero tentativo dell'episcopato di salvare dal degrado San Tomè e il convento affidandoli a degli eremiti, ma con scarsi risultati. Si giunse così al 29 aprile 1536 quando l'episcopato vendette il complesso ecclesiale alla Prepositura di San Salvatore di Almenno.
La lite Il passaggio formale di San Tomè nella proprietà della prepositura di San Salvatore fu l'inizio di una lite plurisecolare.
San Tomè era stata precedentemente sottoposta alla giurisdizione canonica della parrocchia di San Bartolomeo pur rimanendo, tra alterne vicende, gestita di fatto dalla parrocchia di San Salvatore. L'atto di vendita che sanzionava questo stato di fatto costituì l'inizio di una lite che si sarebbe risolta solo nel 1907.
La situazione si aggravò maggiormente quando le due comunità che facevano riferimento rispettivamente alle parrocchie di San Bartolomeo e di San Salvatore furono giuridicamente suddivise, nel 1601, in due comuni separati, quello di Almenno San Bartolomeo e quello di Almenno San Salvatore.
L'autonomia non poteva non degenerare in campanilismo in presenza di una situazione oggettivamente bizzarra: una chiesa canonicamente dipendente da un ente era gestita di fatto da un altro ente.
Piccole ritorsioni e grandi gelosie portarono a manifestazioni popolari a volte violente e ad appelli alle massime autorità canoniche, compreso il Papa stesso.
Solo nel 1907, a più di tre secoli dal suo inizio, e con l'intervento diretto di Papa Pio X la lite si risolse: San Tomè rientrò nella gestione di fatto e di diritto della parrocchia di San Bartolomeo di Tremozia da cui tuttora dipende.
Il monastero Alla fine del 1100 e per iniziativa dell'episcopato di Bergamo, alla ricostruzione della chiesa di San Tomè seguirà la fondazione di un piccolo monastero femminile contiguo e unito alla chiesa stessa. Il monastero avrebbe dovuto assolvere, oltre all'esigenza di un luogo di preghiera e di rifugio femminile, alla custodia e alla manutenzione della chiesa. Anche in questo caso non si ha una datazione certa, ma solo presunta; l'unica data sicura è quella riportata in un documento del 1203 che ne testimonia l'esistenza, ricavando quindi che la sua costruzione era necessariamente antecedente, forse contemporanea a quella del presbiterio e dell'abside.