È stato professore di diritto e procedura penale, avvocato penalista e giudice penale.
Biografia Nacque da Pasquale Gianniti (1889-1976) e Maria Camerino (1891-1952).
Nella sua famiglia c'erano stati dei convinti sostenitori dell'Unità d'Italia, che avevano svolto un ruolo attivo durante il Risorgimento. In particolare il bisnonno Pasquale Gianniti (1830-1884), dottore in legge, nel 1857, sotto il governo borbonico, era stato ristretto nelle carceri di Oriolo per attività sovversivaArchivio di Stato di Cosenza, Processi politici 1835/78, n. 142, vol. 1, p. 27 e ss., mentre il di lui fratello minore, Luigi Gianniti (1849-1870), era stato sergente maggiore del 40º Reggimento di fanteria ed era caduto a Porta Pia il 20 settembre 1870.
Ricevette la prima formazione in Calabria, dove frequentò la scuola elementare di Oriolo e poi il Liceo classico Bernardino Telesio di Cosenza, dove fu allievo, tra gli altri, di don Luigi Nicoletti. Nell'ottobre del 1940 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma. Nel 1943 vinse il premio "Nicola Zanotti"Decreto rettorale di assegnazione 2 aprile 1943, perché, oltre ad aver riportato il massimo dei voti e la lode nell'esame di diritto commerciale con il professore Alberto Asquini, presentava la migliore media di voti nella facoltà di giurisprudenza.
Il 28 luglio 1945 si laureò con lode, discutendo con il professore Filippo Grispigni la tesi in diritto penale su La legittimità della resistenza agli atti arbitrari dell'autorità.
Agli anni immediatamente successivi alla laurea risalgono due suoi scritti di carattere storico-giuridico, che ne testimoniano la passione per la storia e la simpatia per il pensiero mazziniano: La questione polacca al Congresso di Vienna del 1815 (1946) e La Repubblica Romana del 1849 (1947); nonché i Ricordi coriglianesi (1950), che raccolgono una decina di componimenti poetici, a sfondo autobiograficoTutti e tre i suddetti scritti giovanili sono stati raccolti nel volume di Antonio Benvenuto, Francesco Gianniti. Una vita in tre toghe, Corigliano Calabro, 2013, p. 19 e ss., p. 39 e ss., p. 149 e ss..
Nel dicembre 1952 conobbe a Cosenza Caterina De Santis, che poi sposò il 13 giugno 1954 e dalla quale ebbe tre figli: Maria Giulia (1955), Daniela (1957) e Pasquale (1961)Antonio Benvenuto, Francesco Gianniti. Una vita in tre toghe, cit., p. 253..
La sua vita professionale – quale avvocato, giudice e professore universitario – si sviluppò tra Roma, Corigliano Calabro e Bologna, ma conservò sempre un forte legame con il paese natio di Oriolo, dove era solito trascorrere le vacanze estive, riunendo parenti ed amici e coltivando i suoi studi.
Attività forense Nel 1947 conseguì l'abilitazione forense presso la Corte di appello di Roma, dove svolse attività professionale fino alla data di ingresso in magistratura.
Negli anni 1965-1985, lasciata la magistratura, riprese ad esercitare l'attività forense nel settore penale, come avvocato abilitato al patrocinio dinnanzi alla Corte di CassazioneAntonio Benvenuto, Francesco Gianniti. Una vita in tre toghe, cit., p. 239, dove, nella nota 30, sono riportate le parole pronunciate da Francesco Gianniti, nelle vesti di avvocato penalista, in occasione della prima udienza che lo stesso tenne come difensore davanti a magistrati del Tribunale di Bologna, suoi ex colleghi: "l'avvocato penalista, nella sua difesa, da un punto di vista sostanziale, dovrebbe rilevare ed illustrare esclusivamente gli elementi che il magistrato dovrà porre a base della sua sentenza, nel caso che riconosca fondata la tesi della difesa; mentre, da un punto di vista formale, dovrebbe costantemente ispirarsi ai canoni della chiarezza e della sintesi, così come sobria e cristallina deve essere la motivazione della sentenza"..
Nel 1973, in particolare, difese in Cassazione il produttore del film "Ultimo tango a Parigi" Alberto Grimaldi ed il regista Bernardo Bertolucci, assolti dal Tribunale di Bologna (sentenza 2 febbraio 1973) ma condannati dalla Corte di Appello di Bologna (sentenza 4 giugno 1973) per concorso in spettacolo osceno. La Corte di Cassazione, in accoglimento del ricorso, annullò la sentenza di condanna con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Bologna. Avverso la sentenza di condanna emessa nel giudizio di rinvio il 26 settembre 1974, presentò motivi nuovi di ricorso per Cassazione.
Sempre nel 1973, difese il regista Pier Paolo Pasolini – che era stato assolto dal Tribunale di Benevento (sentenza 20 ottobre 1972) dall'imputazione di concorso in spettacolo osceno per il film I racconti di Canterbury – davanti alla Corte di Appello di Napoli, che confermò (sentenza 2 luglio 1973) la sentenza di assoluzione pronunciata in primo grado. A seguito di impugnazione del pubblico ministero, fu difensore, congiuntamente al professore avvocato Alfredo De Marsico, del regista Pier Paolo Pasolini e del produttore Alberto Grimaldi, nel giudizio per cassazione.
In entrambi i giudizi, sostenne la tesi che il disposto dell'art. 529 comma 2 cod. pen. ("Non si considera oscena l'opera d'arte"), correttamente interpretato, era applicabile alle suddette pellicole per la presenza, in entrambe, di "pregi artistici", che aveva avuto cura di individuare e lumeggiare e che erano stati riconosciuti da ampia parte della critica artistica, nazionale ed estera.
Attività giudiziaria L'11 marzo 1948 entrò in magistratura come "incaricato di funzioni giudiziarie", quale vincitore del concorso per titoli indetto con d.l.lgt. 30 aprile 1946.
Esercitò le funzioni di pretore a Corigliano Calabro dal 15 settembre 1948 al 15 ottobre 1950.
Nel 1950 fu tra i primi a superare l'esame per aggiunto giudiziariMinistero di Grazia e Giustizia, Bollettino ufficiale del 16 dicembre 1951, p. 687., indetto con d.m. 23 marzo 1950.
Trasferitosi a Bologna, ivi svolse: le funzioni di Pretore (dal 28 ottobre 1950 al 21 dicembre 1951), di giudice istruttore del Tribunale penale (dal dicembre 1951 al dicembre 1955), di giudice della prima sezione penale del Tribunale e della Corte di assise di Bologna (dal gennaio 1956 all'ottobre 1959) e di giudice della seconda sezione civile del Tribunale di Bologna (dall'ottobre 1959 al 31 dicembre 1962).
Attività didattica e scientifica Nel novembre 1950, quando era pretore penale a Bologna, fu presentato dal professore Filippo Grispigni al professore Silvio RanieriL'episodio è raccontato nell'articolo L'opera scientifica di Silvio Ranieri e problemi attuali di politica criminale, cit., dove, a p. 153, Francesco Gianniti descrive anche i rapporti tra i suoi due maestri, entrambi divenuti direttori della rivista Scuola positiva., e, su proposta di quest'ultimo, fu nominato assistente volontario di diritto penale nell'Università di Bologna e iniziò a svolgere attività didattica e scientifica.
A coltivare tale attività fu incoraggiato anche dal professore Ernesto Battaglini, che sarebbe diventato giudice della Corte costituzionale e che lo invitò a pubblicare studi ed articoli sulla rivista La Giustizia Penale.
Nel 1959 pubblicò la sua prima monografia in diritto penale, "I reati della stessa indole", nella quale operava una ricostruzione sistematica di tale categoria concettuale, e, affrontando il problema della recidiva, sosteneva che la stessa indole dei reati è generalmente, ma non necessariamente, sintomo rivelatore di una più elevata capacità a delinquere.
Il 17 marzo 1961 conseguì all'unanimità l'abilitazione alla libera docenza in diritto penaleMinistero della Pubblica Istruzione, Supplemento ordinario al Bollettino ufficiale, 19 luglio 1962, parte II, p. 26. La libera docenza gli fu conferita con d. m. 27 maggio 1961 e definitivamente confermata con d. m. 10 ottobre 1966. La Commissione, presieduta dal professore Alfredo De Marsico, era composta dai professori Giuseppe Bettiol, Silvio Ranieri, Giuliano Vassalli, Francesco Chiarotti..
Nel 1962, essendo assistente incaricato di diritto penale dell'Università di Bologna, vinse il concorso nazionale ad un posto di assistente ordinario di diritto penale nella stessa UniversitàMinistero della Pubblica Istruzione, Bollettino Ufficiale, parte II, 16 maggio 1963 n. 20. La Commissione, presieduta dal professore Silvio Ranieri, era composta dai professori Ferruccio Pergolesi e Tito Carnacini. e venne a trovarsi nell'alternativa se continuare l'attività in magistratura ovvero passare alla carriera universitaria. Prevalse in lui la passione per la ricerca scientifica e l'attrattiva di poter divenire un giorno titolare di una cattedra universitaria, che per lui era simbolo di nobiltà intellettuale.
Fu così che il 1º febbraio 1963 lasciò la magistratura per intraprendere la carriera universitaria, che percorse interamente nell'Università di Bologna.
Nel triennio accademico 1963-1966 fu professore incaricato di diritto penale. A quegli anni risale lo studio su L'oggetto materiale del reato, pubblicato nel 1966, nel quale sosteneva che detto elemento, da un lato, "assume una particolare importanza nella teoria generale del reato, in quanto si pone in numerosi reati come elemento costitutivo e in parecchi altri come circostanza aggravante, mentre spesso figura come elemento distintivo o specializzante di un reato rispetto ad un altro"; e, dall'altro, "rappresenta un valido coefficiente per la elaborazione scientifica della parte speciale … attraverso lo studio di tutte le figure criminose che lo assumono, come elemento, essenziale o accessorio, nella loro struttura".
Nel successivo triennio 1967-1970 fu professore incaricato di istituzioni di diritto e procedura penale nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna. Pubblicò, nel 1970, il volume "Studi sulla corruzione del pubblico ufficiale" nel quale erano raccolti tre precedenti scritti: nel primo, determinava il concetto di utilità, come concetto generale di parte speciale, sulla base dell'esame comparativo delle varie disposizioni che lo prevedono; nel secondo illustrava gli elementi comuni ed i caratteri differenziali tra la normativa penale tedesca e la normativa penale italiana in tema di corruzione; nel terzo affrontava il problema della corruzione del pubblico ufficiale nell'esercizio di poteri connotati da discrezionalità amministrativa.
Nel 1972 vinse il concorso nazionale ad un posto di professore aggregato nelle discipline penalistiche presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di BolognaLa Commissione, presieduta dal professore Cesare Pedrazzi, era composta dai professori Giuseppe De Luca, Delfino Siracusano, Franco Bricola, Bruno Pannain. Nella relazione del 28 gennaio 1972 – riportata in Antonio Benvenuto, Francesco Gianniti. Una vita in tre toghe, cit., p. 238 nota 25 – la Commissione riteneva «degna di particolare considerazione la più recente monografia "Studi sulla corruzione del pubblico ufficiale", la quale esamina con felice sensibilità interpretativa problemi di grande attualità, valorizzando anche la esperienza di ordinamenti giuridici stranieri e giungendo a risultati equilibrati ed apprezzabili. A giudizio unanime della Commissione questa monografia apporta una serie di contributi utili ed originali alla problematica dei delitti di corruzione». e venne a trovarsi nell'alternativa tra continuare lo studio e l'insegnamento del diritto penale ovvero passare allo studio ed all'insegnamento della procedura penale. Optò per la seconda alternativa: "Il cambiamento di materia – ha lasciato scritto – mi faceva pensare al medico docente universitario che, dopo essersi occupato per parecchi anni di clinica medica, passa improvvisamente alla clinica chirurgica".