Il Liber monstrorum de diversis generibus (anche noto come Liber monstrorum) è un repertorio mitografico adespoto, un catalogo ragionato di ciò che vi è in natura di portentoso, mosso dalla volontà critica di chiarire quanto le definizioni sui mostri siano vere o confutabili. Scritto probabilmente a metà dell’VIII secolo d. C. in ambiente anglosassone, potenzialmente vicino alla temperie culturale di Aldelmo di Malmesbury (abate che morì nel 709), è tràdito da sei manoscritti (IX-X secolo) in minuscola carolina. Il libro è diviso in tre parti, proprio come la Chimera di cui parla: quasi umani (dalle razze ai casi singoli), animali e serpenti, tutti esseri provenienti dai quattro angoli del mondo, l’Oceano, il lontano Nord, i deserti Africani e lo sterminato Est.

Evoluzione della percezione del portentum Età greco-romana Nell'antichità quando un bambino nasceva con anomalie si pensava ad un presagio divino di eventi calamitosi, ma già Ippocrate si discostava da questa credenza, legando la diversità ad un trauma ricevuto dal bambino nel ventre materno. Aristotele indagava i caratteri eziologici di tali patologie: dopo aver spiegato come si formasse il feto, invitava ad una ricerca razionale delle cause, asserendo che non vi fosse una sospensione delle norme naturali nel bambino anomalo. Cicerone nel De divinatione si schierò contro la pratica aruspicina su questi bambini, asserendo che tali fenomeni avessero un’origine naturale e non miracolosa; per l’arpinate sarebbe cosa ingenua considerare ogni fatto inusitato un prodigio: “portentum ergo fit non contra naturam, sed contra quam est nota natura”Quanto è portentoso non lo è contro natura, ma piuttosto diverso dalla natura conosciuta..

Cristianesimo Agostino di Ippona, osservando la presenza di certe deformità nel mondo, rispondeva col celebre passo di Isaia (L.I. 45, 9): “Vae, qui contradicit fictori suo, testa de vasis fictilibus terrae!”Guai a chi contende con chi lo ha plasmato, un vaso fra altri vasi d’argilla. Nel De civitate Dei XXI 8, affermava che i portenti spuntassero sulla terra numerosi come piante in un bosco, secondo le infinite possibilità di Dio; riconduceva poi i termini portenta, ostenta, monstra e prodigia alle pseudo etimologie portendere, ostendere, monstrare e praedicare un evento futuro, ossia quel che farà Dio dei corpi degli uomini, senza che nessuna legge di natura si frapponga. Tali mostruosità venivano intese dall’Ipponate come signa della Sua onnipotenza: “sed qui totum inspicere non potest, tamquam deformitate partis offenditur, quoniam cui congruat et quo referatur ignorat. Pluribus quam quinis digitis in manibus et pedibus nasci homines novimus (…) sed tamen absit, ut quis ita desipiat, ut existimet in numero humanorum digitorum errasse Creatorem, quamvis nesciens cur hoc fecerit”Chi non può guardare il fondo di tutto rimane spiacevolmente impressionato da ciò che giudica essere la deformità di una parte, poiché non sa a cosa essa si riallacci e dove abbia il suo corrispettivo: sappiamo ad esempio che nascono uomini con più di cinque dita nelle mani e nei piedi (…) tuttavia non salti su alcuno tanto stolto che, pur non sapendo perché il Creatore lo abbia fatto, pensi che Egli abbia sbagliato nel numero delle dita (De civitate Dei, XVI, 8).. Ed essendo l’essere umano animale ragionevole, mortale e appartenente alla stirpe di Adamo, poiché queste bestialità sono possibili, reali e umane, allora trarrebbero anche esse un’origine adamica. E come esistono mostri singoli sono possibili anche nazioni mostruose, avvalorando così la tesi sull’onnipotenza del Signore, per quanto la scienza di allora non fosse ancora in grado di dimostrarne l’esistenza.

Isidoro di Siviglia, riprendendo le parole autorevoli di Agostino, interpretava queste mostruosità come presagi divini; nelle Etymologiae sive Origines liber XI. De homine et portentis, definisce cosa fosse il portentum: “Portenta esse Varro ait quae contra naturam nata videntur: sed non sunt contra naturam, quia divina voluntate fiunt, cum voluntas Creatoris cuiusque conditae rei natura sit (…) vult enim Deus interdum ventura significare per aliqua nascentium noxia, sicut et per somnia et per oracula”I portenti, come dice Varrone, sono quelle cose che sembrano nascere contro natura; ma non sono contro natura, poiché nascono per divina volontà, dal momento che è volontà del Creatore la nascita di qualsiasi cosa (…) Dio vuole talora preannunciare eventi futuri attraverso alcune malformazioni di coloro che nascono, come attraverso sogni ed oracoli.; nei canoni della “eccezionalità alla natura” di Isidoro rientravano la grandezza o la piccolezza del corpo (Tizio o i Pigmei), il gigantismo di singole membra, l'eccedenza nel numero di singole parti del corpo, la disparità della simmetria, le eteromorfie (un uomo con il capo leonino o taurino), le generazioni mostruose (una donna partoriente un vitello), le parti del corpo collocate in luoghi insoliti, le vecchiaie precoci, le commistioni di genere, con le quali il Signore poteva preannunciare eventi nefasti, secondo una concezione ancora pagana.

Tutte queste creature trovavano accoglienza in trattazioni specifiche, già adoperate da Erodoto nel V secolo a.C., ossia racconti di viaggio appartenenti alla paradossografia, o teratologia o genere dei mirabilia. Le spedizioni ai confini del mondo, l'India secondo le conquiste di Alessandro Magno, avevano stimolato la creazione di animali da serraglio variopinti e minacciosi, lontani dal viver quotidiano Occidentale. Il romanzo ellenistico accrebbe il numero delle meraviglie, come si legge nel Romanzo di Alessandro dello pseudo-Callistene. Oltre al romanzo cominciarono a circolare anche componimenti sulle spedizioni in terre inesplorate come l’Epistola Alexandri Magni ad Aristotelem magistrum suum de situ et mirabilibus Indiae, l’Epistola Adriano, L’Epistola Traiano e il De rebus in Oriente mirabilibus. Questa tradizione venne in parte riordinata dal padre del genere dei bestiari, il Physiologus, che assieme alla descrizione fisica ed etologica delle creature, ne dava anche la moralizzazione secondo le Sacre Scritture.

Luogo, data e autore Il testo si presenta ai lettori come adespoto e a lungo gli studiosi dell’800 e del ‘900 hanno dibattuto su dati codicologici, paleografici, filologici, storici e letterari per cercar di collocarlo all’interno di un quadro storico-sociale. L’isola anglosassone viene indicata come luogo di composizione dal momento che nel primo libro, capitolo sesto De Sirenis viene attestato il primo caso letterario di sirena nordicaBETTINI M.-SPINA L., Il mito delle Sirene. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, Torino, Einaudi 2007, pp. XII 268 tavv. (Saggi [Eianudi] 881). che, a differenza di quella classica che è per metà uccello, presenta una o due code di pesce, ispirandosi forse all’iconografia di Giona divorato dalla balena; la lingua mostra caratteri affini a quella dell’ambiente d’oltremanica e anche le fonti usate riconducono in terra Angla, soprattutto le concordanze col Beowulf. Per quanto riguarda la datazione come terminus post quem viene indicato almeno il VII secolo, dal momento che i contatti degli anglosassoni col continente risalirebbero alle missioni evangeliche in Sassonia e Frisia da parte di san Bonifacio (678-679). A quest’ultima terra apparterrebbe la leggenda del gigante Higelacus, re dei Geati, citato erroneamente da Gregorio di Tours come Chlochilacus re dei Dani, le cui ossa avrebbero trovato sepoltura presso la foce sul Reno. Questo antico re, antenato dell’eroe del poema anglosassone Beowulf, sarebbe il medesimo personaggio citato dal Liber nel primo libro, capitolo secondo De Hygelaco Getorum regeLAPIDGE M., “Beowulf”, Aldhelm, the “Liber Monstrorum” and Wessex SM 23 (1982), 151-92.. Un ulteriore riferimento al Beowulf si troverebbe nel prologo del Liber, ove si menzionano i maria monstrorumMari dei mostri. e il destino dei mostri i cui resti vengono sparsi sulle spiagge di un mondo occupato dall’essere umano. Mari oscuri e tempestosi che il valoroso eroe anglosassone affronta in una delle sue fatiche.

Siccome le Origines di Isidoro furono una fonte dell’autore ed entrarono ben presto nelle biblioteche anglosassoni, la critica posticipò la composizione dell’opuscoletto alla seconda metà del VII secolo e infine la presenza delle dottrine di Virgilio di Salisburgo e della Cosmographia di Aethicus Ister, attribuibile forse allo stesso Virgilio di Salisburgo, avvicinarono la stesura del testo alla metà dell’VIII secolo.

Il terminus ante quem del Liber è indicato dalla datazione dei sei codici sopravvissuti, ossia IX-X secolo.

L’identità dell’autore è rimasta a lungo un mistero e per certi versi lo resta tuttora; a metà del ‘900 venne allegata l’opera del domenicano Tommaso di Cantimpré (1230-1245), il Liber de natura rerum, che indica come propria fonte un trattato di cose mirabili di Audelinus philosophus, che corrisponde all’abate e autore di enigmi Aldelmo di Malmesbury, morto nel 709; vi sono delle convergenze di forma e stile tra l’anonimo del Liber e il compositore di enigmi Aldelmo, ma in realtà si è poi dimostrato che non può essere riconosciuto come autore del Liber per diverse ragioni: Aldelmo non usa gli scritti sulla leggende di Alessandro o sulle Meraviglie d’Oriente e ricorre in maniera approfondita alle sacre scritture, cosa che il Liber monstrorum non fa; il Liber indulge in interpretazioni scorrette dei versi Virgiliani, imperdonabile per un grammatico ed esegeta come Aldelmo il quale non nutre avversità nei confronti dei filosofi, accusati nel Liber di mendacità tanto quanto i poeti. È più probabile quindi una comune temperie culturale.

Destinatari L'autore si rivolge ad un pubblico colto amante dei giochi letterari appartenenti al genere dei mirabilia e degli aenigmata. Ma la tradizione del fantastico non dimentica l’aspetto folklorico: le belve notturne, i mostri delle paludi, la gigantesca fanciulla marina e le ossa di Hygelacus suggeriscono una “indagine nelle campagne” da parte di chi scrive il Liber monstrorum. E viceversa il Liber potrebbe aver influito sulla fantasia popolare, divenendo materiale utile per le prediche di chierici e monaci alle masse.

Fini pedagogici Il mostruoso è utilizzato per ricordare l’esistenza, contrapposta alle comunità umane, di un altro demoniaco e deviante, portatore di significati negativi e strumento di richiamo al buon comportamento e alla coesione sociale; la collettività trova quindi nel confronto col mostruoso una necessità per ricavare stabilità ed equilibrio, appagando il proprio bisogno di sicurezza nell’eliminazione del diverso. Gusto per l’orrido, nonsense, e fuga dalla città sono una chiave di lettura allegorica per la realtà.

Fonti L'autore proveniva da una scuola monastica ove si leggevano Virgilio, Ovidio, Lucano, Servio, Agostino, Girolamo, Isidoro, le Recognitiones Clementinae, gli storici del basso impero, le opere fantastiche su Alessandro Magno e i poemi anglosassoni; l’anonimo attinge dunque sia alla matrice classica che a quella cristiana.

Per quanto riguarda finalità e obiettivi dell’autore, questi denuncia una dipendenza dal modello scientifico di Plinio il vecchio, concentrandosi sulla veridicità o mendacità di queste creature di Dio piuttosto che sulla loro moralizzazione, come invece fa il Physiologus; Plinio aveva infatti tentato un discernimento critico delle fonti, dal momento che solo alcune provenivano da testimoni oculari, mentre altre si mostravano meno affidabili. Nel VII libro della Naturalis Historia parlava dei segni dell’esuberanza di natura: Antropofagi, Ciclopi, Strigoni, Arimaspi, Androgini da un solo seno e uomini dai piedi riversi, cinocefali, monocoli, sciapodi, trogloditi, acefali, satiri e panoti. Solino prenderà a piene mani da Plinio per i Collectanea rerum memorabilium.