Al tempo della grande persecuzione contro i cristiani entrò in Giappone per predicare alla popolazione; fu arrestato e tenuto in cella fino alla morte. È stato probabilmente l'ultimo missionario martirizzato nel Paese asiaticoGianpaolo Romanato, Il gesuita e lo jusha. Mondi lontanisimi, in Avvenire, 2 aprile 2026..
Biografia Sidoti nacque a Palermo nel 1667; venne ordinato sacerdote e studiò a Roma. Nella città eterna ebbe modo di udire testimonianze del martirio di missionari in terra giapponese, dove i missionari erano visti come i battistrada di un'invasione straniera. La proibizione del cristianesimo decretata all'inizio del secolo e rafforzata dalla politica dello shōgun Tokugawa Iemitsu (sakoku) era ancora pienamente in vigore. Nonostante il rischio di essere messo a morte, Sidoti si risolse a recarvisi. Dopo aver ottenuto il permesso da Papa Clemente XI, nel 1702 partì. Giunto nelle Filippine, non trovò però alcuna nave diretta verso l'arcipelago giapponese. Riuscì riuscì nel suo intento solo nell'agosto 1708, quando sbarcò a Yakushima, travestito da samurai, a dispetto del fatto che i suoi tratti somatici lo tradissero immediatamente: fu arrestato e portato a Nagasaki, per essere poi, nell'anno seguente, condotto a Edo. Fu incaricato di interrogarlo uno dei maggiori intellettuali dell'epoca, lo studioso confuciano Arai Hakuseki.
Hakuseki fu impressionato dalla cultura e dall'abilità dialettica di Sidoti, e sviluppò una grande stima nei suoi riguardi; Sidoti fu altrettanto coinvolto nel dibattito e il dialogo tra i due divenne sempre più aperto, conducendo per la prima volta dopo un secolo di sakoku ad un confronto dialettico tra due liberi pensatori appartenenti a due culture così lontane e diverse. Tra le altre cose, Sidoti riuscì a spiegare a Hakuseki che, contrariamente a quanto i giapponesi credevano all'epoca, i missionari occidentali non erano l'avanguardia degli eserciti dei rispettivi Paesi. Perciò, abbandonando la pratica consueta della tortura al fine di fargli rinnegare la sua fede, Arai consigliò ai suoi superiori di seguire una nuova strategia nei rapporti con gli stranieri: tentare prima di isolarli; se ciò non avesse effetto, imprigionarli e infine comminare la pena capitale come soluzione estrema.
La raccomandazione di Hakuseki non aveva precedenti nella storia del Paese: alla fine, il governo scelse di imprigionare Sidoti, inviandolo al a Myōgadani (odierna Kohinata, Bunkyō, Tokyo), costruito nel 1646 per ospitare i missionari arrestati ma fino a quel momento mai utilizzata, sia per il sakoku sia per il divieto di indottrinamento, entrambi i quali conducevano generalmente a una condanna capitale. Impossibilitato a predicare nel Yashiki, Sidoti fu anche esentato dalla tortura; inoltre gli fu concesso un trattamento speciale, simile agli arresti domiciliari, noto come .
Venne affidato alla custodia di una coppia di anziani di nome Chōsuke e Haru, con il divieto tassativo di predicare loro. Padre Sidoti invece li convertì e la coppia accettò il battesimo. Venne però scoperto. Fu quindi trasferito in una cella sotterranea della residenza. Detenuto in durissime condizioni, si ammalò e morì nel 1714.
Arai Hakuseki utilizzò le conoscenze acquisite durante i colloqui con Sidoti per scrivere il Seiyō Kibun, una delle sue opere più note (anche se venne pubblicata solo nel XIX secolo), e il Sairan Igen. Un'immagine appartenente al frate, detta fu considerata un importante cimelio culturale ed è oggi ospitata nel Museo nazionale del Parco di Ueno.
Durante lavori ediizi, nel luglio 2014 i resti di padre Sidoti sono stati trovati e identificati proprio nell'area ove venne tenuto prigioniero.
Note
Bibliografia Mario Torciva, Giovanni Battista Sidoti. Missionario e martire in Giappone, Soveria Mannelli, 2017.
Voci correlate Arai Hakuseki Periodo Edo
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