Il suo lavoro appartiene al campo dell'antropologia filosofica e ha influssi su critica letteraria, psicologia, storia, sociologia e teologia. È stato professore di letteratura comparata presso la Stanford University (Stati Uniti) fino al momento del ritiro. Cattolico, ha scritto diversi libri, sviluppando l'idea che ogni cultura umana è basata sul sacrificio come via d'uscita dalla violenza mimetica (cioè imitativa) tra rivali. Le sue riflessioni si sono indirizzate verso tre idee principali: il desiderio mimetico, il meccanismo del capro espiatorio, la capacità del testo della Bibbia di svelare sia l'uno (1) che l'altro (2).

Biografia Dal 1943 al 1947, a Parigi è alunno dell'École nationale des chartes, luogo di eccellenza per la formazione di archivisti paleografi, dove Girard difende una tesi sulla vita privata ad Avignone nella seconda metà del XV secolo (La vie privée à Avignon dans la seconde moitié du XVe siècle).

Nel 1947, si trasferisce negli Stati Uniti grazie all'assegnazione di una borsa di studio. Ottiene così il dottorato in storia nel 1950 presso l'Università dell'Indiana e comincia a insegnare letteratura. La sua carriera accademica, dopo i primi ruoli alla Duke University e al Bryn Mawr College tra 1953 e 1957, va dal 1957 al 1980 presso l'Università Johns Hopkins e dal 1981 fino al suo ritiro nel 1995 all'Università di Stanford, dove ha risieduto fino alla morte.

Nel 2001 gli viene conferita una laurea honoris causa in Lettere all'Università degli studi di Padova.

Il 17 marzo 2005, René Girard è eletto membro dell'Académie française.

Sposato, ha avuto tre figli.

Il pensiero Il desiderio mimetico Il carattere mimetico del desiderio René Girard, professore di letteratura francese negli Stati Uniti alla fine degli anni '50, ha un approccio nuovo a questo campo. Invece di cercare la "originalità" delle opere, cerca ciò che esse possono avere in comune e si accorge che i personaggi creati dai romanzieri si muovono in una dinamica di rapporti che si ritrova nei vari autori. La legge universale del comportamento umano, descritta dai grandi romanzieri, secondo Girard consiste nel carattere mimetico (nel senso di imitativo) del desiderio.Questo è il contenuto del suo primo libro: Mensonge Romantique et Vérité Romanesque, Menzogna romantica e verità romanzesca, 1961.

Noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni, il nostro stile di vita. Chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro e sviluppiamo opinioni opposte. Quindi il nostro comportamento è sempre unimitazione, perché è sempre in funzione dell'altro, nel bene come nel male. I tipici modelli che si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, un politico, un cantante, una guida spirituale o anche la massa in generale. Perché imitiamo gli altri? Il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro per il medesimo oggetto: la visione della felicità dell'altro suscita in noi (che ce ne rendiamo conto oppure no) il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità, o, ancora più intensamente, suscita in noi il desiderio di essere come lui. I desideri delle persone che stimiamo ci "contagiano". Pertanto l'oggetto del desiderio assume un valore del tutto relativo e funzionale solo per il raggiungimento della stessa condizione dell'altro. Ma allora siamo burattini senza libertà? No. L'imitazione è la base della nostra capacità di apprendimento (si pensi ai bambini); senza di essa non sarebbe possibile la trasmissione della cultura, l'apprendimento del linguaggio, ecc. L'uomo è ciò che è perché imita intensamente i suoi simili. Dal desiderio mimetico viene tutto il meglio e il peggio (come vedremo) dell'essere umano. L'imitazione infatti non si deve intendere come processo passivo (come in Platone) e depersonalizzante, ma come attività potentemente creativa.

Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato. Al di là dell'oggetto, è il modello (che Girard chiama «il mediatore») che attira. In particolare, a certi stadi di intensità, il soggetto ambisce direttamente allessere del modello. Per questo, René Girard parla di desiderio «metafisico»: non si tratta assolutamente di un semplice bisogno o appetito, perché «ogni desiderio è desiderio d'essere»Quando queste cose cominceranno, p28, è aspirazione, brama di una pienezza attribuita al mediatore.

Mediazione esterna e mediazione interna

"Mediazione" è la relazione imitativa (mimetica) che si stabilisce tra il soggetto e il suo modello (mediatore). La mediazione è esterna ogni volta che il mediatore del desiderio è fuori della portata del soggetto, ad esempio perché il mediatore è un personaggio di fantasia, come Amadigi di Gaula per don Chisciotte, o perché è in ogni caso irraggiungibile, come Pelé per i suoi fan. Il soggetto vive una sorta di follia che resta ottimista e il rapporto soggetto-mediatore è vissuto come estremamente positivo. La mediazione è interna quando il mediatore è reale e allo stesso livello del soggetto, come ad esempio accade tra due compagni di scuola, due colleghi di lavoro, due persone appartenenti allo stesso livello sociale, due amici o due fratelli. Non c'è separazione tra il mondo del soggetto e quello del mediatore. In questo caso, se l'oggetto conteso non è condivisibile, il mediatore si trasforma in rivale e in ostacolo per l'appropriazione dell'oggetto. Inoltre, essendo sullo stesso piano, il soggetto diventa a sua volta mediatore del mediatore. Il valore dell'oggetto aumenta prodigiosamente agli occhi dei due rivali man mano che la competizione cresce. Dalla rivalità si passa all'odio e dall'odio alla violenza. Questo universo di relazioni è descritto nei romanzi di Stendhal, Flaubert, Proust, Dostoevskij.

Le metamorfosi del desiderio

Attraverso quella dei personaggi, è la nostra vita ad essere raccontata. Ciascuno di noi è attaccato all'illusione dell'autenticità dei propri desideri; i grandi romanzieri, invece, rappresentano implacabilmente tutte le menzogne, le dissimulazioni, le manovre, lo «snobismo» messi in scena dagli eroi proustiani per evitare di guardare in faccia la verità: i nostri desideri sono sempre imitazione di desideri altrui e per questo sfociano in invidia e gelosia. Alcuni personaggi bramano l'essere del mediatore, lo vedono avvolto di virtù sovrumane e nello stesso tempo abbassano se stessi, fanno di lui un dio facendo di sé stessi schiavi, e tutto ciò in misura tanto più grande quanto più intensamente il mediatore si pone quale ostacolo. È il masochismo, che può rovesciarsi nel sadismo, suo opposto, ogni volta che il soggetto, per rivincita, tenta di ribaltare la propria situazione esistenziale e per farlo diventa aguzzino di chi è più debole di lui.

La letteratura

Credere all'autonomia dei nostri desideri è l'illusione romantica che è alla base di gran parte della letteratura. Scoprire la realtà del desiderio, svelare e riconoscere il mediatore, è ciò che realizzano i grandi romanzieri, è accedere alla verità romanzesca.

Critica a Freud

La concezione mimetica stacca il desiderio dall'oggetto e contemporaneamente fa della violenza una conseguenza della rivalità, mentre il complesso di Edipo postulato da Sigmund Freud fonda il desiderio sul valore oggettivo dell'oggetto, la madre, e deve presupporre una coscienza della rivalità e delle sue distruttive conseguenze. La consapevolezza, inverosimile presso un bambino, di voler possedere la propria madre a costo di uccidere il padre, costringe Freud a introdurre man mano tutti i vari istinti, pulsioni e strutture psichiche che contraddistinguono la sua teoria, come l'istinto di morte, l'Es, il Super-Io... Invece la teoria del desiderio mimetico si può applicare direttamente al complesso di Edipo rendendolo totalmente intelligibile: se il bambino desidera sua madre è perché è in un rapporto di imitazione con il padre. Vale a dire che è perché il figlio imita totalmente il padre che finirà eventualmente per desiderare la madre (a condizione che il padre desideri - o sembri desiderare - la madre).

La violenza e il sacro

La rivalità mimetica che si sviluppa a partire dai conflitti per l'appropriazione degli oggetti è contagiosa (in quanto imitata). La minaccia all'orizzonte è quella della violenza generalizzata. Orientando il suo interesse verso il campo antropologico, Girard studia la letteratura etnologica che lo porta a formulare la sua seconda ipotesi fondamentale: il meccanismo di capro espiatorio (o meccanismo vittimario), all'origine delle religioni arcaiche, che egli espone nel suo secondo libro, La violenza e il sacro (1972).

Se due individui, imitandosi, desiderano la stessa cosa, può benissimo aggiungersi un terzo, un quarto… e il conflitto dei primi si allarga. La violenza è essa stessa imitativa e si può quindi assistere ad un processo a catena. L'oggetto della contesa passa in secondo piano e il conflitto mimetico si trasforma in antagonismo generalizzato. Ma quando la violenza non può scaricarsi sul nemico che l'ha eccitata, si sfoga, come ognuno di noi ben sa, su un bersaglio sostitutivo. In particolare, la violenza, che fino ad ora ha continuato a consumarsi in micro-conflitti, può anche focalizzarsi su una sola vittima arbitraria. Allora la folla si raccoglie unanime attorno alla vittima e la distrugge. L'eliminazione (espulsione o uccisione) della vittima fa sfogare la frenesia violenta da cui ciascuno era posseduto fino a poco prima e ciò ha sul gruppo un impatto emotivo incalcolabile. La vittima appare ora contemporaneamente come l'origine della crisi e come la responsabile del miracolo della pace ritrovata. Essa diviene sacra ai loro occhi, proprio perché prodigiosamente capace di scatenare la crisi come di ripristinare la pace, ha cioè potere di vita e di morte sul gruppo: è il dio. Questa è secondo Girard la genesi del religioso e in particolare: del sacrificio rituale come ripetizione dell'evento vittimario originario, intesa a riprodurne meccanicamente e inspiegabilmente i miracolosi effetti, del mito come racconto di quell'evento dal punto di vista della folla, delle proibizioni e delle leggi, che sono l'interdizione d'accesso a tutti quegli oggetti all'origine delle rivalità che hanno portato alla crisi.

Questa elaborazione religiosa si sviluppa lentamente e progressivamente, ad ogni successiva crisi mimetica, la cui risoluzione riporta la pace solo temporaneamente. L'elaborazione dei riti e delle proibizioni costituiscono una sorta di sapere empirico sulla violenza.

Se gli esploratori e gli etnologi non hanno potuto essere testimoni di questi ipotetici fatti che risalgono alla notte dei tempi, è altresì vero che le prove indirette abbondano, come l'universalità del sacrificio rituale in tutte le culture umane e i miti raccolti dai popoli più disparati. Se la teoria è vera, allora nel mito sono rintracciabili: una crisi, che può essere descritta metaforicamente, ma sempre in modo da richiamare la fluidità o la contagiosità della crisi mimetica; esempi: pestilenza, diluvio, incendio, … la colpevolezza della vittima-dio, che è descritta come colpevole perché il mito è raccontato dal punto di vista dei persecutori, mentre essa è in realtà solo un capro espiatorio arbitrario i tratti di selezione vittimaria, che sono quei tratti arbitrari che hanno attirato l'attenzione della folla polarizzandone la violenza sulla vittima; esempi: handicap o particolari fisici (claudicanza, capelli rossi, …), eccessiva bellezza o bruttezza, ecc. il potere della vittima di stabilire l'ordine sociale che permette la vita del gruppo.