Biografia Il nome Luciano deriva dal cognomen romano Lucianus, patronimico di Lucius che significa quindi discendente di Lucio, oppure appartenente a Lucio.
Secondo la storia tramandata da Suida, Luciano nacque a Samosata e studiò nella vicina città di Edessa alla scuola del confessore Macario, apprendendo l'interpretazione dei libri sacri, e si ritirò in solitudine monastica vivendo di preghiere e lunghi digiuni. Tuttavia, a queste affermazioni non può essere data molta fede poiché, molto probabilmente, Suida fece confusione tra questo Luciano ed il famoso scrittore satirico pagano del secolo precedente, Luciano di Samosata.
Molto giovane, Luciano rimase ben presto orfano e dopo aver donato tutta la sua eredità ai poveri si trasferì ad Antiochia di Siria, dove fu ordinato presbitero e dove, presto, raggiunse una posizione di spicco come capo della scuola teologica antiochena. Fu accusato di aver condiviso le opinioni teologiche di Paolo di Samosata e dovette fuoriuscire dalla comunione con la Chiesa. Questa frattura con il partito ortodosso durò per i successivi tre episcopati: quelli di Donno, Timeo e Cirillo, dal 268 al 303. Sembra probabile che Luciano si riconciliò con la Chiesa all'inizio dell'episcopato di Cirillo (forse nel 285) piuttosto che durante quello del suo successore; altrimenti sarebbe difficile comprendere come i vescovi orientali avrebbero potuto ricevere i suoi allievi.
Nonostante pochi altri uomini abbiano lasciato un'impronta così profonda nella storia della cristianità, pochissimo è noto della vita di Luciano. L'opposizione alle tendenze allegorizzanti degli alessandrini ebbe origine da lui: rifiutò questo sistema in toto ed elaborò il sistema di interpretazione letterale che dominò la Chiesa orientale per un lungo periodo. Fondò la scuola lucianea e ben presto si riunirono attorno a lui molti discepoli tra cui Ario, Eusebio di Nicomedia che battezzò l'imperatore Costantino, Maride di Nicomedia, Teognide di Nicea, Antonio di Tarso e Asterio il Sofista; nel campo della teologia, quasi tutti gli studiosiTranne il Gwatkin, nei suoi Studies of Arianism, London, 1900. sono convinti che sia il reale autore delle tesi che troveranno un seguito nell'eresia di Ario. Nel suo sistema cristologico, un compromesso fra modalismo e subordinazionismo, il Logos, nonostante egli stesso fosse il creatore di tutti gli esseri, era una creatura, anche se superiore a tutte le altre. I leader del movimento ariano (Ario stesso), Eusebio di Nicomedia, Maris e Teognide furono educati da lui e lo considerarono sempre loro maestro e fondatore del loro sistema. Luciano di Antiochia sosteneva che il Figlio di Dio non poteva essere Dio in quanto creato da Dio Padre, concetto che provocò molte controversie sfociate in decine di sinodi per chiarire questo concetto della fede cristiana. In sintesi la disputa era: Cristo è stato creato dal Padre o generato?
Luciano resse la sua scuola per venticinque anni. Malgrado la sua eterodossia, Luciano era un uomo di grande virtù(Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VIII, xiii, 2.; mentre imperversava la controversia ariana la sua fama di santità non era inferiore alla sua reputazione di erudito. Nel 303 durante la persecuzione di Diocleziano Luciano fu per alcun tempo ignorato, finché non fu tradito e denunciato da un invidioso sacerdote sabelliano e arrestato ad Antiochia e condotto a Nicomedia. Durante il viaggio dalla Calcedonia riuscì a convertire quaranta soldati cristiani condannati a morte i quali erano stati costretti a rinnegare la loro fede. A Nicomedia rimase in carcere per nove anni, quando poi l'Oriente passò sotto il dominio di Massimino Daia, nel 311, al rincrudirsi della persecuzione, Luciano venne condotto di nuovo in Tribunale. Fu processato e sottoposto a tortura. Vani furono i tentativi di fargli rinnegare la sua fede e sacrificare agli dei, e alle interrogazioni che gli venivano fatte rispondeva solamente: Sono cristiano. L'Imperatore infine lo condannò a morir di fame legato sul ceppo e al palo tenuto fermo mediante il nervo ai piedi ed un legno al di sopra del capo sopra di cui vengono stirate ambedue le braccia e disteso su un letto di punte di ferro e rottami di vetro e creta. Vi durò, con meraviglia, quattordici giorni di digiuno e atroci sofferenze. Il giorno poi dell'Epifania, 6 gennaio 312, consacrò sul proprio petto le Sacre Specie, e distribuitele ai discepoli che lo circondavano piangenti, morì la mattina dopo, forse sotto la spada, ripetendo per tre volte ai messi imperiali, che erano venuti a vederlo, la sua professione di fede Sono cristiano. Tuttavia, secondo l'agiografia della Chiesa ortodossa Luciano morì in carcere per le torture e per la fame. La leggenda narra che il suo corpo, gettato in mare, sia riportato a riva sul dorso di un delfino.
Il martirio di san Luciano raccontato da san Giovanni Crisostomo Tra i grandi Padri della Chiesa San Giovanni Crisostomo dedicò un'omelia a San Luciano: Come infatti chi riceve il profeta nel nome del Profeta, riceverà la ricompensa del Profeta; e chi riceve il giusto nel nome del Giusto, riceverà la ricompensa del Giusto, così chi riceve il martire nel nome del Martire, riceverà la mercede del Martire. Ieri il Signore Nostro fu battezzato nell'acqua; oggi il servo vien battezzato nel sangue. Ieri furono aperte le porte del Cielo, oggi sono calpestate le porte dell'inferno. Non vi meravigliate se ho chiamato battesimo il martirio. Qui pure lo spirito discende con abbondanza di grazie, perché si compie la remissione dei peccati e una meravigliosa purificazione dell'anima. E come i battezzandi vengono immersi nell'acqua, così quelli che vengono martirizzati, si lavano nel proprio sangue. Però, prima che della sua uccisione, è necessario parlare della malizia del diavolo, poiché le pene più intollerabili son quelle che offrono una più pronta liberazione, mentre quelle più lunghe riescono men dolorose; egli si studiò di trovarne una che avesse a un tempo queste due qualità: cioè la lunghezza della durata e la intensità dello spasimo; e ciò per fiaccare la costanza del martire ed espugnarne la volontà. Che fa allora il diavolo? Lo assoggetta alta fame. Lontano da voi il pericolo di farne esperienza. Non ci insegnò bene Gesù a pregare perché non entrassimo In tentazione? Come una belva accovacciata nell'interno delle nostre viscere, la fame dilania tutte le membra e divora in ogni parte il corpo; e, più rabbiosa del fuoco, da un incessante e inesplicabile strazio. Che cosa infatti è più imperioso delle esigenze della natura ? Che più mutevole e fiacco dell'umana volontà? Perché tu apprendessi che nulla è più valido del timore di Dio, la volontà appare in lui più gagliarda della natura. Quel supplizio non valse però a dominare il nostro santo; non trionfò della generosa fermezza di lui il quale, di fronte a tale tormento, rimase più saldo e resistente di ogni pietra più dura. Egli si saziava del Pane della speranza del Cielo. E quando il diavolo scellerato vide che il santo non si piegava di fronte a tanta necessità, si studiò di rendergli anche più duro il tormento. Prese della carne già sacrificata agli idoli, e, posatala sopra la mensa, volle che di continuo rimanesse davanti agli occhi di lui, appunto perché la facilità di usufruire di quel cibo, finisse per conquiderne il petto gagliardo. Tuttavia il martire superò anche questa insidia. Al cospetto della carne tolta dai sacrifici idolatrici, il santo non solo non era tentato, ma sentiva per essa una maggiore avversione. Così che mentre aveva sotto lo sguardo la scellerata pietanza, un'altra mensa ricordava assai più preziosa, perché colma di Spirito Santo, e s'infiammava verso di quella, preferendo di sopportare ogni tormento anziché gustare delle impure vivande. In quel momento rammentava la mensa dei tre fanciulli della Scrittura»! Il santo derise malizia del diavolo, ne disprezzò le abili insidie, e non si piegò per niente a quanto gli fu posto sotto Io sguardo. Quando poi lo scellerato si avvide che nulla più gli restava a sperimentare la costanza del martire, lo fece ricondurre al tribunale e, sottoponendolo alla tortura, gli indirizzò continue domande. Ma il santo rispondeva solamente: " Io sono Cristiano". E il carnefice: " Di che patria tu sei?, e il Santo: “Io sono Cristiano”, "Quale è la tua professione?, "Io sono Cristiano", "chi sono i tuoi genitori?" "Io sono Cristiano". Con questa unica e semplice risposta egli, colpendo il diavolo nella testa, non risparmiò di infliggergli continuamente ferite sopra a ferite. Sebbene il martire, avesse anche cultura profonda, sapeva nondimeno con evidenza che in siffatte contese, non c'era bisogno di grande eloquenza, ma di fede; non di valentia retorica, ma di un'anima amante di Dio. Tale risposta sembra senza conclusione; ma sebben ci si pensa, si vedrà sprigionare da essa tutta la sapienza del martire. Infatti, avendo detto: "Io sono Cristiano„ dichiarò la patria, la famiglia, la professione, ogni cosa. Il Cristiano non ha sulla terra una particolare città, ma ha la Gerusalemme celeste. È scritto, infatti: "La superna Gerusalemme è libera; questa "è la madre nostra”, II Cristiano inoltre non ha professione terrena, ma appartiene alla cittadinanza dei Cieli: "La nostra patria l'abbiamo nel Cielo”. II Cristiano, poi, ha per congiunti e per cittadini tutti i Santi: "Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio”; così che con una sola espressione il martire insegnò con esattezza chi fosse, di dove fosse e da chi, e quale era la sua occupazione. Così dicendo morì; se ne andò di quaggiù portando salva a Cristo la sua spirituale eredità, con l'esempio delle sue sofferenze ammonendo chi lasciò sulla terra a rimaner fermo nella fede e a nulla temere, fuorché il peccato e l'apostasia.
Teologia di Luciano e la scuola lucianea
La posizione teologica di Luciano è un oggetto di contestazione. I tentativi di ricostruire la sua teologia dalle fonti superstiti hanno portato a risultati contraddittori. La scuola lucianea creata da Luciano di Antiochia si oppose all'allegorismo della scuola alessandrina, proponendo un'interpretazione storica e letterale del testo sacro. Fatti che si possono ritenere certi è che sono suoi i lavori sul testo della Bibbia greca, concretatisi nella recensione "lucianica" o "antiochena" e del Nuovo Testamento; che fu maestro di Ario, chiamato "sylloukianistes" ('colucianista') in una lettera, e d'altri della stessa scuola, come Eusebio di Nicomedia. Non ne è prova che gli viene attribuita una delle formule approvate dall'arianeggiante concilio di Ancira in dedicatione; che la Passio Luciani è di carattere ariano e che la venerazione per lui, specialmente da parte di Flavia Giulia Elena, madre di Costantino, coincide con la restaurazione di Drepanum (Elenopoli) e con il risorgere del partito ariano, già sconfitto a Nicea. Le difficoltà sono date dalla notizia d'una lettera di Alessandro, vescovo di Alessandria al suo omonimo collega di Bisanzio trattando di Ario. In base a questo dato, si è supposto che Luciano si riconciliasse con la Chiesa nell'episcopato di Cirillo e si è tentato di spiegare come da una teologia adozionista Luciano sarebbe passato a concezioni di tipo origenistico e capaci d'ispirare Ario. Ma tutti i tentativi d'immaginare un'evoluzione spirituale di Luciano, restano poco soddisfacenti e urtano contro una difficoltà fondamentale: che la teologia di tipo monarchiano-adozionistico di Paolo di Samosata è assolutamente antitetica a quella del Logos e all'origenismo. Rufino ha inserito come lucianea nella sua traduzione della Storia ecclesiastica di Eusebio e che manca nell'originale.