Un conflitto etnico è un conflitto tra due o più gruppi etnici contendenti. Se le fonti del conflitto possono essere di natura politica, sociale, economica o religiosa, gli individui coinvolti nel conflitto devono espressamente combattere per la posizione del proprio gruppo etnico. Questo criterio ultimo differenzia i conflitti etnici da altre forme di conflitto.

Un conflitto etnico non necessariamente deve essere violento. In una società multietnica dove la libertà di parola viene tutelata, un conflitto etnico può essere affrontato quotidianamente con metodi democratici. Ad esempio i conflitti etnici possono talvolta essere risolti con metodi non violenti perché si possa trovare un accordo tra i gruppi coinvolti. Ad ogni modo, l'oggetto della contesa deve essere, direttamente o simbolicamente, collegato ad un gruppo etnico preciso. Nelle ricche democrazie multietniche, questi conflitti sono spesso istituzionalizzati e "canalizzati nei parlamenti, nelle assemblee e nella burocrazia attraverso dimostrazioni e scioperi non-violenti." Se i paesi democratici non riescono spesso ad evitare che un conflitto etnico sfoci in episodi violenti, i conflitti etnici istituzionalizzati assicurano che i vari gruppi etnici possano articolare le loro proposte e richieste in maniera pacifica, il che riduce sensibilmente l'uso della violenza. Sull'altro fronte, nei sistemi autoritari, le minoranze etniche sono spesso incapaci di esprimere il loro punto di vista al punto da poter poi esplodere violentemente dopo anni di repressione. La pace etnica viene quindi caratterizzata dall'assenza di violenza, ma non dall'assenza di un conflitto. Un'altra conseguenza è che la violenza delle ribellioni etniche spesso riesce a portare al riconoscimento dei diritti politici di gruppi precedentemente marginalizzati.

Le spiegazioni accademiche di un conflitto etnico spesso hanno tre scuole di pensiero: il primordialismo, lo strumentalismo ed il socio-costruttivismo. Recentemente diversi sociologi hanno proposto possibili spiegazioni e soluzioni al tema dei conflitti etnici nel mondo. Il dibattito intellettuale si è focalizzato in particolare al fatto che i conflitti etnici siano aumentati particolarmente dopo la fine della guerra fredda, col crescere del consociativismo e del federalismo.

Teorie delle cause Le cause di un conflitto etnico sono dibattute da politologi e sociologi. Le spiegazioni hanno solitamente trovato tre scuole di pensiero accademiche: i primordialisti, gli strumentalisti ed i costruttivisti.

I primordialisti I sostenitori del primordialismo hanno evidenziato che i "gruppi etnici e nazionalisti esistono perché vi è la tradizione di credere che vi sia un oggetto primordiale come ad esempio delle caratteristiche biologiche o una particolarità in un certo territorio". I primordialisti si sono concentrati sui forti legami tra i membri di un medesimo gruppo etnico. Donald L. Horowitz ha notato come la parentela "renda possibile ai gruppi etnici il considerarsi come grandi riunioni di famiglia".

Clifford Geertz, uno dei fondatori della teoria del primordialismo, ha notato come ogni persona ha una connessione naturale per parentela con qualcun altro. Col tempo e nei conflitti i legami di un medesimo gruppo etnico coi suoi stessi membri diviene più forte. Per questo motivo, se consideriamo una società multietnica, comprendiamo come il conflitto etnico in essa sia inevitabile tra gruppi col medesimo comportamento anche se su fronti opposti.

Un certo numero di politologi ha suggerito che le cause di un conflitto etnico non coinvolgano di per sé l'etnicità, ma piuttosto una serie di fattori istituzionali, politici ed economici. I sostenitori di questa tesi hanno suggerito come il concetto di guerra etnica sia da ritenersi ingannevole perché porta alla conclusione essenzialista che certi gruppi siano obbligati a combatterne degli altri anche se i contrasti spesso avvengano a causa di precise decisioni politiche.

I primordialisti non tengono conto delle variazioni spazio-temporali nella violenza etnica. Se questi "antichi sentori" appaiono sempre presenti nella coscienza di un popolo, i gruppi etnici si sentono rafforzati nell'usare la violenza. Ad ogni modo, la violenza etnica si presenta sempre in maniera sporadica. Ad esempio, Varshney ha evidenziato come negli anni '90 in Jugoslavia fosse scoppiato un conflitto etnico che era perdurato già nei decenni precedenti al collasso dell'URSS.

I primordialisti hanno riformulato oggi l'idea degli "antichi sentori" e si sono focalizzati più sul ruolo della natura umana. Peterson ha evidenziato come l'esistenza di odio e animosità siano un elemento storico importante: "Se un "antico odio" significa un odio consumato giornalmente da una gran massa di persone, questi "antichi odi" non hanno senso. Ma se invece questi divengono uno "schema" che guida le azioni in alcune situazioni, questa concezione deve essere presa molto più seriamente."

Gli strumentalisti Anthony Smith ha notato come la teoria degli strumentalisti "prese piede tra gli anni '60 e '70 del Novecento negli Stati Uniti, nel bel mezzo del dibattito tra la persistenza etnica (dei bianchi) in quella che era divenuta una melting pot". Questa nuova teoria ha tentato di spiegare i conflitti etnici come azioni derivate dai capi che li guidano, "che usano i loro gruppi culturali o siti di mobilitazione di massa o costituenti governativi per la loro competizione per il potere e per il possesso di risorse". In questa teoria, l'etnicità e la razza sono visti come strumenti per raggiungere un preciso scopo finale.

L'etnicità è vista dunque come una percezione e come non cruciale dagli strumentalisti. Gli studiosi di questa scuola di pensiero generalmente non si oppongono al fatto che le differenze etniche giochino un ruolo fondamentale in molti conflitti, ma semplicemente riportano che queste non siano sufficienti a spiegare l'origine di un conflitto.

Le mobilitazioni di massa di gruppi etnici possono aver successo solo se vi sono delle differenze etniche latenti da poter mettere in piazza, altrimenti i politici non hanno modo di appellarsi a questioni economiche o ideologiche. Inoltre imprenditori etnici o altri tipi di élite possono cercare di mobilitare dei gruppi etnici per ottenere il loro supporto politico negli stati democratici. I teorici strumentalisti enfatizzano questa interpretazione degli stati etnici nei quali un gruppo etnico viene promosso a spese di altre etnicità.

Ancora oltre, la mobilitazione di masse etniche può essere piagata da problemi di azione collettiva, in particolare se le proteste etniche portano alla violenza. Gli studiosi strumentalisti hanno tentato di rispondere a questo problema; ad esempio Hardin ha sostenuto che la mobilitazione etnica va incontro a problemi di coordinazione e non tanto di azione collettiva. Egli identifica il capo carismatico come punto focale attorno al quale i membri di un gruppo etnico si ritrovano. L'esistenza di un attore aiuterebbe a comprendere anche le contrapposizioni con altri gruppi e altri capi.

I costruttivisti Un terzo gruppo, quello dei costruttivisti, ha evidenziato la necessità dell'importanza di gruppi etnici di natura sociale costruita, basandosi sul concetto espresso da Benedict Anderson della comunità immaginata. I proponenti di questo punto di vista citano il Ruanda come un esempio in quanto la distinzione Tutsi/Hutu venne codificata dall'impero coloniale belga negli anni '30 del Novecento sulla base delle proprietà di bestiame, delle caratteristiche fisiche e dei resoconti delle chiese. Le carte d'identità vennero concesse sulla base di queste caratteristiche, e questi documenti giocarono un ruolo chiave nel genocidio del 1994.

Secondo alcuni la teoria costruttivista non sarebbe in grado di spiegare le variazioni locali e regionali della violenza etnica. Ad esempio, Varshney ha evidenziato come negli anni '60 del Novecento la "violenza razziale negli Stati Uniti fosse concentrata prevalentemente nelle città del nord; le città del sud, seppur direttamente coinvolte a livello politico, non presentarono scontri".

Nella sua opera The Geography of Ethnic Violence, ad esempio, Monica Duffy Toft mostra come la presenza nel territorio di identità socialmente costruite, di leader carismatici siano precedenti rispetto all'arrivo della violenza. Secondo alcuni il costruttivismo sarebbe la soluzione adeguata a comprendere il problema dei conflitti etnici, dal momento che "i puri essenzialisti ed i puri strumentalisti non esistono più oggigiorno".

Studi del mondo dopo la Guerra Fredda La fine della Guerra Fredda ha acceso l'interesse su due importanti questioni sui conflitti etnici: dove vi è un conflitto etnico si può verificare la violenza che può sfociare anche in una violenza su vasta scala (studi di sicurezza, studi strategici, politica mondiale).

Uno dei punti più dibattuti relativo ai conflitti etnici è se essi siano aumentati o meno dopo la fine della Guerra Fredda. Alla fine del conflitto, infatti, studiosi come Samuel P. Huntington e Robert D. Kaplan avevano predetto la proliferazione di conflitti alimentati dallo scontro delle civiltà, dal tribalismo, dalla scarsità delle risorse e dalla sovrappopolazione.

Il periodo successivo alla Guerra Fredda vide un gran numero di movimenti secessionisti, in particolare negli stati comunisti. I conflitti che coinvolgevano movimenti secessionisti si presentarono nell'ex Jugoslavia, nella Transnistria in Moldavia, tra gli armeni in Azerbaigian, tra gli abkhazi e gli osseti in Georgia. Al di fuori del blocco comunista, vi furono delle tendenze etno-separatiste nel medesimo periodo in aree come lo Sri Lanka, la Papua occidentale, il Chiapas, Timor Est, i Paesi Baschi, la Catalogna, il Sudan del Sud e tra i talebani dell'Afghanistan.

Secondo alcuni teorici, questi movimenti non rappresentarono un'incidenza di conflitto etnico, dal momento che le combattute durante la Guerra Fredda come conflitti etnici erano divenuti i punti chiave del conflitto stesso. Le ricerche hanno mostrato come la caduta del comunismo e l'incrementare del numero degli stati capitalisti venne accompagnato dal declino della guerra totale, delle guerre etniche, delle guerre rivoluzionarie e del numero di rifugiati di guerra. Indeed, some scholars have questioned whether the concept of ethnic conflict is useful at all. Altri hanno supportato la tesi secondo la quale l'idea dello "scontro di civiltà" non sarebbe da ritenersi valida in questi contesti perché dopo la Guerra Fredda è divenuto difficile parlare di "civiltà" ma più frequentemente si è parlato di gruppi etnici interni alla medesima società.

Una questione chiave affrontata dagli studiosi nel tentativo di adattare le loro teorie agli stati di violenza etnica su vasta scala è quella di considerare gli attori di un conflitto come "razionali". Prima della fine della Guerra Fredda, il consenso comune tra gli studiosi era quello di considerare che coloro che operavano nei vari gruppi etnici fossero attori irrazionali o semi-razionali. Se questo fosse vero, non sarebbe possibile dare una spiegazione generale alla violenza etnica di un conflitto. Negli anni, invece, gli studiosi hanno preferito spostare l'idea al considerare come razionali gli attori di uno scontro, interrogandosi invece sul perché di alcune azioni apparentemente irrazionale (come, ad esempio, combattere per un territorio di poco interesse) must therefore be explained in some other way.