Diavoli o pedofili della Bassa modenese è una espressione giornalistica impropriamente riferita a una presunta setta che, tra il 1997 e il 1998 nella Bassa modenese, nei due paesi di Mirandola e Massa Finalese, avrebbe organizzato riti satanici nei quali sarebbero stati molestati e assassinati bambini.

Dalla denuncia di uno dei bambini, seguì l'allontanamento di sedici bambini dalle proprie famiglie. I danni sono stati permanenti. Oltre 20 persone furono accusate di far parte di una setta di pedofili e satanisti. L'ipotesi era che il gruppo avesse abusato sessualmente, fisicamente e psicologicamente, di 16 bambini, di età compresa tra gli 0 e i 12 anni, sia tra le mura di casa, sia attraverso riti satanici nei cimiteri della zona. Tutti i bambini furono allontanati dalle famiglie e nessuno di loro vi fece più ritorno, rimanendo a vivere presso le famiglie affidatarie, crescendo a volte nella convinzione di essere stati davvero vittima di abusi sessuali, mentre, in altri casi, alcune delle presunte vittime ritrattarono successivamente le accuse.

Dalla vicenda sono originati quattro distinti processi penali, che hanno avuto esiti differenti: le accuse di abusi e riti satanici nei cimiteri sono state archiviate per mancanza di prove, mentre per alcuni imputati sono state confermate quelle relative ad abusi domestici. Alcune delle persone coinvolte nella storia sono morte in seguito al coinvolgimento nella vicenda, altre sono state condannate mentre altre ancora sono state completamente assolte. Le iniziali accuse di abuso rituale satanico nei confronti di minori da parte di una rete di satanisti che compivano riti nei cimiteri vennero ritenute non provate e tutti gli imputati vennero assolti da queste accuse. La verità processuale stabilì che non ci furono riti satanici né tanto meno che vennero commessi omicidi e venne inoltre ipotizzato che le tecniche di interrogatorio dei bambini da parte degli psicologi li avessero portati ad elaborare falsi ricordi.

Nel 2000 tutti i 15 imputati vennero condannati in primo grado; nel 2001, la sentenza d’appello differenziò le posizioni processuali assolvendo 8 imputati per "non sussistenza del fatto", mentre riformulò la sentenza per altri sette con pene più lievi ritenendoli colpevoli di abusi domestici ma senza alcuna impronta rituale; la sentenza è stata confermata nel 2002 in Cassazione, smontando la pista satanista e parlando esplicitamente di “falso ricordo collettivo”. Per contro, la Cassazione annullò due delle otto assoluzioni e rinviò il giudizio alla Corte d'appello, che nel 2013 assolse di nuovo gli imputati usando parole durissime per gli inquirenti e, soprattutto, per chi ha interrogato i bambini come le psicologhe definite “oggettivamente inesperte” e il loro approccio “assolutamente censurabile (…) perché del tutto impropriamente veicola nella mente dei bambini dati e informazioni che ne possono contaminare ogni successivo racconto”.

Storia Tutto nasce quando i servizi sociali decidono di allontanare un bambino, il bambino 0, dalla dimora di amici di famiglia e vicini di casa cui i genitori dello stesso avevano chiesto aiuto per ospitare due figli più giovani, un bambino di circa tre anni e una ragazza adolescente. Il nucleo familiare di origine era, in quel momento, privo di risorse economiche e di una dimora stabile a seguito dello sfratto esecutivo dall’appartamento delle case popolari di Massa Finalese. Il bambino più piccolo, dopo aver trascorso alcuni mesi unitamente alla sorella presso i vicini di casa, seguito dai servizi sociali, viene allontanato senza un reale motivo dalle cure di entrambe le famiglie e affidato al Cenacolo Francescano. Per brevi periodi il bambino 0 torna nella casa dei genitori e, dopo uno di questi periodi, molti mesi dopo, dai racconti del bambino fatti prima alla madre affidataria e poi alla psicologa del servizio sociale, si ipotizza che potrebbero esserci state delle molestie su di lui da parte del fratello maggiore e del padre; alla psicologa del servizio sociale, Valeria Donati, il bambino inizierebbe a raccontare alcuni episodi che col tempo si arricchiscono di particolari scabrosi; attraverso i colloqui condotti con la tecnica del "disvelamento progressivo", il bambino coinvolge sempre più persone; il 17 maggio 1997 vengono arrestati con l'accusa di pedofilia il padre e il fratello.

Il bambino racconta di abusi e violenze oltre che di filmati pedo-pornografici, coinvolgendo altre persone e un numero non precisato di bambini e, in seguito a ciò, il 15 luglio 1997 venne chiesto il rinvio a giudizio per sette persone. I filmati non vennero comunque mai ritrovati.

Del gruppo di pedofili satanisti, viene accusato di essere il capo don Giorgio Govoni, parroco di San Biagio (frazione di San Felice sul Panaro) e Staggia (San Prospero).. A parte i racconti dei bambini non esistono altre prove.

Tra il 14 gennaio 1998 e il 10 aprile 1998 si svolse il primo processo, noto come “Pedofili 1” in cui vennero condannati sei imputati, tra cui i genitori del bambino per 56 anni di carcere. Durante questo primo processo, l'inchiesta si estese a seguito delle rivelazioni fatte dai bambini alle assistenti sociali e ottenute sempre con la tecnica del disvelamento progressivo, aggiungendo così particolari inverosimili e raccapriccianti, con un numero sempre maggiore di bambini coinvolti e di crimini che ora riguardano anche omicidi, decapitazioni oltre a orge con il coinvolgimento dei loro genitori. Vengono sentiti altri bambini della Bassa che vivono in situazioni di difficoltà e vengono coinvolte sempre più persone. Una bambina in affidamento a una famiglia di Mantova accusa anche la propria maestra nella scuola mantovana che non aveva nessun collegamento con gli altri imputati o con le altre presunte piccole vittime. A seguito delle indagini vennero allontanati altri sedici bambini dalle proprie famiglie.

Nel frattempo, il 12 novembre 1998, in forza di un decreto provvisorio ed urgente emesso dal Tribunale per i Minorenni di Bologna vennero prelevati dalle forze dell'ordine i quattro figli minori dei coniugi Lorena Morselli e Delfino Covezzi di Massa Finalese, una insegnante e un artigiano in ceramica molto conosciuti nella zona per il loro impegno nel sociale. I coniugi vennero inizialmente accusati solo di scarsa vigilanza sui propri figli, in quanto non si erano accorti che essi partecipavano a riti satanici, e poi, a seguito di quanto raccontato da alcuni dei loro figli, verranno coinvolti nell'accusa di pedofilia e abusi sessuali. Nell’estate del 1998, una nipote dei coniugi, una bambina di circa otto anni, figlia di uno dei fratelli di Lorena, era stata a sua volta allontanata a cura dei servizi sociali di Mirandola dai genitori recentemente separati, con pretesti relativi a problemi di salute fisica e psichica della madre. In seguito, la bambina aveva iniziato a raccontare di abusi, di percosse, di messe nere nei cimiteri, coinvolgendo anche i quattro cuginetti, due bambini e due bambine di età compresa tra gli undici e i quattro anni. I bambini racconteranno di strani riti in cui era coinvolto il prete don Govoni, con la complicità dei genitori che mettevano a disposizione i propri figli per cerimonie orgiastiche nei cimiteri durante le quali, secondo il racconto dei due bambini, gli accusati li avrebbero lanciati in aria lasciandoli poi cadere a terra; psicologi, assistenti sociali e magistrati credettero a questi racconti ricostruendo un ambiente nel quale i Covezzi, in combutta col sacerdote, compivano riti con bambini che venivano procurati loro, dietro compenso, dalle famiglie povere della zona. I racconti dei bambini non trovano riscontri in quanto non si hanno prove dei riti condotti nei cimiteri né si trovano cadaveri di bambini che sarebbero stati buttati nel fiume. Le perizie medico-legali effettuate sui quattro bambini non produssero alcun esito, in quanto non vennero rilevati né cicatrici né altre prove che le pratiche raccapriccianti descritte avrebbero dovuto inevitabilmente lasciare. Secondo le accuse scaturite dai racconti dei bambini sentiti dagli assistenti sociali e dagli psicologi, nei cimiteri di notte si sarebbero compiuti per anni riti orgiastici dove sarebbero stati abusati e in alcuni casi sgozzati altri bambini; i cadaveri sarebbero poi stati gettati nel fiume Panaro da don Govoni; i bambini sarebbero stati spinti a questi riti satanici dai loro stessi genitori. Nessuna denuncia di scomparsa risulta però agli atti e nessun cadavere è stato mai ritrovato. Una delle figlie di Covezzi racconterà poi di aver subito abusi dagli zii Emidio e Giuseppe, e dal nonno Enzo, sempre in presenza di don Govoni; vennero quindi arrestati Emidio, Enzo e Giuseppe. La ragazzina, non ancora dodicenne, affermò di essere stata sequestrata dai parenti e sottoposta a sevizie nel brevissimo tratto tra l’uscita della scuola media che frequentava e la fermata della scuola bus, peraltro condotto dal suo padre affidatario. Né gli insegnanti né i compagni di scuola della ragazza, né tantomeno il padre affidatario si sono mai avveduti di queste improvvise sparizioni della bambina, o di alcun esito delle presunte violenze cui sarebbe stata sottoposta.

Nell'aprile 1999 don Govoni è rinviato a giudizio nel processo Pedofili Bis insieme ad altri 16 imputati. Al processo verrà accusato di usare una ghigliottina nei cimiteri per decapitare bambini della quale però non si trova traccia, come non si trovano corpi nel fiume Panaro dove li avrebbe gettati, oltre a non esistere denunce di scomparsa per alcun bambino nella zona. Il processo si conclude nel 2000 con la richiesta di condanna a 14 anni per don Govoni. Sebbene non fosse stato ritrovato alcun cadavere, né nessuna altra prova come foto o filmati, e inoltre che nessun abuso fosse stato infine certificato, il 5 giugno 2000 il tribunale comminerà pene più dure di quelle richieste dall'accusa per un totale di 157 anni di carcere. Don Govoni non sarà condannato in quanto il tribunale decise di «non doversi procedere per morte del reo», ma nelle motivazioni della sentenza verrà indicato come il capo della setta; nelle motivazioni verrà riportato che sebbene «non risulti accertato se si sia trattato di violenze rituali effettive o simulate», tuttavia questo «è necessario ai fini della integrazione degli elementi costitutivi della fattispecie di reato contestato».

Il processo di appello nel marzo 1999 e la Cassazione nel settembre 2000 confermarono le condanne del primo processo, noto come “Pedofili 1”, ma solo per gli abusi in ambito domestico e non per quelli che sarebbero stati commessi nei cimiteri.