Il processo a Herbert Kappler fu celebrato dinanzi alla magistratura militare italiana negli anni 1948-1952. Il principale capo d'accusa concerneva il compimento dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui erano stati trucidati 335 prigionieri italiani come rappresaglia per l'attentato partigiano di via Rasella. Insieme al tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, vennero processati cinque dei suoi subordinati del servizio di sicurezza che avevano partecipato al massacro.
Il processo di primo grado dinanzi al Tribunale militare di Roma ebbe inizio il 3 maggio e si concluse il 20 luglio 1948, quando fu pronunciata la sentenza; giudice relatore fu il tenente colonnello G. M. Carmelo Carbone.. La sentenza di primo grado stabilì che l'eccidio delle Fosse Ardeatine, per la sua entità sproporzionata e per le modalità con cui era stato perpetrato, non si poteva considerare una rappresaglia legittima in base al diritto internazionale bellico. L'ordine di uccidere 320 ostaggi, che Kappler (secondo la ricostruzione dei fatti accertata dalla Corte) aveva ricevuto dai suoi superiori, era un ordine oggettivamente illegittimo. Tuttavia i giudici, presa in considerazione la rigida disciplina vigente fra le SS, ritennero non provata la circostanza che Kappler avesse eseguito l'ordine avendo coscienza della sua illegittimità; pertanto lo prosciolsero dall'accusa limitatamente a tali 320 vittime, applicando la scriminante dell'adempimento di un dovere. Lo ritennero invece colpevole dell'omicidio delle restanti quindici persone, che, secondo i giudici, erano state uccise per effetto di un'iniziativa dello stesso Kappler. Pertanto Kappler fu condannato all'ergastolo e rinchiuso in carcere, con sentenza confermata in appello nel 1952 e passata in giudicato.. Gli altri imputati furono invece assolti in primo grado, in quanto agirono per ordine di un superiore. Kappler fu inoltre condannato per il reato di requisizione arbitraria, per aver estorto cinquanta chilogrammi d'oro alla comunità ebraica di Roma nel settembre 1943.
Il giudizio di primo grado I capi d'imputazione e le parti
I sei imputati erano: Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS (SS-Obersturmbannführer); Borante Domizlaff, maggiore delle SS (SS-Sturmbannführer); Hans Clemens, capitano delle SS (SS-Hauptsturmführer); Johannes Quapp, maresciallo capo delle SS (SS-Hauptscharführer); Kurt Schütze, maresciallo ordinario delle SS (SS-Oberscharführer); Karl Wiedner, sergente maggiore delle SS (SS-Scharführer).
I capi d'imputazione erano: per tutti gli imputati: concorso in violenza con omicidio continuato commesso da militari nemici in danno di cittadini italiani; per il solo Kappler: estorsione aggravata..
Il primo capo d'imputazione si riferiva all'eccidio delle Fosse Ardeatine; gli imputati erano accusati
L'imputazione di estorsione per Kappler si riferisce ai fatti del 26-28 settembre 1943, quando Kappler ingiunse alla comunità ebraica di Roma di "versare" ai tedeschi, entro trentasei ore, cinquanta chilogrammi d'oro, sotto la minaccia che, in caso contrario, tutti gli ebrei della capitale (o, secondo un'altra versione, duecento fra essi) sarebbero stati arrestati e deportati. Il riscatto venne effettivamente pagato nei termini richiesti, ma ciò non impedì i successivi arresti e rastrellamenti a seguito dei quali complessivamente ebrei romani furono deportati (e quasi tutti uccisi) nei campi di sterminio.
La Corte era composta da: generale Euclide Fantoni (presidente), tenente colonnello Carmelo Carbone (giudice relatore), colonnello Gustavo Valente, colonnello dell'aeronautica Giuseppe Sivieri, colonnello Paolo De Rita, capitano di vascello Silvio Montanarella (supplente). Pubblico ministero era il sostituto procuratore militare tenente colonnello Vittorio Veutro, assistito dal cancelliere sottotenente Mario Siracusa. Gli avvocati della difesa erano: Giuseppe Mundula e Italo Galassi (avvocati di fiducia di Kappler), Ivo Coccia (avvocato d'ufficio di Clemens), Alessandro Fazioli (avvocato d'ufficio di Domizlaff), Nicola Bonelli (avvocato di fiducia di Quapp), Teresa Piatti (avvocatessa di fiducia di Schütze e Wiedner). Per tradurre dall'italiano al tedesco e viceversa era presente un nutrito gruppo di interpreti.. Il collegio difensivo fu affiancato da un coadiutore tedesco, Erich Müller..
Nella fase istruttoria del procedimento, Kappler aveva chiamato in causa altri ufficiali tedeschi, fra cui il capitano delle SS Erich Priebke: costoro vennero ricercati, ma non vennero trovati e non figurarono pertanto fra gli imputati del processo.
La deposizione di Kappler La prima udienza iniziò con un folto pubblico e in un clima di tensione; terminato l'appello degli imputati e degli interpreti, fra il pubblico si udì piangere una donna; fecero seguito urla della parola «assassini» rivolte agli imputati, accompagnate da altri insulti e pianti. Il presidente ordinò allora ai carabinieri di far sgombrare l'aula, cosa che avvenne con difficoltà. La prima udienza del processo riprese così a porte chiuse.. Lo storico Joachim Staron scrive che «durante tutto il processo, gli imputati, e Kappler in particolare, continuarono a essere ricoperti di insulti dal pubblico presente, e anche tra gli stessi spettatori scoppiarono in continuazione delle risse». Uno dei testimoni, il generale Roberto Bencivenga, «a un certo punto in un impeto di rabbia gridò che i difensori dovevano vergognarsi di difendere un personaggio come Kappler: al che scoppiò nell'aula del tribunale un tale caos che il presidente decise di interrompere la seduta». La sorella di una delle vittime delle Fosse Ardeatine tentò anche di aggredire fisicamente Kappler, ma fu subito bloccata dai carabinieri..
Nella sua deposizione Kappler, dopo aver dichiarato che quello di via Rasella non era «il primo attentato che accadeva a Roma» in quanto prima di esso ben «quindici casi mortali si erano già verificati», descrisse i preparativi dell'eccidio delle ArdeatineDeposizione di Kappler, citata in . Secondo Kappler, poiché inizialmente si erano reperiti solamente 170 nomi «degni di morte» da includere nella lista dei fucilandi, egli si trovò «costretto ad includere nella lista cinquantasette ebrei», in quanto, disse, «per ogni ebreo che non avessi compreso nell'elenco avrei dovuto prendere gente la cui colpevolezza non avrei potuto dimostrare oppure ricorrere ai centodieci uomini rastrellati in via Rasella. Si trattava insomma di provocare il minor male possibile, dato che gli ebrei erano considerati nostri nemici»Deposizione di Kappler, citata in .
Rileva la giurista Zara Algardi che Kappler conosceva l'italiano, ciononostante si esprimeva esclusivamente in tedesco facendosi tradurre frase per frase dall'interprete; varie volte, durante il suo interrogatorio, egli sottolineò le proprie convinzioni anticomuniste. Secondo Kappler, don Pietro Pappagallo (sacerdote trucidato anch'egli alle Ardeatine) era «socio attivo di un gruppo di comunisti». Richiesto dal presidente circa il perché dell'uccisione dei fratelli Cibei, di cui uno aveva quindici anni e l'altro (secondo il magistrato) quattordiciIn realtà Duilio Cibei era nato l'8 gennaio 1929 ed aveva pertanto quindici anni al momento della morte; Gino Cibei era nato il 13 maggio 1924 e aveva dunque diciannove anni. Peraltro, i fratelli Cibei rientravano nella lista dei prigionieri a disposizione delle autorità tedesche, e non invece fra quelli consegnati dalla polizia italiana: cfr. l'elenco dei caduti, sul sito Anfim., Kappler rispose di non saperne niente: «Sono state fucilate cinque persone in più del previsto. Non ho mai potuto accertare come siano arrivate alle Fosse Ardeatine. Nella polizia italiana non tutto si svolse regolarmente. A Regina Coeli un impiegato spaventato aprì una cella a caso e consegnò i detenuti che v'erano dentro»Deposizione di Kappler, citata in ..
Kappler affermò che l'eccidio delle Ardeatine si sarebbe evitato se gli attentatori di via Rasella si fossero presentati ai tedeschi oppure se fosse pervenuta un'offerta da parte della popolazione; aggiunse che «da mesi erano affissi i manifesti per gli attentati con la indicazione della rappresaglia da 1 a 10». Secondo Algardi, queste affermazioni facevano parte di una strategia processuale concordata da Kappler con alcuni dei suoi difensori, finalizzata a «stornare l'odio della popolazione romana sugli autori dell'attentato» e sui loro dirigenti politici. Sempre secondo Algardi «la manovra non riuscì poiché si sapeva che i manifesti di cui parlava l'imputato erano stati affissi, due mesi prima, per soli due giorni; e che nessun manifesto del genere era stato affisso dopo l'attentato di via Rasella».
Kappler asserì di avere fatto «il possibile per ridurre al minimo la rappresaglia» e che «la cittadinanza romana, del resto, aveva sempre facilitato gli atti terroristici»Deposizione di Kappler, citata in .
Mentre Kappler descriveva nel dettaglio le modalità di esecuzione dell'eccidio, provennero talora insulti e imprecazioni da parte del pubblico presente in udienza:
Kappler sostenne di aver rifiutato le offerte di collaborazione da parte di alcuni italiani che (a suo dire) gli si erano proposti per partecipare all'eccidio; affermò inoltre che non vi era stato alcun intervento per scongiurare o dilazionare la rappresaglia da parte delle autorità italiane o vaticane. Quando il presidente gli fece notare che le vittime erano state uccise con modalità simili a quelle utilizzate per il massacro di Katyn', l'imputato rispose: «Non è di mia competenza stabilire chi ha fatto eseguire la fucilazione di Katyn»Deposizione di Kappler, citata in .È storicamente accertato che il massacro di Katyń fu opera della polizia sovietica.. Kappler raccontò di essere riuscito a persuadere un suo subordinato, tale Wetjen, a partecipare all'eccidio, vincendo la «ripugnanza» di quest'ultimo:
Le deposizioni dei testimoni