Il maltempo sull'Italia dell'ottobre-novembre 2018 determinò una serie di calamità naturali che colpirono varie zone della penisola italiana dal 26 ottobre al 5 novembre 2018, causando un totale di 37 morti e danni per quasi 5 miliardi di euro (dei quali oltre la metà in Triveneto).
Gli eventi furono dovuti a una serie di numerose perturbazioni che dapprima si concentrarono sulla zona del Triveneto, tra Trentino, Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, per poi spostarsi a sud tra la Liguria e la Calabria. La Sicilia, interessata dal maltempo dai primi di novembre, fu la regione che soffrì di più per quanto riguarda la perdita di vite umane: 12 morti, di cui 9 solo per l'alluvione a Casteldaccia. Viene considerata come una delle più gravi disgrazie naturali che abbiano colpito l'Italia in epoca contemporanea.
Cronologia Già dall'inizio dell'ottobre del 2018 l'Europa centro-meridionale fu interessata da varie perturbazioni che causarono ingenti danni soprattutto in Italia, tra Calabria e Sardegna, dove vi furono 5 morti per allagamenti e piccoli eventi franosi; tuttavia questi eventi, secondo gli esperti, non sono da considerare come parte del maltempo tra ottobre e novembre. Dopo l'Italia fu la Francia a soffrire più vittime (16), seguita da Spagna (13) e da Regno Unito (2) e Portogallo (2).
Ottobre 2018
Maltempo sul Triveneto
Alle ore 14 del 26 ottobre la protezione civile della Regione Veneto aveva deciso di emanare l'allerta rossa per parte della rete idrogeologica regionale. Il 28 ottobre poi, a seguito degli aggiornamenti meteo, su quasi tutta la regione Veneto venne estesa l'allerta rossa di elevata criticità di rischio idraulico ed idrogeologico.
Pioggia
Caddero al suolo in soli tre giorni (27, 28 e 29 ottobre) sulle aree montane del Veneto fino a di pioggia registrati nella stazione di rilevamento di Soffranco (Longarone), superando i dati del 1966, e ben 870 mm a Forni di Sotto sulle Prealpi carniche in Friuli. Per diverse stazioni del bellunese, i quantitativi di pioggia caduti durante l'evento hanno costituito un record assoluto da quando l'Agenzia regionale per la protezione ambientale ha iniziato il monitoraggio pluviometrico sul territorio (ossia dal 1992).
L'alluvione ha coinvolto alcuni comuni veneti, trentini e friulani ma anche lombardi: le zone più colpite sono state quelle dell'Agordino, del Cadore, del Feltrino, del Comelico, della Carnia e della Val di Fassa. Le forti e abbondanti piogge hanno fatto straripare i fiumi Piave e Brenta mentre in ambiente montano sono esondati diversi torrenti e gli smottamenti sono stati numerosi. È tracimato anche il lago di Alleghe.
Vento
Il vento di scirocco ha toccato il 29 ottobre (valore istantaneo riportato a 10 m dal suolo) raffiche in Veneto di 192,24 km/h registrate dalla stazione ARPA del monte Cesen e di 166,68 km/h dall'omologa stazione del monte Verena, mentre in Carnia si sono toccati i 200 km/h ed i 170 km/h rispettivamente nelle stazioni Osmer di Cima Rest e di Col Gallina (Polcenigo). In Trentino, sul passo Rolle, il vento ha raggiunto i 217,3 km/h. Le fortissime raffiche (a velocità tra "tempesta violenta" e "uragano"), hanno determinato la morte di numerosissimi alberi e in diversi casi l'abbattimento di intere foreste. Le zone più colpite dal vento sono state l'Altopiano dei Sette Comuni (soprattutto la Val d'Assa e la Piana di Marcesina), la Val Visdende, l'alto Agordino (Rocca Pietore, Colle Santa Lucia, Caprile e Alleghe), l'area circostante il lago di Carezza, le Valli di Fassa e di Fiemme (in particolare Paneveggio) e l'altopiano di Piné. Anche parte della Regione Lombardia (soprattutto la Valcamonica) è stata interessata dagli eventi.
In particolare proprio a causa dell'eradicazione di numerosi alberi lungo le linee elettriche, ma anche a seguito del crollo di piloni, si registrarono fortissimi disagi alla distribuzione di corrente elettrica su tutto il territorio montano del Triveneto. La frana di Isola di Capo Rizzuto La notte del 28 ottobre 2018 a Isola di Capo Rizzuto una frana causata da un movimento prodotto dai lavori di una condotta fognaria danneggiata dalle precipitazioni ha investito e ucciso 4 persone in località Sant'Andrea: tre operai e un imprenditore della zona molto noto.
Maltempo sulla Liguria
Il persistere degli avversi fenomeni atmosferici per diversi giorni, con l'emanazione da parte della Protezione Civile della Regione Liguria di avvisi di allerta gialla e arancione nei rispettivi bacini, ha fatto sì che lo stesso ente emettesse per l'intera giornata del 29 ottobre la divulgazione alla popolazione dello stato di allerta massimo per i bacini B, C, D, E (zona ponentina, centrale, entroterra e levantina); per il bacino A, ossia il tratto compreso tra la costa di Ventimiglia e Noli, l'intera provincia di Imperia e valle del Centa, il livello rimase con la classificazione di allerta gialla e arancione.
Già nei giorni precedenti violenti fenomeni di pioggia torrenziale interessarono pressoché l'intero territorio ligure con notevoli accumuli d'acqua registrati nel breve termine – soprattutto nell'entroterra genovese (alta valle Scrivia, val Trebbia e val Bisagno), chiavarese (val d'Aveto, val Fontanabuona e valle Sturla) e spezzino (Cinque Terre e val di Vara) – e presenza di frane, smottamenti e allagamenti in diversi comuni.
Oltre agli intensi fenomeni piovaschi, una maggiore pericolosità e danneggiamenti si registrarono per le forti raffiche di vento (in alcune rilevazioni nel levante ligure anche superiori ai 100-120 km/h e, a ponente, sui 180 km/h come rilevato dai sensori della Marina di Loano) e le conseguenti mareggiate che, alimentate anche dalla forza del vento, di fatto interessarono l'intero tratto di costa ligure, specialmente nel savonese, nel genovese e nel Tigullio. Proprio il vento fu la causa del decesso dell'unica vittima del maltempo: una donna di 88 anni, di Albisola Superiore, colpita da diverse parti di una copertura e cornicione, scaraventate in strada dal violento e improvviso fenomeno atmosferico, e poi deceduta all'ospedale di Savona per le gravi ferite riportate.
Un'azione congiunta quella tra le raffiche di vento e il moto ondoso del mare che portò tra le giornate del 29 e 30 ottobre a registrare i massimi danni, sia nel settore pubblico che in quello privato durante l'intera fase di emergenza dell'evento meteorologico. Violente ondate, alcune anche alte 7-10 m (l'altezza massima, misurata dagli strumenti presso la boa di Capo Mele nel savonese, fu pari a 10,31 m), si abbatterono con violenza sulla costa savonese e genovese provocando la quasi totale distruzione degli stabilimenti balneari presenti (strutture, dehors, moli) e la cancellazione di interi tratti di spiaggia sabbiosa e acciottolata. Una prima valutazione del locale sindacato italiano dei balneari, nelle ore successive alla mareggiata del 29 ottobre, stimò che su 1300 stabilimenti attrezzati liguri circa 100 risultarono completamente distrutti e circa 400 furono seriamente danneggiati, per un danno di almeno 50 milioni di euro.
Nel territorio comunale di Genova, oltre al monitoraggio dei principali torrenti Bisagno e Polcevera, quest'ultimo osservato speciale anche a seguito del crollo del ponte Morandi del 14 agosto 2018, la violenta mareggiata provocò danni nell'intero litorale genovese, da Voltri a Nervi. Si registrarono cedimenti di alcuni tratti della passeggiata Anita Garibaldi di Nervi e devastazioni nel borgo marinaro di Boccadasse e alle infrastrutture private e pubbliche dei quartieri di Sturla, Pegli e Voltri, per un danno calcolato a circa 8 milioni di euro.
Una forza quella del mare che si abbatté anche contro le infrastrutture portuali: particolarmente colpiti furono il porto pubblico di Santa Margherita Ligure e il porto turistico internazionale "Carlo Riva" di Rapallo, col cedimento delle rispettive dighe foranee. L'improvviso crollo di alcuni tratti dei muri di contenimento provocò una conseguente vulnerabilità dei porti stessi, in primis, ma anche del tratto di costa delle due città del Tigullio occidentale, con allagamenti e danni ai lungomari e alle attività commerciali ivi presenti. In particolare a Santa Margherita Ligure, dopo il crollo di circa 10 m della diga foranea, in un tratto risistemato e rinforzato con lavori conclusi nel 2014, si registrarono danni ai servizi portuali e alla locale caserma della Capitaneria di porto, l'affondamento di imbarcazioni e allagamenti via mare della principale strada lungo la marina. Verso Portofino, la furia del mare causò l'intero cedimento di un tratto di strada provinciale 227 nei pressi della frazione di Paraggi e vistosi e seri danni alla struttura del Covo di Nordest, nota discoteca del territorio. Il crollo della provinciale provocò altresì l'isolamento stradale di Portofino rispetto a Santa Margherita Ligure - la 227 è infatti l'unica arteria carrabile di questo tratto del territorio tigullino - tanto da rendere il comune raggiungibile esclusivamente via mare con l'ausilio di battelli e imbarcazioni o via terra tramite sentieri e percorsi boschivi nell'omonimo promontorio. Per ovviare alla situazione d'emergenza, l'Ente Parco di Portofino e le amministrazioni di Portofino e di Santa Margherita Ligure autorizzarono l'adeguamento semi-carrabile (per veicoli a due ruote e per mezzi di emergenza), portato a compimento dal Genio militare, di alcuni percorsi boschivi pedonali, in particolare del tratto tra Portofino Vetta e Portofino Mare e tra la frazione sammargheritese di Nozarego e il Mulino del Gassetta (conosciuto come sentiero delle Gave). Quest'ultimo intervento, per alcune tecniche ritenute troppo cementizie, fu poi oggetto di contestazione da parte di alcune associazioni ambientaliste, cui seguirono effettive verifiche da parte dei carabinieri forestali; sul finire di novembre dello stesso anno, i lavori al sentiero furono interrotti dall'ente parco anche per l'adeguamento dell'altro percorso verso Portofino. Nel tratto di strada provinciale tra Santa Margherita Ligure e Paraggi, invece, fu costruita tra fine novembre e inizio dicembre 2018 una temporanea passerella pedonale a sbalzo utilizzata, nei primi giorni d'apertura, a esclusività dei residenti della zona e, nel periodo natalizio, aperta a tutti i pedoni.
Tra i danni che si registrarono a Portofino, oltre al cedimento di una parte della centrale e celebre "piazzetta", vi fu l'interruzione dei servizi elettrici e gas nei giorni successivi all'evento e soprattutto problematiche nei collegamenti con i centri di Santa Margherita Ligure, di Rapallo e del Golfo Paradiso.
Nella vicina Rapallo il cedimento della diga foranea, rinforzata come metratura e altezza nel corso degli anni duemila dopo un analogo ma meno intenso fenomeno atmosferico, provocò danni maggiori, con l'affondamento di imbarcazioni nella zona tra il porto pubblico e quello privato e, con la rottura dei vari ormeggi, la fuoriuscita dal porto "Carlo Riva" di centinaia di barche e yacht che, alla deriva e per il moto ondoso del mare, affondarono nel golfo rapallese o si incagliarono in buona parte presso la massicciata del lungomare Vittorio Veneto e in altre zone a ponente (zona Lido e foce del torrente Boate) e a levante della città (zona della foce del torrente San Francesco, presso il locale castello sul mare, e zona delle Nagge). Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre, inoltre, venti diportisti presenti all'interno del porticciolo e intrappolati nelle loro imbarcazioni per la furia del mare furono messi in salvo da squadre di soccorso dei vigili del fuoco.