Le elezioni parlamentari in Thailandia del 2019 si tennero il 24 marzo e furono le prime dopo il colpo di Stato del 2014 che consegnò il potere al comandante in capo dell'esercito, generale Prayut Chan-o-cha, leader della giunta militare nota come Consiglio nazionale per la pace e per l'ordine che organizzò il colpo di Stato. Prayut gestì i successivi cinque anni di dittatura militare con la carica di primo ministro ricevuta da un Parlamento i cui membri furono nominati dalla giunta. Si presentò a questa consultazione come candidato a primo ministro per il nuovo Partito Palang Pracharath, sostenuto dalla giunta militare.

Le elezioni ricevettero grandi critiche in Thailandia e all'estero sia per il modo in cui furono concepite, secondo la Costituzione del 2017 voluta dalla giunta militare, sia per il discutibile modo in cui vennero gestite da funzionari nominati dalla stessa giunta militare. I risultati definitivi non furono come di consueto annunciati nei giorni immediatamente successivi, ma furono resi pubblici a fine maggio. Il Partito Palang Phacharat e i suoi alleati ebbero una risicata maggioranza nella Camera bassa grazie alle nuove regole imposte in fase di scrutinio dei voti dalla Commissione elettorale nominata dalla giunta militare. Fu inoltre determinante per la formazione del nuovo governo il voto dei 250 senatori, tutti scelti dalla stessa giunta come prevede la Costituzione del 2017. Il Parlamento dei nuovi eletti si riunì per la prima volta il 24 maggio e il 5 giugno confermò primo ministro il generale Prayut.

Premesse A partire dagli inizi del XXI° secolo, ebbe un grande ruolo nella politica nazionale il magnate delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra, fondatore e leader del partito Thai Rak Thai. Eletto primo ministro dopo le elezioni del 2001 e rieletto dopo aver vinto quelle del 2005 e 2006 con un margine amplissimo di voti, l'imprenditore di Chiang Mai divenne l'idolo delle classi più disagiate per il populismo che caratterizzò i suoi governi, riducendo ad esempio i costi per l'assistenza sanitaria o aiutando gli insolventi. La sua politica fu tesa anche a intaccare gli interessi delle vecchie élite di Bangkok legate ai militari e alla monarchia; si venne così a creare un ultradecennale conflitto che coinvolse anche gran parte della popolazione.

La sua carriera politica ebbe fine il 19 settembre 2006 con un colpo di Stato dopo il quale i militari fecero un lavoro capillare per distruggere il potere di Thaksin. I militari guidarono il paese fino alle elezioni del dicembre 2007, che portarono al potere il Partito del Potere Popolare (PPP), alleato di Thaksin, ma dopo otto mesi di proteste di piazza dei conservatori la Corte costituzionale disciolse il PPP per presunti brogli elettorali. Nell'aprile e maggio del 2010, le manifestazioni ad oltranza nelle strade di Bangkok del Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura, gruppo che appoggiava le politiche di Thaksin e che chiedeva nuove elezioni, furono represse dalle forze dell'ordine con la forza e il bilancio finale degli scontri fu di 90 morti e feriti. Le elezioni del luglio 2011 videro il largo successo del Partito Pheu Thai guidato da Yingluck Shinawatra, sorella minore di Thaksin, che fu eletta primo ministro. Nel 2014 fu destituita dalla Corte costituzionale dopo mesi di agguerrite proteste delle opposizioni.

Quello stesso mese, la giunta militare denominata Consiglio nazionale per la pace e per l'ordine effettuò un colpo di Stato guidato dal comandante in capo dell'esercito Prayut Chan-o-cha, che si auto-proclamò Primo ministro ad interim. Nei cinque anni successivi, malgrado le pressioni internazionali per il ritorno alla democrazia, Prayut mantenne il controllo del governo senza fissare nuove elezioni ed esercitò una forte repressione sull'opposizione legata agli Shinawatra. Il 6 aprile 2017, re Vajiralongkorn controfirmò la nuova Costituzione (la 20ª da quando fu introdotta la monarchia costituzionale nel 1932) che aumentò i poteri dei militari e della Corte costituzionale in ambito politico per prevenire il ritorno al potere di Thaksin Shinawatra e dei suoi alleati.

Sistema elettorale Le elezioni del 2019 furono le prime svoltesi secondo la Costituzione del 2017 voluta dai militari. Si tennero secondo un nuovo sistema misto, in cui su un'unica scheda elettorale si assegnò un voto ai partiti per la circoscrizione elettorale che assegnò 350 seggi secondo il sistema proporzionale e un voto ai candidati di una lista nazionale che assegnò 150 seggi compensativi secondo la uninominale secca.

Per la prima volta nella storia del paese il primo ministro non doveva obbligatoriamente essere stato eletto in Parlamento, composto dai 500 deputati della Camera bassa scelti dal popolo con queste elezioni, mentre i 250 senatori venivano scelti tutti dalla giunta militare. Quest'ultimo aspetto sancito dalla nuova Costituzione fu al centro delle critiche a livello nazionale e internazionale, in quanto garantì un iniquo e difficilmente sovvertibile vantaggio al partito di Prayut, che poteva inoltre contare su qualche partito alleato per un'eventuale coalizione di governo.

Partiti Tra i 77 partiti che si disputarono le elezioni, erano presenti i due maggiori partiti delle Elezioni del 2011, il Pheu Thai che faceva riferimento al magnate ed ex primo ministro Thaksin Shinawatra e il Partito Democratico che aveva perso le elezioni e guidato l'opposizione fino al colpo di Stato. Tra i nuovi partiti vi furono il Partito Palang Pracharath, che appoggiò il leader della giunta Prayut, e il Partito del Futuro Nuovo, il cui programma rivolto all'elettorato più giovane prevedeva il ritorno a una democrazia reale ed era guidato dal magnate dell'industria Thanathorn Juangroongruangkit. Il grande successo conseguito da questo partito, che aveva in programma di riformare le forze armate e la Costituzione, indusse i militari ad addossare al suo leader Thanathorn molteplici accuse per inibirlo dalla politica. Un'altra formazione che prese molti voti fu il Partito Bhumjaithai, fondato nel 2008.

Era inizialmente in lizza anche il Partito Thai Raksa Chart, alleato di Pheu Thai, che candidò alla carica di primo ministro la principessa Ubolratana Rajakanya, sorella maggiore del re Vajiralongkorn. Subito dopo la presentazione, avvenuta un mese e mezzo prima delle elezioni, la candidatura fu bloccata dal sovrano, che la definì anti-costituzionale, e il partito fu disciolto dalla Corte costituzionale della Thailandia qualche giorno dopo. La Corte inoltre inibì 14 dei dirigenti del partito alla politica attiva per 10 anni e tutti i suoi candidati a presentarsi per altri partiti in queste elezioni.

Campagna elettorale Dopo il colpo di Stato del 2014, tra i vari divieti imposti dalla giunta militare vi erano stati quelli del dissenso e delle critiche al proprio operato, per evitare il conflitto tra le opposte fazioni popolari; a questo proposito i media erano stati sottoposti a una rigida censura e alcuni dovettero chiudere. L'11 dicembre 2018 il governo rimosse il divieto sui raduni pubblici e sulle attività politiche dei partiti ma non quello sulle critiche all'operato della giunta e alla monarchia. In marzo una giornalista fu sospesa per aver chiesto nel suo popolare programma televisivo a degli studenti neo-votanti cosa pensassero del primo ministro Prayut che rifiutava i confronti televisivi con altri politici, dei membri del Senato che sarebbero stati tutti scelti dai militari, della strategia ventennale per la Thailandia annunciata dalla giunta e se erano d'accordo che si poteva vivere senza democrazia a patto che le condizioni di vita migliorassero.

Stazioni televisive internazionali attive in quel periodo in Thailandia come la BBC, CNN, Al Jazeera, Bloomberg e Australia Network furono oscurate per alcuni giorni in febbraio e in marzo senza che fosse loro notificato il motivo della censura. Chiunque manifestasse dissenso verso la giunta o supporto per gli ex primi ministri Thaksin Shinawatra e Yingluck Shinawatra fu considerato una minaccia alla sicurezza nazionale e arrestato secondo una legge sulla sedizione che prevedeva fino a 7 anni di carcere. I politici oppositori della giunta furono incriminati quando vennero scoperti a criticarne l'operato sui media e subirono altre restrizioni, come un limitato accesso ai media, mentre Prayut ebbe un accesso illimitato. La Commissione elettorale fu meno aggressiva nel giudicare le accuse ufficiali rivolte al Partito Palang Pracharat di aver ricevuto finanziamenti statali con la raccolta fondi per la campagna elettorale che portò nelle casse del partito 650 milioni di baht. Nonostante il diritto di voto fosse normalmente garantito a tutti dagli obblighi sui diritti umani presi dalla Thailandia a livello internazionale, per queste elezioni fu negato ai monaci buddhisti e ai criminali detenuti, anche se non ancora condannati.

Votazioni I thailandesi all'estero votarono tra il 28 gennaio e il 19 febbraio, mentre una prima sessione elettorale in Thailandia si svolse il 17 marzo. Le elezioni principali si tennero tra le 8 e le 17 del 24 marzo. Gruppi per i diritti civili e osservatori politici criticarono il sistema di voto e la Commissione elettorale per i molti errori e irregolarità. Anche l'esito finale fu aspramente contestato, vi furono diversi rinvii sull'annuncio dei risultati definitivi, che secondo il comitato organizzatore avrebbero potuto essere disponibili il 9 maggio. Il primo annuncio ufficiale dei risultati parziali fu il 26 marzo, con il Partito Pheu Thai in vantaggio come numero di seggi, con una maggioranza non assoluta, seguito a breve distanza dal Partito Palang Pracharath, che poteva invece contare su un numero maggiore di voti a livello nazionale. Terzo era il Partito del Futuro Nuovo, seguito dal Partito Democratico e dal Partito Bhumjaithai.

Risultati provvisori Dopo numerosi rinvii, dei quali non fu chiarito il motivo, il 28 marzo la Commissione elettorale fornì i risultati relativi a 350 circoscrizioni elettorali e ordinò il blocco dello scrutinio per i 150 seggi compensativi, dando come spiegazione la necessità di stare concentrati sull'incoronazione di Rama X, in programma per il 4 maggio.. La commissione aggiunse che i risultati definitivi sarebbero stati resi noti il 9 maggio. Fu comunque annunciato che avevano votato 38.268.366, il 74.69% dei 51.239.638 aventi diritto. con un calo dello 0,34% rispetto alle elezioni del 2011, quando votò il 75,03% degli aventi diritto. Il sistema di calcolo dei seggi rimase poco chiaro e la Commissione elettorale, duramente criticata per non averlo reso noto al pubblico, l'11 aprile sottopose la questione al giudizio della Corte costituzionale, che respinse le richieste sostenendo che le elezioni erano in linea con quanto disposto dalla Costituzione.

La Commissione elettorale annunciò i risultati definitivi dei seggi compensativi relativi alle circoscrizioni il 7 maggio e il giorno dopo quelli relativi ai seggi distribuiti secondo il sistema proporzionale su scala nazionale. Pheu Thai si aggiudicò la maggioranza relativa delle circoscrizioni con 136 seggi, Palang Pracharath ebbe la maggioranza relativa dei voti ma si vide assegnati 115 seggi. Futuro Nuovo, Partito Democratico e Bhumjaithai ebbero rispettivamente 80, 52 e 51 seggi.