La pagina illustra i palazzi di Teramo situati sia nel centro storico che fuori dalle mura.
Dentro il centro Palazzo civico Il palazzo comunale si affaccia in Piazza Orsini, risalente al XIV secolo, citato per la prima volta nel 1380, come residenza del capitano di Giustizia. Nel XVI secolo la fabbrica è stata rifatta in stile rinascimentale, era sede del Patriziato dei 48 membri illustri provenienti dai quattro quartieri di Teramo. I lavori tuttavia sono proceduti molto a rilento, e il palazzo ha raggiunto l'attuale aspetto solo nella metà dell'Ottocento. L'interno dell'edificio si conserva in veste originale medievale, mentre l'esterno è frutto del rimaneggiamento in stile revival del 1828, curato da Carlo Forti, ad accezione del portico di accesso del loggiato nuovo, con gli archi ogivali che poggiano su pilastri quadrati, realizzati in blocchi di mattone e travertino. In un pilastro della loggia c'è un'opera risalente all'epoca romana, una lastra con ornamento sacerdotali, un'ansa decorata da volute e un lituus con spirale che si avvolge su tre giri. Lo storico Niccola Palma (Storia ecclesiastica e civile, 1832) racconta che era ornata da altri motivi come una testa d'ariete, un coltello per sacrifici, oggi non rintracciabili.
Nell'atrio del palazzo, raggiungibile da un portico, si trovano iscrizioni su pietra d'epoca romana, murate per volere dello studioso Theodor Mommsen (XIX secolo). Negli statuti cittadini del 1440 sono raccolte le funzioni che aveva il grande loggiato, quella inferiore per la politica, e quella superiore per l'amministrazione giuridica. In questa loggia si tenevano anche i mercati. Infatti la grande mola della loggia centrale si differenzia molto dal resto dell'edificio a pianta quadrangolare, di carattere neoclassico ottocentesco, e di costituzione molto inferiore.
Palazzo vescovile
Affacciato in Piazza Martiri della Libertà (già Piazza Vittorio Emanuele II) e in Via del Vescovado, era collegato sino al 1968 direttamente al Duomo mediante un percorso chiuso provvisto di un arco monumentale, detto "Arco di Monsignore". Le prime notizie dell'Episcopio aprutino risalgono al 1307, quando venne costruito da Rainaldo d'Acquaviva. Nel 1465 il vescovo Campano lo fece ampiamente ristrutturare, trasformandolo quasi in una fortezza con merlatura a ghibellina e torri angolari, e il loggiato al pianterreno, come testimonia anche il disegno di Jacobello del Fiore nel polittico di Sant'Agostino (conservato nel Duomo). L'attuale edificio mostra la pianta rettangolare, frutto della trasformazione nel XVI secolo del vescovo Giacomo Silveri Piccolomini, ampliando la parte verso Piazza Martiri della Libertà.
Nel 1738 il vescovo Alessio Tommaso de' Rossi fece erigere il camminamento coperto che collegava il Vescovado al Duomo, sostenuto da un ampio arco a tutto sesto. A quest'epoca risale lo smantellamento delle fortificazioni della struttura, e la demolizione delle torri angolari. L'ultimo restauro fu commissionato dal vescovo Antonio Nuzzi, per restituire, attraverso un complesso e ben riuscito restauro, il palazzo alle sue originarie funzioni di residenza vescovile e sede della Curia. Conserva oggi un bel porticato rinascimentale che si affaccia su Piazza Orsini, con gli archi ogivali ornati da doppia cornice e da pilastrini in pietra, che è stato riportato alla luce da Francesco Savini nei primi anni del Novecento. Il fronte su Piazza Martiri della Libertà possiede un bel loggiato superiore con arcate a tutto sesto.
Seminario diocesano aprutino
Sorge in Via San Berardo, quasi adiacente al Duomo e parzialmente insistente sopra l'anfiteatro romano. Fu istituito nel XVI secolo quando il Concilio di Trento dispose che in ogni diocesi d'Italia fosse eretto un seminario per l'educazione dei giovani avviati alla vita ecclesiastica. Il vescovo di Teramo, Silverio Piccolomini, dette inizio ai lavori, ma l'opera prese consistenza col successore, Giulio Ricci, modificando la "casa di San Berardo" che insisteva su Largo di Torre Bruciata, dove si trovava la storica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, distrutta da Roberto di Loritello nel 1156. Fu eretto l'edificio in via San Berardo, e ampliato per divenire la sede dei vescovi Aprutini. Dopo un breve periodo, il seminario venne chiuso e riaperto poi dal vescovo Vincenzo da Montesanto (1592-1609), e ampliato con grandi lavori da Giuseppe Armenj che inaugurò ufficialmente il seminario nel 1674 con l'acquisto dell'edificio in via San Berardo. Il seminario tuttavia ebbe un periodo di decadenza nel 1727, durante il l'episcopato di Agostino Scorza (1724-31); sicché il successore Monsignor Pirelli aggiunse nuovi corpi prospettanti su via Vittorio Veneto e via Ciotti. Su via Veneto il palazzo aveva il secondo ingresso monumentale con lapide dedicatoria, chiuso poi quando il corpo divenne una bottega, mentre in via San Berardo veniva aperto l'ingresso monumentale. Il vescovo Francesco Trotta alla fine dell'Ottocento apportò delle modifiche, sopraelevando l'ala che guarda sul cortile, e le scuole rivolte in via San Berardo. Mentre il monsignor Settimio Quadraroli rinnovò la pavimentazione negli anni '20, costruendo una cappella interna che rimase attiva sino al 1950.
Infine Monsignor Gilla Vincenzo Gremigni si adoperò per la ricostruzione dell'ala est dell'edificio, comprendente salone e teatro, la nuova cappella e la Direzione al primo piano e i saloni dello studio. Il salone della cappella, fatta dal Quadraroli, divenne il refettorio. Dal 1970 al 1991 gran parte dell'edificio, per riduzione di novizi, fu concesso in affitto al liceo artistico di Teramo da parte di Monsignor Nuzzi, fino a quando l'edificio è stato nuovamente sottoposto a restauro. Oggi include la casa sacerdotale, la Caritas, l'Istituto diocesano per il sostentamento del clero, l'Istituto di scienze religiose, la sede diocesana dell'Azione Cattolica.
Purtroppo gran parte della storica struttura del XVII-XVIII secolo affacciata su via San Berardo, affinché la strada fosse ampliata, è stata demolita negli anni '30 del Novecento.
Palazzo Muzii-Castelli
Si trova lungo Corso Vincenzo Cerulli, così chiamata perché l'antica casa era la residenza di Muzio Muzii, storico teramano da non confondere con l'omonimo de' Mutii vissuto nel XVI secolo; costui commissionò a Vincenzo Pilotti la realizzazione del nuovo palazzo, nonché la Villa Camilla nei pressi di Nepezzano. Il palazzo risale al 1908, posto di fronte al Palazzo Savini, passando poi alla famiglia Castelli, dato che oggi è di proprietà di Maddalena Castelli, che nel 1986 avviò lavori di restauro. L'impianto è a quattro livelli, affiancato da un corpo più basso, che occupa due piani, ed è sovrastato da terrazzo. Il piano nobile e il secondo sono inquadrati, agli angoli, da lesene con capitelli decorati da volute e festoni di gusto liberty-neorinascimentale; le finestre rettangolari presentano ricche decorazioni a stucco, ispirate a repertori floreali di tendenza liberty che compaiono anche sul parapetto del terrazzo. Fra le finestre del quarto e ultimo livello si può ammirare un ciclo pittorico con le scene di Flora e Pomona, opera di Ernesto Aurini, realizzate con Giuseppe Zina. Una delle due dee della faccia alluderebbe all'amante del proprietario Muzii, di nome Flora. Le scene sono protette da una imponente e intagliata cornice in gronda a legno intarsiato.
Scavi archeologici hanno rilevato che casa Muzii sorge sopra le terme romane di Interamnia Urbs, raggiungendo il confine in Piazza Orsini, dove si trova il teatro. Nel 565 lo storico Muzio de Muzii nei Dialoghi della storia di Teramo indicò la scoperta di un "calidarium" con il sistema di sospensioni, il doppio pavimento, di cui il superiore è retto da pilastrini in mattoni, tra i quali circolava l'aria riscaldata dal fuoco delle fornaci. Dell'impianto termale sono state scoperte due vasche riscaldate, impianti di raccolta e smaltimento, un portico, una piscina e una vasca circolare. Molte lapidi sono state rinvenute nel sito, alcune conservato nel museo civico archeologico, altre murate sulla facciata del Palazzo civico. Il complesso termale estendeva sino al Corso De Michetti, all'incrocio di via Tribunali, via di Porta Carrese, Largo Madonna delle Grazie e a Fonte della Regina (o della Noce); ma non è possibile dire con certezza che si tratti soltanto di terme, probabilmente degli ambienti fingevano semplicemente da cisterne per la raccolta delle acque, come hanno dimostrato gli scavi del 1963 in Piazza Giuseppe Verdi e in via Sant'Antonio, dove è stata trovata una vasca rotonda con pavimentazione a mosaico, un'altra vasca fu rinvenuta nel 1923 da Francesco Savini in Piazza Orsini.
Portici di Casa Bonolis Lungo il Corso Carlo De Michetti, vicino alla chiesa di Sant'Antonio di Padova, si trovava un gruppo di abitazioni medievali che nel XVIII secolo furono raggruppate nella casa Bonolis, con il porticato ad arcate ogivali alla base. La famiglia Bonolis fu proprietaria per tre generazioni della casa, rimaneggiando più volte le case, che rimasero nello stato originario sino a quando negli anni '60 l'amministrazione comunale Gambacorta pensò di distruggere il monumento per erigere al suo posto un palazzo moderno anonimo, preservando soltanto il porticato medievale che è assolutamente fuori contesto nello stato attuale con l'edificio alle sue spalle. Nella casa nel 1800 nacque il pittore teramano Giuseppe Bonolis, i cui quadri sono conservati nella Pinacoteca Civica di Teramo. Attualmente dell'edificio rimangono appunto i portici ad arcate ogivali del XIV secolo.
Casa Catenacci e teatro Corradi
Posta in via Vittorio Veneto. La casa è uno dei pochi esempi di abitazione privata d'epoca medievale-rinascimentale: risale al XV secolo, decorata da un portico ad archi ogivali in laterizio, poggianti su pilastri, da un portale principale ad ogiva in conci di pietra, con portali più piccoli d'epoca tarda, architrave piano sorretto da mensole sul fianco destro. Tracce di portici simili si vedono ancora oggi nel Palazzo vescovile e nell'ex casa Bonolis. Sul primo piano sopravvive una finestra originale in cornice di pietra e architrave piano, le altre finestre sono del XVI-XVII secolo. Seicentesca è la loggia sul corpo basso all'estremità sinistra, il che allude al cambiamento di proprietà delle famiglie: da Giacomo Corradi proprietario nel 1495, che fece costruire una finestra bifora con colonnina tortile e lo stemma, ai Catenacci. Sulla facciata nel moderno rinforzo a scarpa in laterizio, è rimessa una lastra con l'insegna dei Catenacci, sulla facciata su via V. Veneto si trova un emblema lapideo del 1510, con una scritta in latino: S.A. NON BENIT PRO TOTO LIBERTAS VENDITUR AURO (la libertà non si vende per tutto l'oro del mondo).
Dal 1792 fino all'inaugurazione nel 1868 del nuovo teatro civico, la casa Catenacci-Corradi fu sede del primo teatro di Teramo, tanto che all'inaugurazione la famiglia proprietaria invitò a cantare l'artista bolognese Dorotea Monti. La vita teatrale durante il governo borbonico non fu facile, poiché nel 1786 si rischiò la chiusura per disordini, subendo una lenta decadenza sino alla chiusura con la costruzione della nuova struttura sul corso San Giorgio, più spaziosa e più centrale. La storia dell'attività teatrale a Teramo è varia, interessante, e triste: nel 1749 presso il quartiere San Leonardo esisteva un teatro presso Porta Sant'Antonio (o Melatina), nel 1776 il parlamento cittadino rifiutò la proposta di Pasquale Marozzi di erigere un nuovo teatro per i cittadini. Nel 1785 Giuseppe Palombieri si offrì con privati di fabbricare un teatro sopra quello vecchio a Porta Sant'Antonio, dato che era cadente, ma nel 1789 i lavori ancora erano iniziati, e si dovette attende re il 1792, quando i Corradi adibirono la loro casa a teatro.