La Battaglia di Marawi (Filipino: Labanan sa Marawi), o anche Assedio di Marawi (Filipino: Pagkubkob sa Marawi) o Crisi di Marawi (Filipino: Krisis sa Marawi), è stato un conflitto durato 5 mesi nella città di Marawi, iniziato il 23 maggio 2017, tra le forze di sicurezza del governo delle Filippine e gruppi paramilitari secessionisti di Abu Sayyaf e Maute.

Contesto storico La Battaglia di Marawi fu conseguenza della lunga lotta delle Filippine contro gruppi jihadisti, intensificatasi dopo gli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti. In tale contesto, il governo filippino affrontò gruppi come Abu Sayyaf (ASG), inizialmente affiliato ad Al Qaida e successivamente allo Stato Islamico. Il gruppo Abu Sayyaf, già noto per attentati e rapimenti, giurò fedeltà allo Stato Islamico nell’estate del 2014. Uno dei suoi comandanti, Isnilon Hapilon, fu inserito nella lista dei terroristi più ricercati del mondo dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con una taglia fino a 5 milioni di dollari per la sua cattura.

In seguito agli scontri di Butig del febbraio 2016 con il gruppo Maute, l’allora presidente Benigno Aquino III escluse la possibilità di una presenza dello Stato Islamico nel Paese. Dichiarò che i responsabili dell’attacco erano soltanto mercenari desiderosi di ottenere riconoscimento da parte del gruppo terroristico con base in Medio Oriente. Dopo il rapimento e la decapitazione dell’uomo d’affari canadese John Ridsdel nell’aprile 2016, Aquino rivelò di aver ricevuto minacce di morte dal gruppo, che progettava anche il rapimento di sua sorella Kris Aquino e del pugile Manny Pacquiao. Hapilon fu inoltre ritenuto responsabile di tentativi di radicalizzazione e reclutamento nelle carceri, oltre che di piani per attentati a Manila, come parte di un’operazione volta a ottenere legittimazione da parte dell’ISIS.

Nel novembre 2016, il presidente Rodrigo Duterte confermò i legami tra il gruppo Maute e lo Stato Islamico. Tuttavia, le forze armate filippine continuarono a negare un collegamento formale l'organizzazione terroristica ed i militanti locali.

Durante i violenti scontri a Butig del 30 novembre 2016, Duterte, in un discorso a Lanao del Sur, lanciò un avvertimento al gruppo Maute, esprimendo la volontà di evitare conflitti interni, ma dichiarando anche che non avrebbe esitato a reagire se provocato. Il 2 dicembre 2016, mentre l’esercito riprendeva il controllo di Butig, i miliziani Maute in ritirata lasciarono un messaggio in cui minacciavano di decapitare Duterte e i suoi soldati.

Il 12 dicembre 2016, durante un discorso al Wallace Business Forum, Duterte sfidò pubblicamente il gruppo Maute ad attaccare Marawi, affermando: “Scenderanno dalle montagne per bruciare Marawi? Avanti, fate pure. Vi aspetteremo lì”.

Infine, tra aprile e maggio 2017, il gruppo Abu Sayyaf entrò in conflitto con le forze filippine nella provincia di Bohol, scontro che causò la morte di tre soldati, un poliziotto e dieci militanti.

Battaglia

Maggio Il 23 maggio 2017 scoppiarono i combattimenti a Marawi tra forze governative e militanti affiliati all'ISIS, quando il gruppo Maute cercò di impedire la cattura di Isnilon Hapilon. I militanti occuparono strutture pubbliche tra cui l’ospedale Amai Pakpak, il municipio e alcune centrali elettriche, incendiando edifici e prendendo in ostaggio civili, compreso il sacerdote Chito Suganob e diversi parrocchiani della Cattedrale di Nostra Signora. La città fu posta sotto assedio e migliaia di civili fuggirono verso Iligan e Cagayan de Oro, mentre i militanti issavano gli stendardi neri e uccidevano brutalmente alcuni prigionieri.

Almeno undici civili furono uccisi nelle prime ore dei combattimenti, tra cui due autisti di ambulanze fermati dai militanti mentre rispondevano a un’emergenza. Nove civili furono sequestrati e giustiziati con le mani legate, e un agente di polizia fu decapitato.

Nei giorni successivi, l’esercito riconquistò punti strategici, liberando ostaggi e conducendo attacchi aerei contro le postazioni nemiche, causando numerose vittime anche tra combattenti stranieri provenienti da Malesia, Indonesia e Arabia Saudita. Diversi civili furono uccisi dai militanti per non aver saputo recitare versi del Corano. Le forze armate affrontarono anche il rischio di fuoco amico, con un bombardamento aereo che causò la morte di 11 soldati. Durante le operazioni, le truppe incontrarono bambini soldato di appena 10 anni armati di fucili M-16 utilizzati dal gruppo Maute.

Il governo ricevette sostegno da gruppi locali come il MILF e il MNLF, che si unirono all’azione contro i militanti. Il 29 maggio fu istituito un “corridoio di pace” per favorire gli aiuti umanitari ai civili sfollati, e il 31 maggio l’AFP riferì di aver ripreso il 90% della città. Otto militanti si arresero fornendo importanti informazioni alle forze armate filippine, segnando un punto di svolta nel conflitto.

Giugno

Nel mese di giugno, la battaglia di Marawi entrò in una fase critica con un'intensificazione delle operazioni militari e numerose azioni chiave da parte delle forze filippine. Le autorità confermarono la presenza di volontari stranieri tra i ranghi jihadisti, stimando la partecipazione di circa 500 militanti. Secondo quanto riferito, tali forze erano composte da 260 membri del gruppo Maute, 100 combattenti di Abu Sayyaf sotto il comando di Isnilon Hapilon, e altri appartenenti a varie organizzazioni locali.

Furono attuati tentativi di cessate il fuoco, in particolare il 4 e il 25 giugno, per consentire l'evacuazione dei civili, ma tali tregue furono parzialmente rispettate e spesso interrotte dai combattimenti. Nel frattempo, il governo arrestò importanti membri della famiglia Maute, mentre l'esercito lanciava operazioni di bonifica e consolidamento, affermando di aver conquistato il 90% del territorio urbano entro metà mese.

L'11 giugno, il biliancio delle operazioni registrò l'uccisione di 191 militanti del gruppo Maute.

La partecipazione internazionale si intensificò: l’Australia inviò aerei da ricognizione, mentre gli Stati Uniti fornirono supporto di intelligence e forze speciali. Il numero di vittime tra i militanti aumentò notevolmente, e le forze armate cercarono di riportare la normalità attraverso operazioni coordinate con le autorità civili.

Luglio Il 3 luglio, il Segretario alla Difesa Delfin Lorenzana rese noto che il comandante del gruppo Abu Sayyaf, Isnilon Hapilon, era ritenuto nascosto all'interno di una moschea della città.

Il 4 luglio, le autorità governative confermarono che i militanti avevano sottratto circa 500 milioni di pesos da Marawi e che le truppe governative avevano ripreso il controllo del collegio di Dansalan, precedentemente usato come punto strategico dai cecchini, recuperando un totale di 410 armi da fuoco. Il 12 luglio, un attacco aereo condotto da un FA-50PH provocò un incidente di fuoco amico, con la morte di due soldati e il ferimento di altri undici, dovuto a un errore di puntamento di 250 metri. L'intera flotta di FA-50 fu messa a terra temporaneamente per consentire accertamenti.

Il 13 luglio, il bilancio delle operazioni registrava 394 militanti uccisi, 498 armi recuperate, e 1.723 civili tratti in salvo. Le perdite tra le forze governative erano salite a 93 soldati, mentre i civili uccisi dai militanti risultavano 45. Circa 300 persone rimanevano ancora prigioniere o intrappolate nei combattimenti.

Il 20 luglio, le forze governative riuscirono a riconquistare il ponte strategico di Mapandi. Due giorni dopo, il Congresso approvò ufficialmente l’estensione della legge marziale fino al 31 dicembre 2017.

Infine, secondo dichiarazioni rese pubbliche in novembre, il 27 luglio si sarebbe verificato un tentativo di mediazione tra i militanti e il governo: i combattenti del gruppo Maute chiesero l’intervento degli esponenti musulmani per poter abbandonare la città in cambio della liberazione degli ostaggi, proposta che fu discussa con il MILF ma alla quale il governo non diede seguito.

Agosto Nel mese di agosto, secondo quanto riportato dall'Unità operativa Marawi, l’area principale dei combattimenti era stata ridotta a un settore di 800 x 600 metri, in cui circa 400 edifici risultavano ancora da liberare dalla presenza di militanti del gruppo Maute. Entro il 19 agosto, i combattenti erano confinati nei pressi della Moschea di Marawi, dove si riteneva che circa 40 civili fossero ancora tenuti in ostaggio.

Il 22 agosto, le forze governative riuscirono a riconquistare la stazione di polizia della città, uno dei primi edifici strategici presi dai militanti nelle fasi iniziali del conflitto.

Fra il 25 ed il 29, il Cattedrale Cattolica di Santa Maria, anch’essa tra i primi obiettivi dei miliziani, venne riconquistata dalle truppe governative. Secondo il capo di stato maggiore delle forze armate, il generale Eduardo Año, i capi dei militanti risultavano accerchiati in una zona ristretta di circa 500 metri quadrati. Nello stesso periodo, dieci miliziani furono uccisi mentre cercavano di raggiungere la città via Lago Lanao per portare rinforzi.

Settembre

Il controllo del ponte di Bayabao fu ripreso dalle forze militari dopo scontri che causarono la morte di tre soldati e cinque militanti. Questo ponte, che collegava l’area del conflitto al centro città, rappresentava il secondo ponte riconquistato dalle forze governative.

Il 16 settembre, verso le 17:00, le forze governative riconquistarono la Moschea di Bato e l’edificio della fondazione Amaitul Islamiya Marawi, utilizzato dai militanti come centro di comando, al termine di un conflitto armato durato circa cinque ore. Nello stesso orario, il sacerdote Chito Soganub venne liberato dalle forze governative, abbandonato dai suoi rapitori vicino alla moschea, e trasferito a Davao per incontrare il Presidente Duterte.

Il 24 settembre, le forze governative presero il controllo del ponte Masiu, noto anche come ponte Raya Madaya, un passaggio strategico occupato dai militanti che conduceva al lago Lanao. La riconquista di questo ponte privò i militanti di una via di fuga fondamentale.

Il 25 settembre, il Sultano di Marawi, Hamidullah Atar, rispondendo all’offerta di dialogo del Presidente Duterte, si propose come mediatore tra il gruppo Maute e le forze governative, al fine di salvaguardare i civili ancora intrappolati in città e favorire il rilascio degli ostaggi. Atar, esperto nella mediazione dei conflitti e anch’egli originario dei Maranao, dichiarò di essere riuscito a comunicare con alcuni membri del gruppo Maute durante i quattro giorni in cui rimase bloccato a Marawi.

Ottobre Isnilon Hapilon e Omar Maute, comandanti principali dei militanti a Marawi, furono uccisi il 16 ottobre 2017 durante un’operazione di salvataggio ostaggi, portando il Presidente Duterte a dichiarare la liberazione della città il giorno seguente. Nonostante ciò, i combattimenti continuarono per alcuni giorni, con scontri residui, ulteriori ostaggi liberati e la morte di numerosi militanti, tra cui figure di spicco come Mahmud Ahmad e probabilmente Amin Bacu. Il 23 ottobre, le Forze Armate Filippine dichiararono ufficialmente conclusa la battaglia di Marawi, avendo riconquistato l’ultimo edificio occupato dai terroristi.

Perdite

Le perdite riportate furono le seguenti:

978 militanti uccisi (di cui 13 stranieri) 12 militanti catturati (di cui 1 straniero) 168 membri delle forze governative uccisi (di cui 12 per fuoco amico) 87 civili morti (di cui 40 a causa di malattie) 10 veicoli corazzati persi (stima)