Fu uno dei maggiori esponenti dell'oreficeria senese del XIV secolo e svolse gran parte della propria attività presso la corte pontificia di Avignone, dove raggiunse una posizione di notevole prestigio. La sua intensa produzione è documentata dai registri della Camera apostolica, ma l'unica opera certamente attribuita all'artista giunta fino all'età contemporanea è il busto reliquiario di sant'Agata, eseguito nel 1376 e conservato nella Cattedrale di Sant'Agata a Catania.

Biografia

Alla corte pontificia di Avignone

Non sono note la data di nascita e la formazione di Giovanni di Bartolo. Il suo nome non compare in un elenco di orafi attivi a Siena nel 1363, circostanza che ha fatto ipotizzare che avesse già lasciato la città per trasferirsi ad Avignone, sede della corte pontificia.

Il nome di «Johannes Bartoli» compare per la prima volta nei registri della Camera apostolica nel 1364, durante il pontificato di Urbano V, in occasione del pagamento di quindici scodelle d'argento. Nel 1365 ricevette l'incarico di eseguire una rosa d'oro, oggetto cerimoniale benedetto dal pontefice nella quarta domenica di Quaresima e successivamente offerto a sovrani, principi o istituzioni ecclesiastiche.

Negli anni successivi lavorò con continuità per la corte papale, realizzando rose d'oro, calici, ampolle, idrie, bacili, gioielli e suppellettili liturgiche. Fu inoltre incaricato di restaurare, brunire, dorare e argentare oggetti appartenenti al tesoro pontificio. Nel 1367 è definito nei documenti «argentario Avinione commorante», orafo residente ad Avignone; nel 1368 compare invece come «Johanni Bartoli de Senis argentario, Curiam Romanam sequenti», al seguito della Curia romana.

La varietà e la continuità degli incarichi attestano una competenza non limitata all'esecuzione di opere monumentali, ma estesa alla lavorazione dell'oro e dell'argento, alla smaltatura, alla produzione di gioielli e alla manutenzione degli oggetti più preziosi della corte.

I busti reliquiari dei santi Pietro e Paolo

Nel 1368 Giovanni seguì Urbano V a Roma. In quell'anno, durante una cerimonia celebrata nell'oratorio di San Lorenzo al Laterano, furono rinvenute le reliquie delle teste dei santi Pietro e Paolo, conservate in due cassette d'argento. Il pontefice commissionò a Giovanni di Bartolo due monumentali busti reliquiari in argento dorato destinati al tabernacolo della Basilica di San Giovanni in Laterano.

I pagamenti del 1368 e del 1369 documentano l'acquisto dei materiali e la partecipazione dell'argentiere Giovanni di Marco alle operazioni accessorie. Il valore complessivo dei due reliquiari fu stimato in circa trentamila fiorini. Le opere non furono dunque donate dall'orafo al pontefice, ma costituirono una delle più prestigiose commissioni artistiche di Urbano V.

I busti erano collocati su basi articolate in più livelli, ornate da iscrizioni, pietre preziose, perle e smalti traslucidi. Nella fascia istoriata erano rappresentati episodi della vita dei due apostoli. Sul busto di san Pietro compariva anche la sottoscrizione «Joannes Bartoli de Senis Aurifaber», che dichiarava il nome, la provenienza senese e la professione dell'artefice.

I volti e i colli dei santi non erano lasciati nel colore del metallo, ma rivestiti da smalto opaco color carne. Tale soluzione, innovativa rispetto alla prevalente tradizione italiana, fu ripresa da Giovanni nel successivo busto di sant'Agata.

I reliquiari rimasero a San Giovanni in Laterano fino al 1799, quando furono fusi e distrutti. Il loro aspetto è noto attraverso descrizioni settecentesche e alcune riproduzioni grafiche, tra cui l'acquaforte pubblicata da Jean-Baptiste Seroux d'Agincourt.

Il prestigio presso la corte papale

Dopo il ritorno di Urbano V ad Avignone, Giovanni proseguì la propria attività sotto Gregorio XI. Dal 1372 il suo nome compare frequentemente preceduto dall'appellativo di «magistro» e accompagnato dalla definizione «domini pape», formule che attestano il prestigio raggiunto presso la corte pontificia.

Nel 1373 fu pagato per il conio di monete; negli anni successivi realizzò altre rose d'oro, gioielli e oggetti in oro, argento e smalto. Nel 1375 ricevette la commissione di un grande reliquiario in argento e oro destinato a contenere il braccio di sant'Andrea, per il quale fu stabilito un compenso di 2.566 fiorini.

La produzione documentata mostra Giovanni impegnato ai massimi livelli dell'oreficeria di corte. Le rose d'oro da lui eseguite erano spesso ornate da zaffiri, granati, balasci e perle e venivano destinate dal pontefice a sovrani e personalità politiche europee, assumendo anche una funzione diplomatica.

Il busto reliquiario di sant'Agata

Nel 1376 Giovanni di Bartolo ricevette dal vescovo di Catania Marziale la commissione del busto destinato a custodire le reliquie del capo e del torace di sant'Agata. Il vescovo potrebbe aver incontrato l'orafo durante un viaggio ad Avignone compiuto negli anni precedenti per conto della monarchia aragonese di Sicilia. Marziale morì durante l'esecuzione e l'opera fu completata sotto il suo successore Elia; nel 1377 il reliquiario fu portato a Catania.

Il busto è realizzato prevalentemente in argento dorato. Il volto e le mani sono rivestiti da smalto opaco color carne, mentre il basamento poligonale è ornato da smalti traslucidi en basse-taille, iscrizioni e stemmi. La santa regge una croce astile e una tavoletta iscritta ed è affiancata da due angeli inginocchiati in argento dorato.

Gli smalti del basamento rappresentano episodi della vita di sant'Agata, i vescovi Marziale ed Elia, santa Lucia, santa Caterina d'Alessandria e gli stemmi della città di Catania, della casa d'Aragona, dei committenti e di Gregorio XI.

L'iscrizione che corre sotto la fascia degli smalti ricorda la doppia committenza episcopale e contiene la sottoscrizione dell'artista. Il testo è composto in esametri e redatto in una maiuscola gotica libraria non comune in Italia. La tavoletta sostenuta dalla santa reca invece la formula «Mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem», in una scrittura ispirata alla capitale classica.

I soggiorni a Siena e gli ultimi anni

La permanenza in Francia fu interrotta da diversi soggiorni italiani. Nel 1373 Giovanni si trovava a Siena, dove acquistò una casa nel territorio della parrocchia di San Salvatore. Nel 1376 compare in un contratto matrimoniale con Giovanna Bonini; nel 1380 è documentato in un secondo contratto matrimoniale con Augustina, figlia di Giovanni Fei, e in relazione con alcuni lavori per la cattedrale senese.

Nello stesso 1380 lavorò nuovamente per la corte avignonese, ormai sotto l'antipapa Clemente VII, dorando due coperte di libro forse destinate a un evangelario. Nel 1383 eseguì una rosa d'oro per il re d'Armenia e nel 1385 ne realizzò un'altra, ornata da uno zaffiro e due balasci.

L'ultima notizia documentaria risale al 1404, quando a Siena gli furono commissionati due grandi candelabri per l'Opera del duomo, non ancora consegnati al momento della registrazione. Giovanni morì probabilmente a Siena poco dopo tale data.

Profilo artistico

La produzione di Giovanni di Bartolo si colloca nell'ambito della grande tradizione orafa senese, caratterizzata dalla qualità del disegno inciso, dalla lavorazione minuziosa del metallo e dall'uso degli smalti traslucidi en basse-taille. La lunga attività presso la corte pontificia gli permise tuttavia di confrontarsi con modelli francesi, limosini e dell'Europa settentrionale, elaborando un linguaggio di carattere internazionale.

Nei busti reliquiari l'orafo unì immagine tridimensionale, racconto figurato, iscrizione, araldica e preziosità materica. La resa degli incarnati attraverso lo smalto opaco color carne rappresentò uno degli aspetti più originali della sua produzione e distingueva le sue opere dai reliquiari italiani nei quali i volti rimanevano generalmente affidati alla superficie del metallo.

Nel busto di sant'Agata la precisione del lavoro a bulino raggiunge risultati particolarmente elevati negli smalti con i vescovi committenti, negli angeli reggistemma e nella figura di santa Caterina. I motivi a ramo spinoso di derivazione limosina convivono con l'eleganza lineare e la raffinatezza cromatica proprie dell'oreficeria senese.

Opere attribuite

A Giovanni di Bartolo è stata attribuita anche una piccola cassetta reliquiario conservata nella Weltliche Schatzkammer del Kunsthistorisches Museum di Vienna, contenente frammenti delle catene dei santi Pietro, Paolo e Giovanni Evangelista. L'ipotesi attributiva, formulata da Serena Romano, si fonda sul carattere italiano e specificamente senese dei nielli e sulla presenza dell'orafo a Roma nel 1368, quando avrebbe potuto ricevere l'incarico dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo. L'attribuzione non è tuttavia documentata con la stessa certezza del busto catanese.

Fortuna critica e tradizione genealogica

La figura di Giovanni di Bartolo fu ricostruita su base documentaria da Eugène Müntz alla fine del XIX secolo, attraverso lo studio dei registri pontifici e delle fonti relative alla corte avignonese. La perdita quasi completa delle sue opere ha reso il busto di sant'Agata essenziale per la conoscenza della sua personalità artistica.

Secondo la tradizione genealogica approfondita dalla famiglia Di Bartolo, l'incisore catanese Francesco Di Bartolo si considerava discendente dell'orafo senese e dedicò parte dei propri studi alla ricostruzione della genealogia familiare. Nell'Ottocento riprodusse inoltre il busto reliquiario di sant'Agata mediante incisione calcografica; la tavola fu pubblicata come antiporta del volume del sacerdote Salvatore Romeo, Vita e culto di Sant'Agata, edito a Catania dalla Tipografia Salesiana nel 1906.

Note

Bibliografia

Eugène Müntz, Giovanni di Bartolo da Siena, orafo alla corte di Avignone nel XIV secolo, in «Archivio storico italiano», serie V, vol. II, 1888, pp. 3-20. Corrado Sciuto Patti, Le antiche oreficerie del duomo di Catania, in «Archivio storico siciliano», nuova serie, XVII, 1892, pp. 179-186. Sidney Joseph Alexander Churchill, Giovanni Bartolo of Siena, Goldsmith and Enameller, 1364-1385, in «The Burlington Magazine», X, 1906-1907, pp. 120-125. Salvatore Romeo, Vita e culto di Sant'Agata, Catania, Tipografia Salesiana, 1906. Maria Accascina, Oreficeria senese in Sicilia, in «La Diana», V, 1930, pp. 211-213. Elisabetta Cioni, Scultura e smalto nell'oreficeria senese dei secoli XIII e XIV, Firenze, S.P.E.S., 1998. Elisabetta Campolongo, Giovanni di Bartolo da Siena, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 55, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2001. Ufficio per i Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Catania (a cura di), Sant'Agata. Il reliquiario a busto. Contributi interdisciplinari, Catania, Edizioni Arcidiocesi di Catania, 2010, ISBN 978-88-88654-10-2. Ufficio per i Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Catania (a cura di), Sant'Agata. Il reliquiario a busto. Nuovi contributi interdisciplinari, Catania, Edizioni Arcidiocesi di Catania, 2014, ISBN 978-88-88654-16-4. Natalia Di Bartolo, Corpus fondante e corpus di saggi per il Bicentenario di Francesco Di Bartolo (1826-1913), incisore e pittore, OperaeOpera, 2026 Francesca Pomarici, «Il reliquiario a busto di Sant'Agata nel contesto della produzione artistica avignonese: manoscritti e oreficerie», in Sant'Agata. Il reliquiario a busto. Contributi interdisciplinari, Catania, Edizioni Arcidiocesi di Catania, 2010, pp. 23-41.

Voci correlate

Busto reliquiario di sant'Agata Smalto Cattività avignonese Francesco Di Bartolo (incisore)

Altri progetti

Collegamenti esterni

Categoria:Orafi italiani Categoria:Artisti di scuola senese