Gli arazzi della battaglia di Pavia sono una serie di sette arazzi di fattura fiamminga, tessuti a basso liccio, conservati nel Museo di Capodimonte a Napoli.
La battaglia di Pavia
La battaglia combattuta a Pavia il 24 febbraio 1525 fu l'evento culminante di uno dei molteplici conflitti che, a partire dalla fine del quindicesimo secolo, videro contrapposte Spagna e Francia e che ebbero come principale scenario di lotta la penisola italiana (per questo chiamati Guerre d'Italia). Oggetto dell'aspra contesa tra le due potenze furono il Ducato di Milano e il Regno di Napoli.
A Pavia ebbe luogo lo scontro decisivo della quarta guerra d'Italia franco-ispanica, combattimento che si concluse con una schiacciante vittoria delle armi iberiche di Carlo V d'Asburgo, re di Spagna e sacro romano imperatore. La disfatta francese fu resa ancor più cocente dalla cattura in battaglia dello stesso re di Francia Francesco I di Valois.
La sconfitta e la prigionia del re - recluso in Spagna per un anno - portarono alla firma della pace di Madrid del 1526 con la quale la corte di Parigi rinunciava ad ogni pretesa su Napoli e su Milano (trattato che in verità pochi anni dopo Francesco di Valois ignorò riaprendo le ostilità contro gli spagnoli).
La vittoria di Pavia fu uno straordinario successo militare e politico per Carlo V e la Casa d'Asburgo e lo si volle propagandisticamente consacrare anche con la realizzazione di molte opere d'arte dedicate a questa gloriosa impresa. La serie di arazzi di Capodimonte è la testimonianza figurativa più significativa di questo fenomeno celebrativo giunta sino a noiNicola Spinosa, Gli arazzi della battaglia di Pavia: un dono a Carlo V dal castello dei d'Avalos alla Reggia di Capodimonte, in N. Spinosa, E. Coquery, M. Santucci e V. Lion, Gli arazzi della battaglia di Pavia, Milano, 1999, pp. 14-75..
Storia
Una serie di arazzi dedicati alla battaglia di Pavia fu donata nel 1531 a Carlo V - o secondo altra ipotesi a sua sorella Maria d'UngheriaLa serie è infatti documentata prima a Binche nel 1549 e poi a Bruxelles nel 1556 sempre in possesso della reggente dei Paesi Bassi, di qui l'ipotesi che gli arazzi siano stati donati a quest'ultima piuttosto che a suo fratello Carlo V. - dagli Stati Generali dei Paesi Bassi (possedimento di Carlo in quanto erede dei duchi di Borgogna e dove Maria governava come reggente) quale omaggio celebrativo per la grande vittoria asburgica conseguita in Italia.
Non è del tutto certo che i panni oggi nel museo napoletano si possano identificare con quelli oggetto di questo dono in quanto un documento vergato a Venezia nel 1533 testimonia che la serie sulla battaglia fu tessuta anche in una seconda tiratura (come del resto era piuttosto usuale nella produzione arazziera). È comunque opinione diffusa a livello storico-artistico che, per l'alta qualità che li contraddistingue, gli arazzi napoletani possano essere proprio l'editio princeps della serie, cioè quella oggetto dell'omaggio dinastico alla Casa d'AsburgoIl primo a mettere gli arazzi donati dagli Stati Generali dei Paesi Bassi nel 1531 in relazione con la serie napoletana fu lo storico belga Alphonse Wauters nello studio Les Tapisseries Bruxelloises, pubblicato nel 1878..
Prima di confluire nelle raccolte di Capodimonte gli arazzi furono di proprietà della nobile famiglia napoletana dei d'Avalos e si trovavano originariamente nel loro palazzo di Vasto, in Abruzzo, antico feudo della famiglia.
Alienati nel Settecento per momentanee necessità finanziare sono poi recuperati dalla famiglia, ad inizio Ottocento, e collocati nell'avito palazzo napoletanoPiù in dettaglioː i parati tessili sono attestati per la prima volta quale parte dei beni dei d'Avalos il 13 luglio 1571, nell'atto del notaio palermitano al quale Ferrante d'Avalos aveva affidato le sue ultime volontà. Agli inizi del Settecento sarebbero stati dati in pegno a Venezia da Cesare Michelangelo d'Avalos per sostenere le spese del suo esilio viennese. Nel primo Settecento gli arazzi si trovano in possesso della famiglia Grassi, rimanendovi per tre generazioni (Paolo, il figlio Angelo e i nipoti Bortolo, Paolo e Giovanni). In seguito vennero acquistati nel 1771 dal patrizio veneziano Daniele I Delfino (Dolfin), e sono menzionati in un opuscolo intitolato Breve notizia degli Arazzi posseduti dalla Eccellentissima Casa Delfino del 1774. Ai primi dell'Ottocento rientrarono nelle collezioni dei d'Avalos, riacquistati da Tommaso d'Avalos (1752-1806) e quindi collocati nel suo palazzo napoletano. La presenza, agli inizi dell'Ottocento, della serie della battaglia di Pavia nelle collezioni di Palazzo d'Avalos del Vasto a Chiaia, è attestata dal cronista Domenico Romanelli. Cfr. Maria Taboga, Fasti d'Avalos: gli arazzi della "Battaglia di Pavia" in Lucia Arbace (a cura di) Fasti d'Avalos: dagli Arazzi della Battaglia di Pavia alle Selle da parata, 2012..
Non è molto chiaro come la casata nobiliare sia giunta in possesso di questo parato tessile. Un'accreditata ipotesi è che i preziosi panni siano stati donati ai d'Avalos dalla corte di Spagna come segno di riconoscenza verso questa stirpe di valorosi condottieri, fedelissimi di Carlo V, che anche a Pavia, dove combatterono sia Ferrante d'Avalos che Alfonso d'Avalos, aveva dimostrato la sua prodezza nelle armiSecondo questa ricostruzione gli arazzi sarebbero stati legati per testamento da Maria d'Ungheria a suo nipote, l'infante di Spagna Don Carlos. Alla morte di questi suo padre, il re di Spagna Filippo II, avrebbe regalato gli arazzi, intorno al 1570, a Francesco Ferdinando d'Avalos - discendente dei marchesi Ferrante e Alfonso d'Avalos che avevano preso parte alla battaglia di Pavia -, a sua volta legatissimo alla corte madrilena..
Questa supposizione tuttavia non è suffragata da documenti e quindi non è possibile escludere che quella appartenuta ai d'Avalos sia proprio la seconda tiratura di cui, come detto, è attestata l'esistenza, seconda serie che i d'Avalos possono aver comprato o essi stessi commissionato.
Nel 1862 Alfonso d'Avalos donò gli arazzi al museo napoletano. Quando i panni entrarono nelle raccolte museali nulla si sapeva circa la loro spettanza e in alcune guide ottocentesche sulle opere d'arte custodite nei palazzi nobiliari partenopei si diceva fantasiosamente che gli arazzi d'Avalos erano stati tessuti sulla base di disegni di Tiziano o del Tintoretto.
L'individuazione, a fine Ottocento, di una serie di disegni custoditi al Louvre, chiaramente connessi agli arazzi sulla battaglia di Pavia, attribuiti al pittore fiammingo Bernard van Orley ha consentito di riconoscere l'autore del progetto grafico dei panni. Questi disegni infatti sono ritenuti i modelletti preliminari utilizzati per la stesura dei veri e propri cartoni in scala 1 a 1 (tutti perduti), seguiti dagli arazzieri per la tessitura al telaio.
Sulla base di un monogramma osservabile su alcuni pezzi della serie si è tentato di individuare anche la manifattura in cui i panni furono tessuti: si tratterebbe di quella di Jan e William Dermoyen sita a Bruxelles. La presenza del monogramma consente inoltre di individuare con più precisione un termine post quem della loro fabbricazione (oltre a quello ovvio della data della battaglia di Pavia). L'obbligo di siglare gli arazzi venne infatti introdotto nelle Fiandre nel 1528. La serie sulla battaglia di Pavia è stata quindi tessuta, con ogni probabilità a Bruxelles, tra il 1528 e il 1531 (o al massimo entro il 1533 se i panni d'Avalos dovessero coincidere, come è meno probabile, con la documentata seconda serie sulla battaglia).
Gli arazzi
Gli arazzi della battaglia di Pavia, con quelli coevi detti Le cacce di Massimiliano (Louvre) - anch'essi verosimilmente frutto della collaborazione tra Bernard van Orley e i Dermoyen -, sono tra i capolavori della produzione tessile fiamminga del Cinquecento e segnano il vertice della vicenda artistica del Van Orley che fu buon pittore e che, grazie a queste prove, dimostrò di eccellere proprio come realizzatore di cartoni d'arazzoEmmanuel Coquery, Le Cacce e La Battaglia, in Gli arazzi della battaglia di Pavia, 1999, cit., pp. 76-89..
Vari aspetti rendono la serie di Capodimonte un unicum a partire dal tema che ne è oggetto. Per la prima volta infatti in un vasto ciclo d'arazzi viene trattato un accadimento contemporaneo: vi sono sì precedenti parati tessili dedicati a fatti guerreschi ma senza eccezioni si tratta di vicende dell'antichità o del mito.
Gli arazzi di Napoli peraltro sono i primi in cui si registrano dimensioni così ragguardevoli (specie in lunghezza, che sfiora i nove metri per ogni panno). Non è solo un dato tecnico: la forma così allungata è strumentale alle necessità narrative della serie, con la quale si volle immortalare un dettagliato e storicamente fedele racconto della sfolgorante vittoria di Carlo V. Connesso a questo dato è un altro elemento di peculiarità delle serie: la presenza di molti ritratti, fatto difficilmente riscontrabile in manufatti precedenti. E forse potrebbe essere stata proprio questa esigenza ad indurre la committenza a scegliere come cartonista il Van Orley, esperto ed apprezzato ritrattista della corte brussellese sia durante la reggenza di Margherita d'Asburgo che al tempo di quella di Maria d'Ungheria.
Alla corretta narrazione dei fatti storici si associa l'attenta riproduzione delle armi, delle corazze e delle divise dei combattenti di disparate nazionalità: è probabile che Van Orley si sia avvalso della consulenza di esperti di cose militari. Questi aspetti di forte novità delle serie napoletana vengono in ogni caso coniugati alle caratteristiche tradizionali dell'arte arazziera delle Fiandre, come l'infinità e la varietà di dettagli, l'inserimento di elementi cortesi e di genere (quali alcune elegantissime dame), la virtuosistica resa della vegetazione e degli animali. Tutto ciò è esaltato da sete sgargianti e da preziosi filati d'oro e d'argento.
I singoli episodi della serie
L'esatto ordine della serie è dubbio anche in considerazione del fatto che alcuni degli eventi raffigurati si sono svolti simultaneamente. Vi sono quindi più ipotesi ricostruttiveUna rilettura della sequenza della serie di Capodimonte è stata formulata nello studio di Cecilia Paredes, The Confusion of the Battlefield. A New Perspective on the Tapestries of the Battle of Pavia, in Riha Journal, n. 4 (ottobre-dicembre, 2014), 28 dicembre 2014. L'autrice parte del presupposto che l'intero ciclo sia una sorta di immagine grandangolare della battaglia e sulla base di questo assunto redistribuisce l'ordine di lettura dei singoli arazzi. Secondo l'ipotesi ricostruttiva della Paredes il ciclo si aprirebbe con la caduta del campo francese e la resa degli svizzeri e si chiuderebbe con la fuga del duca d'Alençon.. Quella qui seguita è la sequenza con la quale gli arazzi sono attualmente esposti presso il Museo di CapodimonteQuesta disposizione della serie è stata adottata dal museo recependo la proposta formulata in uno studio di Luigi Casali, esperto di storia militare, contenuto nel volume di Luigi Casali, Cristina Fraccaro e Vittorio Prina, Gli Arazzi della battaglia di Pavia nel Museo di Capodimonte a Napoli, Milano, 1993..
Una breve sintesi dei fatti salienti della battaglia di Pavia facilita la comprensione degli episodi messi in scena dal Van Orley nei singoli panni.