La storia di Siracusa durante letà borbonica che va dal 1735 (anno della conquista da parte di Carlo I di Borbone) al 1815 (quando la Francia di Napoleone Bonaparte si arrese definitivamente agli alleati) fu segnata da eventi importanti come la scoperta del papiro, la separazione dai cavalieri di Malta e l'occupazione della città da parte degli inglesi nel corso delle guerre napoleoniche. La situazione siracusana tornò a "normalizzarsi" (relativamente, se si considera che dopo il 1815 si aprirà per la Sicilia il lungo periodo rivoluzionario) con la fine del conflitto bellico europeo e la nascita del nuovo Regno delle Due Sicilie.
Primo periodo borbonico (1735-1798) Nuove tensioni con l'Ordine dei cavalieri di Malta Il vescovo di Siracusa e l'intervento del re di Francia Tra le autorità di Siracusa e l'Ordine dei cavalieri di Malta vi era sempre stato un rapporto di amore e odio; fin dai primordi: molte le volte che si giunse ai ferri corti tra i cavalieri maltesi e i politici, ecclesiastici e militari aretusei. Si rammentano, ad esempio, la crisi del 1531, accaduta per il prezzo del vino siracusano, la crisi del 1637, scoppiata per il bombardamento delle galee dell'Ordine da parte dei militari della città, la crisi del 1687, verificatasi per il divieto dei siracusani di far sbarcare le galee dell'Ordine ad Augusta. Ciononostante, i cavalieri e Siracusa avevano instaurato un forte legame d'amicizia: come le liti, numerosi furono anche gli atti di fedeltà e solidarietà dimostrati da entrambe le parti: i cavalieri, la cui storia maltese ebbe origine proprio in questa città (qui difatti si conclusero le trattative tra gli allora cavalieri di Rodi, gli abitanti dell'isola di Malta e l'imperatore Carlo V d'Asburgo), difesero a spada tratta le coste della Sicilia orientale; ne sfamarono in più occasioni la popolazione (così come i siracusani, il cui porto era l'approdo principale dei maltesi, sfamarono a loro volta i cavalieri).
Data l'origine soprattutto francese dei cavalieri ospitalieri (il cui Ordine vide la luce nella Gerusalemme medievale), quando capitavano tensioni tra la Sacra Milizia e gli abitanti della Sicilia (a quel tempo sotto l'influenza della corona di Spagna), non era raro veder intervenire il re di Francia (Sua Maestà Cristianissima) in quanto principale protettore del suddetto Ordine.
Nel 1754 scoppiò una nuova crisi, stavolta per motivi politico-ecclesiastici: Il vescovo di Siracusa, Francesco Testa (nominato alla guida della Chiesa siracusana fin dal 1748Università degli studi di Messina, Facoltà di lettere e filosofia, Centro di studi umanistici, La Sicilia nel Settecento: atti del Convegno di studi tenuto a Messina nei giorni 2-4 ottobre 1981, Volume 1, 1986, p. 138.), ricevette dalla corte napoletana, sede novella del re Carlo di Borbone, l'ordine di recarsi a Malta, dai cavalieri, in qualità di unico rappresentante reale, e di far valere in nome della nuova corona borbonica l'antica autorità che era appartenuta ai re di Sicilia, quindi re di Spagna, i quali avevano sempre ottenuto obbedienza dalla Sacra Milizia.
Tuttavia, data l'insolita richiesta del re, il prelato aretuseo stimò opportuno inviare un messo; un «Maestro NotajoGiovanni Evangelista Di Blasi, Storia civile del Regno di Sicilia scritta per ordine di S.R.M. (D.G.) Ferdinando III, re delle Due Sicilie , 1818, pp. 378-380.», che lo annunciasse al Gran Maestro dell'Ordine, il portoghese Manuel Pinto de Fonseca. Il messo fu accolto con molta ostilità; si sdegnarono i cavalieri, asserendo che in 200 anni della loro storia maltese mai qualcuno aveva avuto l'ardire di andare nella loro isola a imporgli obbedienza.Luigi Vanvitelli, Franco Strazzullo, Biblioteca palatina di Caserta, Le lettere di Luigi Vanvitelli della Biblioteca palatina di Caserta, vol. 1, 1977, p. 301. Il delegato siracusano del vescovo venne quindi costretto a ritornare in Sicilia, con mare tempestoso. Carlo di Borbone prese atto di ciò e come conseguenza vietò ai siciliani qualsiasi rapporto con i maltesi. Tutti i porti del suo Regno vennero chiusi e, inoltre, vennero sequestrati tutti i beni posseduti dai cavalieri sul territorio. La Sacra Milizia si rivolse allora all'intercessione di papa Benedetto XIV, ma il problema consisteva nel fatto che il re italico non temeva l'autorità papale, così come i cavalieri non temevano l'autorità borbonica. Lo stallo durò a lungo, fino a quando il Gran Maestro chiamò in causa il re di Francia Luigi XV, il quale riuscì ad ottenere la revoca dei severi decreti napoletani contro l'Ordine.Gottardo Bottarelli, Mario Monterisi, Storia politica e militare del sovrano Ordine di s. Giovanni di Gerusalemme detto di Malta, 1940, p. 194.
I rapporti tra i cavalieri e i siciliani ripresero normalmente, e Siracusa continuò a rimanere terreno di incontro e di scontro, testimone delle vicissitudini della Religione; a tal proposito va segnalato un fatto che qualche decennio dopo le tensioni del '54 entrò nelle cronache dell'anno 1780: al molo del porto aretuseo si affrontarono in duello due cavalieri di Malta: uno piemontese e l'altro francese. Il motivo che spinse i due membri della Sacra Milizia alla lite non venne specificato, ma il cavaliere francese ebbe la peggio e morì a seguito del duello. Poiché Damas era nipote di François-Joachim de Pierre de Bernis, cardinale e politico di Sua Maestà Cristianissima Luigi XV e del suo successore Luigi XVI, l'evento suscitò stupore. Giunto il generale delle galee per arrestare il cavaliere piemontese, quest'ultimo si difese dicendo che era stato sfidato dal francese e che era rimasto ferito. Severi furono i provvedimenti adottati dalle cariche pubbliche siracusane: il vescovo, che all'epoca era divenuto Giovanni Battista Alagona, si rifiutò di concedere al cavaliere defunto una sacra sepoltura e il governatore della città obbligò i cavalieri a portare fuori dalle mura di Ortigia il corpo del loro compagno, il quale venne infine seppellito presso una spiaggia limitrofa.Gazzetta universale, o sieno, volume 7, 1780, p. 472.Notizie del mondo, 1780, p. 476.
La scoperta dei papiri del Ciane e la tessitura della prima carta Nel 1674 uno studioso botanico palermitano, di nome Paolo Silvio Boccone, pubblicò un libro ad Amsterdam, nel quale asserì di aver veduto nel siracusano una pianta anomala, che egli identificò come Cyperus papyrus, ovvero la pianta simbolo del Regno dell'Antico Egitto. Sembrerebbe che prima di questa data i siracusani non avessero coscienza della rarità che cresceva nel loro suolo (in realtà ci vorrà ancora circa un secolo prima che la notizia faccia clamore e il popolo la recepisca a pieno, facendola divenire parte della propria cultura di massa).
I siracusani erano soliti chiamare questa pianta con il nome di pampèra e pappèra (termini dialettali del luogo), ne bevevano il succo e la cucinavano, ma non si sa se sapessero anche come fabbricarvi la carta; parlando dei siracusani moderni, poiché è invece argomento del tutto sconosciuto quello che riguarda le conoscenze e le modalità d'uso di questa pianta da parte degli antichi siracusani. Il che conduce per l'appunto alla disputa sull'origine e diffusione del papiro in terra siciliana: dagli antichi testi si ha la certezza che il papiro un tempo crescesse in molte terre della Sicilia (la testimonianza più antica è del VI secolo e riguarda il papireto di PalermoLuigi Malerba, Storia della pianta del papiro in Sicilia e la produzione della carta in Siracusa, Bologna 1968, pp. 77-79-80.), poi, per cause naturali e artificiali (le bonifiche) esso scoparve, verso il XVI secolo, resistendo solo nel siracusano (esso era noto anche in nazioni come Spagna e Francia, solo che il ceppo che lì vi cresceva era diverso da quello egiziano e non vi si era mai prodotta la carta).
Per parecchio tempo si è sostenuto che esso fosse stato importato durante l'invasione araba,Cfr. Cesare Paoli, Del papiro specialmente considerato come materia che ha servito alla scrittura: memoria, 1878, p. 16. ma è un'ipotesi che odiernamente si può concretamente scartare, essendovi documenti che lo attestano già ben prima di tale avvenimento. Per ciò che concerne Siracusa, i suoi scrittori sostennero che esso fosse giunto nel loro territorio nel medioevo con delle famiglie egiziane scappate da Mìgdol (una presunta o perduta città egiziana, isola del fiume Nilo, frequentata dagli israeliti e nominata nel Libro dell'Esodo e nella Bibbia) durante l'invasione turca e stabilitesi nel siracusano.Cfr. Luigi Malerba, Storia della pianta del papiro in Sicilia e la produzione della carta in Siracusa, Bologna 1968, p. 87.
Un'origine egizia spiegherebbe perché le parole aretusee di pampèra e pappèra assomigliassero così tanto alle parole pronunciate dagli antichi egiziani: «pa-en-peraa e pa-per-âa», che indica il papiro come foglio o materiale del re (un tempo la scrittura era infatti riservata alla cerchia del sovrano).Touring Editore, Siracusa e provincia: i siti archeologici e naturali, il mar Ionio, i monti Iblei, 1999, p. 69. Secondo un'altra teoria - più contemporanea - il papiro aretuseo sarebbe sì egizio ma sarebbe stato trapiantato qui molto tempo prima del medioevo: fin dal III secolo a.C., quando Agatocle strinse rapporti con i faraoni tolemaici, seguito da Gerone II (il quale intratteneva notoriamente fiorenti legami con l'Egitto degli ultimi faraoni), per cui sarebbe stato decisamente importato in terra siciliana, o quanto meno importato in terra siracusana. Ma queste affermazioni trovano l'opposizione di coloro che protendono per un papiro autoctono di Sicilia (per cui era qui da sempre), che non comprenda un'esportazione di papiri da parte di Siracusa, né una separazione della pianta aretusea da quella del resto dell'isola. Quindi la questione sull'origine rimane a tutt'oggi considerata irrisolta.Cfr. Luigi Malerba, Storia della pianta del papiro in Sicilia e la produzione della carta in Siracusa, Bologna 1968, p. 38, 86.
Ritornando all'originaria scoperta di Boccone, egli affermò di averli visti nei pressi della penisola della Maddalena (il Plemmirio), sotto il colle di Melilli e a Ispica; tutti luoghi dove odiernamente è scomparso.Cfr. Luigi Malerba, Storia della pianta del papiro in Sicilia e la produzione della carta in Siracusa, Bologna 1968, p. 82..
Fu solo nella seconda metà del Settecento che vennero scoperti i papiri del Ciane, e soprattutto fu solo in questo periodo che i siracusani divennero finalmente coscienti di quel che cresceva, spontaneamente, sulle rive del loro fiume.