Giosuè, figlio di Nun, fu un capo politico-militare e religioso ebraico, la cui storia è narrata nella Bibbia a partire dal Libro dell'Esodo fino al Libro di Giosuè, che prende nome da lui.
È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa; la Chiesa cattolica lo venera anche come patriarca. La memoria ricorre il 1º settembre di ogni anno.
Il nome Giosuè deriva dall'ebraico יְהוֹשֻׁעַ (Yehoshùaˁ), e significa "YHWH salva", di cui Ἰησοῦς (Iesoùs, Gesù) è la trascrizione in greco.
Giosuè, della tribù di Efraim, succedette a Mosè come capo degli Israeliti. Guidò le dodici tribù ebraiche nelle prime conquiste in terra di Israele, dopo l'esodo dall'Egitto.
Racconto biblico
Successione di Mosè Nasce in Egitto al tempo della schiavitù degli ebrei. Partecipa all'uscita dall'Egitto degli ebrei sotto il comando di Mosè. Si distingue come comandante militare quando le tribù ebraiche sono attaccate dagli Amaleciti a Refidim (cfr. ).
Assiste Mosè e lo accompagna un tratto nella salita al Monte Sinai, dove Mosè riceve le tavole dei dieci comandamenti (cfr. ). È uno dei dodici esploratori che Mosè manda a perlustrare il paese di Canaan. In questa occasione prende il nome di Giosuè, chiamandosi in precedenza Osea (cfr. ). Solamente Caleb e Giosuè portano notizie incoraggianti riguardo alla loro perlustrazione. Essi saranno dunque i soli di quella generazione a entrare nella terra promessa dopo che il popolo ha errato per quarant'anni nel deserto.
Prima di morire sulla riva orientale del Giordano, Mosè designa Giosuè come suo successore e lo incarica di attraversare il fiume e di condurre il popolo alla conquista del paese di Canaan.
La conquista del paese di Canaan è descritta nel libro di Giosuè. Secondo il testo, Dio incoraggia Giosuè ad essere forte e ad appoggiarsi sulle leggi della Tōrāh per condurre il popolo.
Attraversamento del Giordano Giosuè ottiene l'appoggio delle due tribù e mezza (tribù di Ruben, tribù di Gad e la metà della tribù di Manasse), che si erano insediate all'est del Giordano, per aiutare le altre tribù a conquistare il paese.
Il primo ostacolo è il fiume Giordano. Giosuè fa avanzare l'Arca dell'Alleanza portata dai sacerdoti davanti al popolo. Il fiume arresta miracolosamente il suo scorrere e permette l'attraversamento dei conquistatori israeliti. Giosuè erige un monumento di dodici pietre sulla riva ovest a Galgala, che sarà il punto di partenza per tutte le conquiste successive.
Giosuè fa circoncidere tutti gli uomini ebrei nati nel deserto. Così può celebrare la Pasqua, commemorazione dell'uscita dall'Egitto.
Conquiste di Giosuè
L'antica città di Gerico costituisce la prima conquista degli Israeliti sotto il comando di Giosuè. Il testo della Bibbia racconta che le mura della città caddero dopo che i sacerdoti avevano girato sette volte per sette giorni attorno alla città, suonando lo Shofar. La città viene rasa al suolo e una maledizione è pronunciata contro tutti gli abitanti di Gerico. Tutti gli abitanti sono uccisi, ad eccezione della famiglia di Rahab, una prostituta che aveva ospitato le spie ebraiche.
In seguito, Giosuè conquista Ai e Gabaon. Le conquiste continuano per molti anni sempre più ad ovest fino a Gaza e a nord fino alla costa fenicia.
Insediamento delle Tribù
Dopo la conquista della quasi totalità del paese di Canaan, Giosuè amministra l'insediamento delle tribù e la divisione del territorio. Inizia dalle tribù di Giuda, di Efraim e di Manasse. Caleb ottiene la città di Hebron. L'Arca dell'Alleanza è trasportata da Guilgal, dove si trovava dopo il passaggio del Giordano, a Silo: sarà spostata poi a Gerusalemme dal re Davide.
Giosuè crea le città-rifugio per i leviti. Ottiene per sé la città di Timnath-serah. Le due tribù e mezza ritornano alle loro terre all'est del Giordano.
Ultimi discorsi di Giosuè Giosuè convoca gli anziani, i capi, i giudici e scribi del popolo. Riassume la sua opera, e li esorta a non imparentarsi e fraternizzare con la popolazione locale (cap. 23, v. 12), e li ammonisce a non servire altri dei, per non perdere la vita e la terra loro date (v. 16).
Quindi raduna le tribù israelite in Sichem, convocando nuovamente i rappresentanti del popolo "davanti a Dio" (cap. 24, v. 1). Giosuè esorta più volte il popolo a restare fedele a Dio, che numerose volte si era loro manifestato in battaglia contro i nemici, e nell'opera dei patriarchi (vv. 2-12). Li invita ad abbandonare gli dei adorati dai loro padri "oltre il fiume e in Egitto" e gli dei degli Amorrei, che abitavano in quella terra (vv. 14-15).
Esprime la propria scelta famigliare di fedeltà al Signore (v. 15). Il popolo promette di servire soltanto Dio e di non essere fedele ad altri che a lui (vv. 16-18, 22, 24).
Morte di Giosuè e di Eleazaro La morte di Giosuè e Eleazaro, e la sepoltura dei resti di Giuseppe sono narrati al termine del libro, che così si conclude:
Il luogo di sepoltura di Giosuè e Caleb è localizzato nella città araba di Kifl Haris, mentre la tomba di Giuseppe e quella di Eleazaro si trovano rispettivamente nelle vicinanze di Nablus (antica Sichem) e di Awarta, alcuni km a sud-estConder and Kitchener, 1882, pp. 218 - 219.
Dopo la morte di Giosuè, inizia per il popolo ebraico il periodo dei Giudici.
Proposte di interpretazione storica
Il punto di vista accademico prevalente è che il Libro di Giosuè non sia un resoconto fattuale di eventi storici.
L'apparente ambientazione di Giosuè è il XIII secolo a.C., che fu effettivamente un periodo di distruzione di città su larga scala, ma con poche eccezioni (Hazor, Lachis) le città distrutte non sono quelle che la Bibbia associa a Giosuè, e quelle che essa associa a lui mostrano poco o nessun segno di essere occupate in quel periodo.
La biblista Carolyn Pressler, nel suo commento per il Westminster Bible Companion spiega che il Libro di Giosuè intende veicolare attraverso la narrazione storica un messaggio teologico e politico e che, sebbene la storia non sia irrilevante, la "verità" del testo biblico quindi non va ricercata nell'aderenza al fatto storico e alla sua precisa ricostruzione, quanto piuttosto nella lettura e nell'interpretazione del fatto storico, anche alla luce del messaggio che ne poteva scaturire per il pubblico nel VII e VI secolo a.C., cioè all'epoca di redazione del testo. Ad esempio commentando gli elenchi dei nemici del capitolo XI rileva che lo scopo del testo non sia di fornire nozioni di storia militare, ma di suscitare nel lettore una viva impressione per il numero stragrande di nemici che costituiva una difficoltà apparentemente insormontabile con i soli mezzi umani, ma non per Dio, a cui nulla è impossibile.Pressler, op. cit., p. 85
Il biblista Richard D. Nelson ha spiegato che i bisogni della monarchia centralizzata favorirono un'unica storia di origini, combinando antiche tradizioni di un esodo dall'Egitto, la credenza in un Dio nazionale come "guerriero divino", e spiegazioni per la grande presenza di città in rovina, stratificazione sociale di gruppi etnici e tribù contemporanee.
Negli anni trenta l'ebraista Martin Noth fece una critica radicale dell'utilità storica del Libro di Giosuè. Noth, studente di Albrecht Alt, sottolineò l'importanza della critica delle forme (a cui aveva dato il via nel secolo precedente il biblista tedesco Hermann Gunkel) e dell'eziologia. Alt e Noth ipotizzarono un movimento pacifico degli israeliti in varie zone di Canaan, contrariamente al racconto biblico.
L'archeologo William Foxwell Albright criticò tale opinione, ribadendo che il Libro di Giosuè andasse considerato un resoconto storico degli eventi. Tale teoria non resse però agli studi archeologici successivi: le prime prove archeologiche negli anni '30 mostrarono che la città di Ai, uno dei primi obiettivi di conquista nella presunta campagna militare di Giosuè, era effettivamente esistita ed era stata distrutta, ma nel XXII secolo a.C., epoca in cui gli Israeliti non esistevano neppure. Sono stati proposti alcuni siti alternativi per Ai (come Khirbet el-Maqatir) che risolverebbero parzialmente la discrepanza nelle date, ma questi siti non sono stati accettati dalla maggioranza degli archeologi.
Nel 1951 l'archeologa britannica Kathleen Kenyon dimostrò che la città di Gerico risaliva alla Media Età del Bronzo (2100–1550 a.C. circa) e non alla Tarda Età del Bronzo (1550-1200 a.C. circa), periodo durante il quale era già in rovina e disabitata. Kenyon sostenne che la prima campagna israelita non poteva essere storicamente confermata, ma andava piuttosto spiegata come un'eziologia del luogo e una rappresentazione dell'insediamento israelita.
Nel 1955, l'archeologo statunitense George Ernest Wright discusse la correlazione dei dati archeologici con le prime campagne israelite, che divise in tre fasi, secondo quanto scritto dal Libro di Giosuè. Indicò due serie di reperti archeologici che "sembrano suggerire che il racconto biblico è in generale corretto per quanto riguarda la natura della fine del XIII e del XII-XI secolo nel paese" (cioè, "un periodo di tremenda violenza"). Successivamente, però, gli scavi ad Hazor dell'archeologo israeliano Yigael Yadin dimostrarono che tale distruzione non era attribuibile agli Israeliti.
È ormai riconosciuto dalla maggioranza degli studiosi che il Libro di Giosuè abbia poco valore storico e che le vicende narrate risentano di fatti storici molto successivi.Almost without exception, scholars agree that the account in Joshua holds little historical value vis-à-vis early Israel and most likely reflects much later historical times. Ann E. Killebrew, op. cit., p. 152. Le prove archeologiche mostrano chiaramente che Gerico e Ai non furono occupate nella Tarda Età del Bronzo. La storia della conquista rappresenta forse la propaganda nazionalista del Regno di Giuda dell'VIII secolo a.C. e le sue rivendicazioni sul territorio del Regno di Israele, oppure una leggenda nata tra gli Israeliti per spiegare il motivo della distruzione delle varie città cananee; il Libro fu redatto in una prima forma durante il regno di re Giosia (640-609 a.C.), per poi essere rivisto e completato dopo l'occupazione di Gerusalemme da parte dell'Impero Neo-Babilonese nel 586 a.C., raggiungendo infine la forma attuale al ritorno dall'Esilio babilonese.