Il missile sovietico Strela-2 (in russo: freccia), noto come SA-7 "Grail", è un'arma portatile per la difesa da aerei nemici a bassa quota. È stato una delle prime armi antiaeree portatili in dotazione alla fanteria, permettendo alle truppe a terra di contrastare efficacemente e in autonomia i velivoli da guerra nemici.

Origini Lo sviluppo dell'arma risale agli anni cinquanta. Fino all'inizio di quel decennio, l'enfasi sulle armi da difesa aerea della nuova generazione, i missili SAM, era puntata verso sistemi strategici grandi e potenti, pensati contro i bombardieri ad alta quota, ma inefficaci nel difendere le prime linee dell'esercito, in rapido movimento, da incursioni a bassa quota di velivoli d'attacco. Per questo compito vi erano le artiglierie contraeree leggere. Ma dal loro uso nella Guerra di Corea si capì come esse non fossero da sole abbastanza efficaci e si inizió quindi lo sviluppo di armi che potessero avere contemporaneamente precisione e gittata accoppiati con una relativa leggerezza.

In Unione Sovietica vennero sviluppati due sistemi d'arma: lo Strela 1 e lo Strela 2. Il primo si rivelò però meno performante, perciò fu modificato e ingrandito per essere montato su veicoli, venendo poi rinominato l'SA-9 Gaskin. Il secondo invece, avendo soddisfatto i requisiti necessari, venne adottato dalla fanteria sovietica nel 1961. Sul campo l'arma si rivelò fragile e soggetta a malfunzionamenti quindi nel 1970 l'Urss ne commissionò una versione migliorata, denominata provvisoriamente Strela-2M, che rimpiazzò subito l'originale.

Negli anni a seguire il missile è stato impiegato in molte guerre e vista la sua efficacia è stato adottato da molte nazioni senza subire modifiche significative, rimanendo sostanzialmente invariato fino ad oggi.

Tecnica

Entrato in servizio, pare, con 5 anni di ritardo, ma pur sempre nel 1968, lo Strela 2 o 9M32, SA-7ASA è la semplice abbreviazione per "Surface-Air", [missile] terra-aria. per la NATO, era un semplice missile, con autoguida ad infrarossi sistemata nel muso, dove una finestrella trasparente (sia alla luce visibile che IR) permetteva di scorgere l'obiettivo di tale 'occhio elettronico'. Esso era un sensore non raffreddato e pertanto bisognava puntarlo contro oggetti assai ben 'chiari' sullo sfondo, ovvero ben più caldi dell'ambiente circostante.

I componenti dell'arma erano i seguenti: missile 9K32, sistema di lancio P54 e batteria termica (da sistemare sulla cintura dell'operatore) 9B17.

Riguardo al missile, la sua logica di guida era la solita dei missili IR dell'epoca, ovvero di prima generazione: il sensore, suddiviso in pochi settori, un poco come una scacchiera, riceveva calore che convertiva in segnali elettrici. A seconda di quale settore avesse la maggiore 'forza di segnale' il missile cambiava rotta dirigendosi verso il tratto di cielo corrispondente, sia pure, data la semplicità di questo apparato di guida, in maniera grossolana.

Per il volo, il missile aveva 2 serie di alette: le 2 anteriori di manovra, assai piccole, e quelle posteriori di stabilizzazione, più grandi. Entrambe le serie erano ripiegabili.

La testata, da circa 2,5kg, era dotata di sola spoletta a impatto. Questo forse era necessario per vari motivi: per esempio, l'arma in tal modo non sarebbe esplosa prematuramente se avesse attaccato bersagli a bassa quota, magari passando vicino a un albero. Ma vi erano anche controindicazioni: il sensore IR non aveva la necessaria sensibilità per volare a bassa quota senza essere disturbato dal calore del suolo, se beninteso, si trattava di climi caldi. In ogni caso permaneva la possibilità di dirigersi verso il sole, sia in cielo, sia se riflesso da uno specchio d'acqua. In questi casi, comuni anche a missili più recenti, il bersaglio veniva comunemente perso per cui non vi erano molte possibilità di ingaggiare bersagli a bassa quota.

Le manovre, poi, erano assai rozze e non consentivano di centrare spesso il bersaglio, passandogli a qualche metro di distanza. In tali casi, almeno una spoletta di prossimità avrebbe consentito almeno di danneggiare il bersaglio, invece di suddividere gli ingaggi tra un successo pieno e un totale fallimento.

L'operatore aveva un semplice (ma non facile) ruolo da svolgere: appena avvistato un aereo, identificarlo a vista con un mirino telescopico, rimuovere il tappo anteriore di protezione del sensore, accendere le batterie termiche, azionando il primo congegno di scatto, poi attendere, se il velivolo era confermato come nemico, di sentire il congegno acustico della cuffia che emetteva un suono (un valido sistema analogico per far 'sentire' che il sensore è agganciato, praticamente rimasto su tutti i missili IR), e si accendeva una luce che conferma l'aggancio.

A questo punto l'operatore tirava il grilletto a fondo, il missile partiva, dispiegava le ali prima interne (la prima serie) o posteriori (la seconda) al suo corpo. A quel punto, un motore a razzo ad unico stadio accelerava l'arma fino a mach 1,35 (circa 1600 km/h) mentre i controlli diventavano efficaci col crescere della velocità e permettevano allo Strela di manovrare, inseguendo il bersaglio. 'Inseguire' è il termine giusto, perché in genere i motori sono posteriori ed essi costituiscono la principale fonte di calore, che i missili di prima generazione solitamente sentivano come 'esclusiva fonte di calore', avendo un sensore capace di vedere solo la lunghezza d'onda di oggetti molto caldi.

Servizio Il missile Strela è diventato rapidamente un ordigno di incredibile diffusione, economico, leggero e relativamente affidabile.

I suoi punti deboli sono risultati vari, come quello di attaccare i caccia solo dal settore posteriore. Questo comporta alcuni problemi, per esempio, il fatto che nel frattempo l'aereo ha sorvolato la postazione di lancio, che potrebbe essere individuata e distrutta prima di lanciare il missile, perché quest'ultimo ha bisogno di tempo per acquisire l'obiettivo da attaccare, e ha pur sempre una gittata minima (500-1000 m) entro la quale non è pienamente controllabile.

Un altro problema è che questo tipo di arma, essendo spesso inefficace contro bersagli frontali, ha bisogno di attaccarli di coda, e quindi deve essere veloce per raggiungerli. Un missile come il Blowpipe non ha problemi (teoricamente) ad eseguire ingaggi frontali anche alla massima distanza, essendo radiocomandato, ma il SA-7 deve correre più veloce del velivolo che insegue, e con un notevole margine.

Ma le prestazioni dell'arma, specie della prima serie non erano così valide. In effetti, la guida termica aveva fin dall'inizio anche dei vantaggi: se l'operatore di un Blowpipe perde l'aggancio, la testata di autoguida di un SA-7 è del tutto autonoma, quindi non basta che il bersaglio sparisca dietro una collina per essere intangibile, se il missile continua a stargli dietro. In realtà, il vero problema con entrambi i tipi è il tempo di allerta: spesso, di fatto, un operatore di fanteria non ha il tempo di avvistare un bersaglio, accendere le batterie, puntare l'arma, così la 'superiorità' di un sistema come il Blowpipe, tra l'alto assai impreciso, è puramente accademica.

Riassumendo, i problemi dell'SA-7A erano i seguenti:

tempo di accensione del sistema, tramite batterie termiche, troppo elevato e l'alternativa, quella di tenere le batterie sempre inserite in una situazione di attacco probabile, era poco praticabile perché poi queste si scaricavano, magari 5 minuti prima del momento giusto per ingaggiare un aeroplano in arrivo Mancanza di un sistema IFF per l'identificazione automatica, via radio, di un velivolo prestazioni modeste, che limitavano l'efficacia a velocità massime del bersaglio di circa 250 m/s (920 km/h), ovvero praticamente coincidenti con le velocità di crociera dei jet da combattimento. Se questi ultimi accendevano il postbruciatore risultavano più visibili (anche ad occhio nudo) ma l'aumento di velocità li rendeva praticamente irraggiungibili dallo Strela sistema di guida poco sensibile in certi aspetti (con terreni caldi di contrasto) e in compenso, molto facile ad essere disturbato da flares e contromisure IR di vario tipo Manovrabilità moderata e scarsa precisione testata priva di spoletta di prossimità testata priva di sufficiente capacità distruttiva

Se questi erano i difetti, però, va detto che l'arma aveva anche pregi:

Economicità tale da essere diffusa in gran numero in carico agli eserciti relativamente 'poveri' del blocco comunista Sensore IR che garantiva comunque una guida autonoma dopo il lancio e un addestramento conseguentemente facile rappresentava un sistema di impiego pratico, leggero ed economico com'era, per la fanteria era di gran lunga più efficace di mitragliere pesanti e cannoni automatici, oltre che molto più mobile Tempisticamente, all'epoca della sua apparizione era coevo del solo FIM-43 Redeye americano.

Il missile Grail ha avuto, in sostanza, pareri contrastanti e risultati discussi. In azione, esso è stato usato con successi limitati, ma nondimeno, quello che conta di più è la minaccia, per qualunque aereo, che quest'arma dava e che 'consigliava' di volare molto alto o molto veloce, troppo per individuare e colpire le unità campali, specie se l'aereo era senza armi guidate. In combinazione con armi più pesanti per le quote medie ed alte, verso cui spingeva (o in alternativa, gli aerei erano costretti a volare davvero troppo bassi per combattere efficacemente), il Grail svolgeva la sua funzione di garantire la difesa aerea tattica e dava per la prima volta ad un singolo fante la capacità di combattere un aeroplano.

I miglioramenti, inoltre, non tardarono ad arrivare: a partire dai primi anni '70 iniziò ad entrare in servizio l'SA-7B, o 9K32M (sistema completo, 9M32M o Strela 2M, designazione industriale e militare, tanto per rendere ancora meno comprensibili all'estero le designazioni sovietiche) aveva un motore a razzo più potente e una gittata conseguentemente maggiore: 1,6 mach per un raggio massimo di 4,5km e una tangenza di 3.4km circa, grossomodo il 50% in più del tipo precedente, con una velocità superiore di circa il 20%. DA notare che se il missile non trovava il bersaglio, restava l'autodistruzione programmata dopo 15 secondi di volo che corrispondevano, nell'SA-7A, a 6,4km (circa il doppio della portata massima ufficiale).

La probabilità di successo è stata migliorata anche con altre aggiunte: un sistema IFF con antenne sull'elmetto dell'operatore è diventato disponibile, e per i tiri notturni, un altro sistema, similmente sistemato, consente di captare i radar di inseguimento terreno degli aerei tattici avversari, fornendo un prezioso avviso del loro approssimarsi. In molti casi almeno, una o entrambe queste apparecchiature sono presenti sull'elmetto del secondo uomo del team del missile: in questo caso egli dà all'operatore un avviso sulla direzione di eventuali minacce, ripartendo il carico di lavoro in maniera equilibrata.

In termini operativi, l'SA-7 è stato usato in maniera massiccia in guerre dagli anni '70 in poi. I risultati, materialmente, non sono stati elevati in termini di PK, ma anche con pochi missili a segno, il lavoro di proteggere la fanteria dalle minacce aeree è stato svolto in larga misura.

In Medio Oriente, i missili di questo tipo, del modello SA-/A, erano noti già durante la Guerra d'Attrito del 1969-70, e gli israeliani presero l'iniziativa di allungare i tubi di scarico dei motori dei velivoli, come gli A-4 Skyhawk, che erano abbastanza lenti da correre dei rischi, oltre che muniti di un solo motore. In tal modo i missili a segno spesso non distruggevano la macchina. Altre contromisure erano i flares, bengala speciali di inganno.