Saliceto (Salësèj in piemontese, Sarzèj in valbormidese) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cuneo in Piemonte.
Storia
L'esistenza del vecchio nucleo abitato sopra la collina detta della Margherita è documentata da Moriondo nei Monumenta Aquensia in data antecedente il X secolo. Il luogo era originariamente suddiviso in due borghi: Borgovero e Borgoforte, entrambi distrutti, si suppone, dai Saraceni durante le scorrerie tra i secoli IX e X.
Nei XII - XIII secoli la collina mutò nome da collina della Margherita in collina della Rosa, toponimo che lascia supporre una presenza templare, anche per gli ottimi rapporti che intercorrevano tra l'Ordine del Tempio e il marchese Enrico II Del Carretto, signore di una marca che si estendeva dalla Riviera di Finale alle colline del Barolo, con il castello di Novello sovrastante il Tanaro conteso agli Albesi.
Ai due borghi sulla collina, noti ora come Bergvé (burgus veterus) e Cascté Vej (Castelvecchio), subentrò nel fondovalle il Borgo "Nuovo", circondato da mura protette da ampi e profondi fossati colmi d'acqua ("andè ar burg" significa ancora andare in paese e "dré di fosci" "dietro ai fossati" sono le strade adiacenti a quegli antichi fossati dove ora transita la strada provinciale).
La probabile presenza sulla collina della Margherita di un'antica città ligure (Karystos?) ha influenzato profondamente la toponomastica della Media Valle Bormida di Ponente, che deriva dai giorni lontani della conquista romana. Le legioni risalirono la Valle Bormida da Piacenza e Tortona (l'antica Derthona): il paese di Castino fu il luogo dei "castra", l'accampamento principale; Cortemilia prese nome dall'insediamento della Cohors Aemilii (la coorte del tribuno Emilio), Gorzegno dall'insediamento della Cohors Ennii (la coorte del tribuno Ennio), Monesiglio da Mons Vigilium (il monte delle guardie, l'avamposto delle sentinelle), Cengio dal verbo cingere, chiudere, più ancora circondare secondo la tipica strategia romana d'impedire l'afflusso di rinforzi o semplici vettovagliamenti ad una città assediata. E ancora: Levice, a metà strada da Cortemilia a Gorzegno, potrebbe derivare da "levis iter": agile cammino tra gli stanziamenti delle due coorti; mentre Camerana deriverebbe da cameranus: il pontile dove attraccavano le chiatte militari romane dette appunto "camerae", per la parte superiore e laterale protetta da scudi (all'epoca il fiume Bormida, che deriva il nome dalla dea ligure Bormia, signora delle acque, similmente a Bormio in Valtellina, era sicuramente molto più ricco d'acqua, peraltro non esistevano le derivazioni che portano l'acqua nell'altra Valle Bormida, quella di Spigno).
Il nome stesso di Saliceto trarrebbe origine non tanto dai salici, abbondanti nel fondovalle e presenti nello stemma comunale, quanto dai Liguri Salii o Sallui, che oltre il Po, a settentrione, erano noti come Salassi, e pertanto significherebbe Saliorum Situm (luogo dei liguri Salii). Lo storico romano Tito Livio fa cenno a una loro remota emigrazione dalla Provenza, verso la Val Padana, dopo l'insediamento greco di Marsiglia nei loro territori. A suffragare questa ipotesi vi sono i toponimi limitrofi a Saliceto di Sale delle Langhe, Sale San Giovanni a ponente, e di Saleggio a levante: l'antico nome medioevale di Castelletto Uzzone.
Esattamente tra i tre borghi di un tempo: veterus (Borgovero o Borgovecchio), forte (Borgoforte o Castelvecchio) e il borgo nuovo nel fondovalle, è documentata la presenza dell'antica chiesa di Sant'Elena, dall'emblematico nome bizantino, con sovrastante cimitero in un campo in tempi più recenti adibito a vigna, dove sono emerse molte tombe.
La prima citazione di Saliceto (Salocetum e anche Salexetum) figura nel più antico documento della regione: la donazione ad Aleramo e ai suoi discendenti da parte dell'imperatore Ottone I del Sacro Romano Impero, nella città di Ravenna il 23 marzo 967, delle terre situate tra il mare, il Tanaro e l'Orba, dove sono elencate sedici curtes, tra cui anche Curtemilia, Prunetum, Dego, Nocetum, Bagnascum, Altesinum (località della Scaletta nel comune di Castelletto Uzzone), Maximinum, tutti situati in "deseris locis". Da qui prese nome il Vasto, da guasto, distruzione, termine di cui si fregiarono i discendenti di Aleramo: marchesi del Vasto, primo fra tutti il potente Bonifacio del Vasto, dal quale discero i marchesati del Monferrato, di Saluzzo, di Clavesana, di Ceva, di Busca e di Savona, evolutosi in seguito nei marchesati Del Carretto.
Verso l'anno Mille, quando tutte le Alte Langhe presentano l'organizzazione ecclesiastica delle pievi, in molte bolle pontificie è citata la plebs de Santa Maria de Gudega, comprendente l'ecclesia di Saliceto con le dipendenze di Camerana, Cengio e Lavaniola quae dicitur Gutta o Gauta Sicca (goccia secca poiché vi si era essiccata una fonte di olio miracoloso in seguito ad un sacrilegio: vi era stato portato a guarire un maialino al posto di una persona). Nel 1050 risulta che i Salicetesi, con altri paesi dell'Alta Langa, versassero la decima ecclesiastica ai monaci benedettini del Monastero di San Benedetto al Belbo, fondato pochi anni prima, nel 1036 (D. Pio Giovanni Battista "Cronistoria dell'antico Mandamento di Bossolasco con cenni sulle Langhe). A metà del XIII secolo nel complesso sistema d'infeudazioni Saliceto risultava l'estremo avamposto meridionale, verso il mar Ligure, della Repubblica di Asti, alleata con i marchesi Del Carretto, signori delle Valli della Bormida nella lunga guerra che la contrapponeva ad Alessandria, Alba e al marchesato di Ceva (codex Astensis e antichi cronisti astensi).
Il borgo di Saliceto nel fondovalle risulta prospero, circondato da mura e dotato di molte torri già a metà del secolo XV, come documentato in un affresco "gotico-subalpino" nell'antica sacrestia della chiesa di Sant'Agostino, adiacente alla parrocchiale di San Lorenzo. Anche il castello, soprattutto sul lato di levante, era già presente a quell'epoca per le alte volte gotiche all'interno, mentre all'esterno presenta i tipici motivi decorativi medioevali; inoltre, all'interno, vi sono pregevoli affreschi trecenteschi, tra cui una natività attribuita al pittore senese Taddeo di Bartolo, unica in Piemonte. Altri affreschi sembrano da attribuirsi a scuola leonardesca, più che manieristica: due volti femminili sulle pareti (sibille come nella Cappella Sistina?), inseriti in rombi tra croci di Davide, immersi in delicati motivi floreali, e un agnello simbolo del Cristo sulla volta, con croce impreziosita da perle, le stimmate e il petto ferito, dove sgorga il sangue in denso zampillo, in direzione della coppa del Graal.
Saliceto, staccatosi dal Terziere di Millesimo, fu centro di un prospero marchesato comprendente con alterne vicende Camerana, Gottasecca, Cengio, Paroldo e, per un breve periodo, anche Montezemolo; prosperità derivata dal fatto che il suo territorio era attraversato da importanti strade, prime fra tutte la Magistra Langarum, la strada maestra delle Langhe che collegava Alba ed Asti ai porti marittimi di Savona, Noli dall'antica repubblica, e Finale.
Questo marchesato ebbe termine nell'anno 1450, all'epilogo della "guerra del Finale" descritta dal Filelfo, allorché il marchese Giorgino Del Carretto fu condotto prigioniero nella città di Asti, dove morì rinchiuso in una torre. In quell'occasione il borgo e il castello furono occupati dai francesi, alleati dei finalesi, e per espugnare il borgo vennero utilizzati barilotti di polvere da sparo in sotterranei appositamente scavati, per aprire varchi nelle mura: tra le prime testimonianze di questa tecnica bellica.
La violenta guerra di Genova, tesa a conquistare il Marchesato di Finale, unica terra veramente libera sull'arco ligure, si concentrò soprattutto su Finalborgo e Saliceto. Già nel 1448 il popoloso borgo in Val Bormida fu occupato dai cavalieri francesi che presidiavano Asti e il marchese Giorgino Del Carretto ricorse all'aiuto dei genovesi per tornarne in possesso. Per questa impresa ricevette 400 fanti genovesi, soprattutto i temibili balestrieri, e quando i francesi si ritirarono intimoriti di fronte ai quei 400 balestrieri, il marchese, furente per la complicità palesata dai borghigiani verso il sovrintendente del re di Francia Filiberto d'Orleans, che li aveva resi liberi da tutti i gravami feudali, abbandonò il borgo ad un terribile saccheggio. Fino ad allora erano considerati “uomini liberi” di Saliceto soltanto gli Ayrali, i Garello e gli Scazzino, più "illi de Rosa": quelli della Rosa?, la collina della Rosa?, di difficile identificazione (da un atto custodito presso l'archivio comunale di Saliceto, di cui si fa cenno in seguito).
La faccenda dei diritti concessi da Filiberto d'Orleans si risolse il 16 novembre 1482, con un arbitrato notarile: la sentenza fu eletta nell'antica chiesa di Santa Maria (de Gudega?) di fronte ai capi famiglia di Saliceto (il più antico documento storico presente nell'archivio del municipio): al marchese di Finale, nuovo signore del vasto feudo, all'epoca Galeotto II Del Carretto, fu riconosciuta legittima la richiesta di ripristinare gli antichi diritti feudali, con la revoca delle concessioni concesse dal rappresentante del re di Francia, troppo magnanimo per opportunismo.
Va ricordato che Filiberto d'Orleans governò i feudi di Saliceto e Paroldo per una dozzina di anni, alla fine della guerra del Finale. Sempre lo storico Filelfo ricorda che l'audace capitano francese, il cui controllo si estendeva anche alla Pietra della Marina (Pietra Ligure), effettuava azioni di pirateria nel tratto di mare di fronte alla Pietra, dopo aver armato due galee. Non soltanto si permetteva di saccheggiare i navigli genovesi, ma ne prendeva in ostaggio i capitani e le personalità più insigni che trovava a bordo per poi trasferirli in una torre di Saliceto, prigionieri, in attesa del riscatto. Le vibranti proteste del potente Banco di San Giorgio riuscirono alfine a raggiungere il re di Francia che richiamò in patria l'intraprendente suo rappresentante sulle Langhe. A Filiberto d'Orleans subentrarono due suoi luogotenenti: uomini d'arme, che di fretta si sbarazzarono dei feudi di Saliceto e Paroldo, offrendoli al miglior offerente che fu il marchese di Finale.
In tal modo Saliceto fu annesso al Marchesato di Finale con Paroldo. Subito dopo, nei primi anni del Cinquecento, fu coinvolto in un intenso rinnovamento edilizio, che raggiunse l'apice con la costruzione della nuova parrocchiale di San Lorenzo, monumento nazionale per la straordinaria architettura rinascimentale, pari se non superiore allo stesso duomo di Torino, edificata sul luogo dell'antica pieve di Santa Maria. Un'opera d'impronta bramantesca voluta dal marchese - cardinale Carlo Domenico Del Carretto, sicuramente il più notevole rappresentante della casata finalese, amico tanto del papa Giulio II quando del re di Francia Luigi XII e, probabilmente, di Leonardo da Vinci durante i suoi soggiorni presso la corte francese. Era anche fratello maggiore di Fabrizio Del Carretto, in quegli anni gran maestro dei Cavalieri di Rodi.