L'espressione negazionismo o riduzionismo delle foibe è utilizzata per definire le tesi presentate da esponenti del movimento di liberazione jugoslavo e dal governo comunista di Belgrado, che considerarono le stragi del 1943 e del 1945 come atti di giustizia contro criminali di guerra, fascisti e collaborazionisti, riducendo in genere il numero degli uccisi.

La stessa espressione sta ad indicare una corrente di pensiero che da un lato riprende alcuni temi del negazionismo jugoslavo e dall'altro ritiene che i massacri delle foibe siano un mero strumento di propaganda politica facente parte di una vasta campagna anticomunista, nazionalista e neoirredentista sviluppatasi nei decenni in Italia a partire dalla propaganda nazista e fascista degli ultimi anni della seconda guerra mondiale. I principali risultati della ricerca storica accademica italiana su questo tema farebbero parte integrante della stessa campagna e vengono respinti come "revisionismo", dando a questo termine un'accezione negativa.

Il negazionismo e il riduzionismo si accompagnano spesso al giustificazionismo, cioè all'assumere come propria la visione di uno dei soggetti, al punto da "giustificare" tutte le sue azioni.

Dal punto di vista metodologico, i negazionisti delle foibe utilizzano il metodo dell'ipercritica, che finisce per negare credibilità a tutte le fonti che contraddicono l'interpretazione preferita, oppure mettono in dubbio le testimonianze decontestualizzandole o giudicandole a seconda dell'appartenenza del testimone.. Un altro metodo utilizzato è quello dell'elencazione di una serie di micro-fatti, ritenendo che poi la semplice e cieca somma degli addendi definisca il quadro generale del fenomeno storico: facendo ciò si perde completamente la possibilità di definire la portata e la responsabilità complessiva di quanto accadde. L'ipercritica e le altre tecniche del negazionismo sono state ampiamente analizzate con riferimento al negazionismo dell'Olocausto. In merito si vedano e .

Le categorie storiografiche di negazionismo, riduzionismo e giustificazionismo delle foibe sono comunque da usarsi con cautela, rischiando di essere adoperate impropriamente – soprattutto in ambito polemico-politico – per delegittimare ogni forma di revisione delle interpretazioni consolidate, che è invece fisiologica nella ricerca storica.

Le definizioni storiografiche Il negazionismo jugoslavo La prima definizione Il concetto di "negazionismo" con riferimento ai massacri degli italiani nei territori che successivamente alla seconda guerra mondiale vennero assegnati alla Jugoslavia è stato per primo elaborato dallo storico italiano Raoul Pupo nel 1996. Dopo aver ricordato che le foibe giuliane sono "uno dei fenomeni più controversi della crisi bellica della Venezia Giulia [...] occasione permanente di contrasti fra gruppi nazionali viventi nell'area alto-adriatica", la cui valutazione è talmente divisiva da essere "strumento di lotta politica in una dimensione che ha talvolta travalicato l'ambito locale, per inserirsi nel vivo del processo di legittimazione delle forze politiche alla guida del Paese", lo storico triestino ha ricordato come a fronte di questo panorama assai complesso nell'ambito nazionale italiano abbia fatto per quasi cinquant'anni eco "da parte jugoslava [...] il riduzionismo, o, addirittura, il negazionismo, diretta prosecuzione entrambi degli schemi politico-propagandistici elaborati nei momenti più caldi della contesa di confine con l'Italia".. Di "silenzi e sistematiche deformazioni dei fatti istriani del 1943 [...] [e degli] eccidi e deportazioni a Trieste, Gorizia e altrove nel maggio-giugno 1945" – vere e proprie "negazioni" da parte jugoslava dei massacri delle foibe – parlò anche lo storico Galliano Fogar, contrapponendo questo atteggiamento alle "amplificazioni sistematiche di certa pubblicistica locale, che sostiene cifre di quindici o addirittura trentamila infoibati"..

Ulteriori riflessioni ed approfondimenti sul negazionismo jugoslavo sono stati in seguito sviluppati ancora da Pupo, che ne ha individuato i segni anche nella terminologia, laddove la parola "esuli" veniva sistematicamente nascosta, utilizzando al suo posto "optanti" ed "emigranti". Gli jugoslavi intendevano alludere ad un normale e libero esercizio del diritto di scelta per i cittadini italiani delle zone cedute col trattato di pace del 1947, che potevano optare per la cittadinanza italiana invece di quella jugoslava: a fronte di questa scelta la Jugoslavia si riservava di poter esigere il trasferimento degli optanti in Italia entro un anno. Gli jugoslavi affermavano quindi che si era di fronte a un normale fenomeno migratorio di prevalente natura economica: gli optanti erano spinti a questa scelta dal governo italiano, in funzione anticomunista e antijugoslava. Tale interpretazione non solo presenta una fortissima valenza ideologica, ma è palesemente smentita dalle fonti..

La storiografia slovena e croata A seguito della caduta del muro di Berlino, della dissoluzione dell'Unione Sovietica e dello smembramento della Jugoslavia, sia in Slovenia che in Croazia vennero elaborate delle nuove interpretazioni della seconda guerra mondiale e dell'immediato dopoguerra in quei territori, che fra il 1944 e il 1945 conobbero dei massacri di imponente entitàPer inquadrare il fenomeno, si veda a puro titolo di esempio il saggio della storica croata . La nascita delle due repubbliche indipendenti ha causato però per un certo numero di anni una difficoltà maggiore a rivisitare storicamente la questione dell'esodo istriano. In particolare, la storiografia slovena si concentrò inizialmente sulla rivalutazione delle richieste territoriali jugoslave al tavolo della pace: i politici sloveni rimarcarono il sacrificio del proprio paese che rinunciò ai territori di Trieste, Gorizia e la Slavia Friulana, per soddisfare pienamente le contestuali rivendicazioni croate. La storiografia croata nello stesso periodo si concentrò soprattutto sull'elaborazione di una rinnovata coscienza nazionale con forti connotati antiserbi, laddove la Croazia venne descritta come un paese per un lungo periodo vittima di più potenti vicini. Fu soprattutto a causa della pressione di alcuni settori della società civile che in Slovenia si è poi cercato di rielaborare il passato, in particolare valutando con più obiettività il fenomeno del collaborazionismo a favore di tedeschi e italiani e la successiva eliminazione di circa 27.000 sloveni su una popolazione di poco più di 1.500.000 abitanti, in una serie di omicidi di massa operati dai reparti dell'EPLJ in collaborazione con la polizia segreta. Tali eccidi coinvolsero non solo i collaborazionisti, ma anche gli oppositori reali o potenziali del costituendo regime comunista di Tito, con la particolarità per cui le terre in cui avvennero i massacri delle foibe erano reclamate dalla Jugoslavia, e quindi poteva essere considerato "oppositore" chi non avesse appoggiato tale richiesta. In tal senso si è parlato pertanto di "epurazione preventiva", per definire una delle motivazioni delle stragi.Per quanto riguarda il concetto di "epurazione preventiva" nella Venezia Giulia, si veda il suo inquadramento generale in . Le lacune della storiografia slovena sui temi del terrore rivoluzionario e del suo prezzo in vite umane sono state rimarcate anche da alcuni storici locali. In un seminario tenutosi all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" nel 1997, la storica slovena Nevenka Troha presentò una relazione, nella quale identificò il tema delle foibe come uno dei "tabu della storia slovena", mai affrontato nel periodo jugoslavo a causa dell'imposizione dell'autorità dell'epoca e dell'inaccessibilità degli archivi..

Il negazionismo italiano Negazionismo e giustificazionismo Il tema del giustificazionismo dei massacri delle foibe e più in generale delle vicende dell'Adriatico orientale nella storiografia e nella polemica politica e giornalistica italiana è stato per la prima volta inquadrato dallo storico Roberto Spazzali nel 1997.. Le grandi questioni della storia e della politica internazionale che hanno ruotato attorno alla storia della Jugoslavia comunista – inquadrate all'interno di quello che viene definito "il secolo dei totalitarismi"Fra la sterminata bibliografia sul tema, si segnalano a titolo d'esempio e – hanno fatto da sfondo alla vicenda delle foibe. Questa di conseguenza è da considerarsi come parte di un quadro ben più ampio e complesso, non separabile però dall'ambito locale nel quale si è verificata. Per svariati decenni l'area nordorientale dell'Adriatico è stata teatro di forti tensioni politiche e nazionali, sfociate anche in manipolazioni e polemiche di ogni tipo, ove l'uso politico della storia o di selezionati pezzi di essa è stato costante, con un dibattito che "non si è mai alzato dalla contumelia o dal rovesciamento delle responsabilità, dando luogo a luoghi comuni che hanno generato gabbie interpretative, nelle quali è rimasto prigioniero anche il giudizio storico"..

Dal "consueto assioma che vuole gli atti di persecuzione principalmente diretti contro gli italiani" deriva per Spazzali un certo tipo di giustificazionismo, secondo il quale i massacri delle foibe e più in generale gli atti persecutori contro l'elemento italiano nella Venezia Giulia non sono stati che una durissima epurazione rivolta solo contro i fascisti e indirettamente contro l'elemento italiano. Ma se si inquadra il fenomeno delle foibe nel lungo e cruentissimo dopoguerra jugoslavo, con decine di migliaia di uccisioni che coinvolsero ogni etnia presente in quelle terre, l'assioma viene meno. I documenti dell'OZNA che all'epoca del seminario di Bologna erano stati appena resi pubblici, dimostrano che le epurazioni valevano "per tutti coloro che non si sarebbero adattati al nuovo corso, comprese quelle forze pur antifasciste ma saldamente italiane".. Il giustificazionismo – in definitiva – è per Spazzali una presa di posizione meccanica: un riflesso condizionato per il quale "la colpa risiede sempre nell'altrui", condizionando l'interpretazione di ogni evento locale, anche minimo, nel tentativo di "creare artificiose dimensioni, ostinatamente contrapposte". "L'atto celebrativo, come pure quello della demonizzazione, prevede semplificazioni. Per mezzo secolo è prevalsa questa linea che ha indotto, fino alle estreme circostanze del negazionismo e del rovesciamento dei contrapposti giudizi. Tutti colpevoli, nessun colpevole con la variabile, discutibile, che il male giunto sulle sponde dell'Adriatico ha origine estranea: è giunto dall'Italia, è giunto dalla Germania, è giunto dalla Jugoslavia"..